S.J. WATSON.
.
NON TI ADDORMENTARE.
.
Parte 1.
.
Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
Per mia madre, e per Nicholas
Sono nato domani
oggi vivo
ieri mi ha ucciso.
PARVIZ  OWSIA
...
.
...
PRIMA  PARTE.
.
Oggi.
.
La stanza  strana. Sconosciuta. Non so dove mi trovo, come ci sono arrivata. Non
so come far a tornare a casa.
Ho passato la notte qui. Mi ha svegliata una voce di donna (sulle prime ho pensato
che fosse a letto con me, ma poi mi sono resa conto che leggeva delle notizie e che
stavo ascoltando una radiosveglia) e quando ho aperto gli occhi mi sono ritrovata
qui. In questa stanza che non riconosco.
La mia vista si abitua alla penombra e mi guardo intorno. Sul lato interno dell
'anta di un armadio  appesa una vestaglia ( da donna, sicuramente molto pi vecchia
di me) e sullo schienale della sedia davanti alla toletta  drappeggiato con cura
un paio di pantaloni scuri, ma non riesco a distinguere molto altro. La sveglia sembra
uno strumento complicato, ma trovo il tasto giusto per zittirla.
 a questo punto che sento un respiro vibrare alle mie spalle e mi rendo conto di
non essere sola. Mi volto. Vedo una distesa di pelle e peli scuri brizzolati. Un uomo.
Tiene il braccio sinistro fuori dalle lenzuola, e all'anulare ha una fede d'oro.
Reprimo un gemito. Sicch questo non  solo vecchio e canuto, mi dico,  anche sposato.
Non solo ho scopato con un uomo sposato, ma l'ho fatto in quella che immagino sia
casa sua, nel letto che di solito condivider con la moglie. Mi abbandono sulla schiena
per raccogliere le idee. Dovrei vergognarmi. Mi domando dove sia la moglie. Dovrei
temere il suo arrivo improvviso? La immagino in piedi sul lato opposto della stanza
che mi insulta, dandomi della puttana. Una Medusa. Un ammasso di serpenti. Mi chiedo
come far a difendermi se si presenter davvero. Il tizio a letto, dal canto suo,
non sembra preoccupato. Si  girato dall'altra parte e prosegue a russare.
Resto sdraiata, cercando di non muovere un muscolo. Di solito riesco a ricordare come
ho fatto a cacciarmi in situazioni simili, ma oggi no. Dev'esserci stata una festa,
una puntata in un bar o in un locale. Devo essermi ubriacata di brutto. Abbastanza
da non ricordare nulla. Abbastanza da andare a casa di un uomo con la fede al dito
e i peli sulla schiena.
Scosto le lenzuola il pi delicatamente possibile e mi metto a sedere sul bordo del
letto. Prima di tutto devo andare in bagno. Ignoro le pantofole accanto ai miei piedi
(dopo tutto, scopare il marito di un'altra  una cosa, ma non potrei mai mettere
le sue scarpe) e striscio scalza fino al pianerottolo. Sono consapevole di essere
nuda, e ho paura di aprire la porta sbagliata e incappare in un coinquilino o in un
figlio adolescente. Vedo con sollievo che la porta del bagno  solo accostata, entro
e la chiudo a chiave.
Mi siedo sul gabinetto, lo uso, tiro lo sciacquone e mi giro per lavarmi le mani.
Faccio per prendere la saponetta, ma c' qualcosa che non va. In un primo tempo non
riesco a capire cosa sia, ma poi la vedo. La mano che stringe il sapone non sembra
la mia. La pelle  rugosa, le unghie non sono smaltate e sono mangiucchiate fino alla
carne viva, e l'anulare, come quello dell'uomo che ho appena lasciato nel letto,
sfoggia una fede nuziale d'oro.
Per un istante la fisso, poi agito le dita. Si muovono anche quelle della mano che
regge la saponetta. Trasalisco, e il sapone cade nel lavandino con un tonfo. Alzo
gli occhi sullo specchio.
Il volto che mi guarda non  il mio. I capelli non hanno volume e sono molto pi corti
dei miei, la pelle sulle guance e sotto il mento  molliccia, le labbra sono sottili,
la bocca  incurvata verso il basso. Emetto un rantolo che diverrebbe un grido se
solo glielo permettessi, ed  a questo punto che noto gli occhi. La pelle attorno
 rugosa, s, ma malgrado tutto vedo che sono proprio i miei. La persona allo specchio
sono io, ma ho vent'anni di troppo. Venticinque. Di pi.
Non  possibile. Comincio a tremare, mi aggrappo al bordo del lavandino. Un altro
grido mi sorge nel petto ed erompe dalle labbra in un verso strozzato. Indietreggio,
ed  allora che le vedo. Fotografie. Fissate alla parete e allo specchio con il nastro
adesivo. Fotografie alternate a post-it gialli, appunti a pennarello arricciati dall
'umidit.
Ne scelgo uno a caso.  Christine, dice, e una freccia indica una mia foto (di questa
nuova, di questa vecchia me stessa) in cui sono seduta accanto a un uomo su una panchina
davanti a un molo. Il nome mi sembra familiare, ma soltanto alla lontana, come se
dovessi fare uno sforzo per credere che sia il mio. Nella foto sorridiamo entrambi
all'obiettivo, tenendoci per mano. Lui  un bell'uomo, e guardando meglio vedo che
 lo stesso con cui sono andata a letto e che ho lasciato in camera. Appena sotto
leggo il nome  Ben  e le parole  Tuo marito.
Libero un altro rantolo e strappo l'immagine dal muro. "No" mi dico. "No, non
pu essere!" Faccio scorrere lo sguardo sul resto delle foto. Sono tutte nostre.
In una indosso un vestito orrendo e sto scartando un regalo, in un'altra abbiamo
due giubbotti impermeabili identici e siamo in posa davanti a una cascata mentre un
cagnolino ci annusa i piedi. Subito dopo c' un'immagine di me seduta accanto a
lui con un bicchiere di spremuta d'arancia e la vestaglia che ho visto in camera
da letto.
Indietreggio di nuovo fino a sentire il freddo delle piastrelle sulla schiena.  a
questo punto che avverto un barlume di qualcosa che associo alla memoria. Ma quando
la mia mente cerca di afferrarlo si allontana come cenere al vento, e a un tratto
mi rendo conto che nella mia vita c' un allora, un prima, anche se non so dire prima
di cosa, e un adesso, e che fra questi due estremi c' soltanto un lungo, silenzioso
vuoto che mi ha condotta qui, a lui e me, in questa casa.
Rientro in camera da letto. Ho ancora in mano la fotografia, l'immagine di me e dell
'uomo con cui mi sono svegliata, e la sollevo davanti a me.
Cosa sta succedendo? domando. Sto gridando; il mio volto  rigato di lacrime. L
'uomo si  drizzato a sedere sul letto, gli occhi ancora semichiusi. Chi sei?
Sono tuo marito risponde. La sua espressione  assonnata, senza una traccia di
irritazione. Non guarda il mio corpo nudo. Siamo sposati da anni.
Cosa stai dicendo? ribatto. Vorrei fuggire, ma non posso andare da nessuna parte.
Sposati da anni? Cosa stai dicendo?
Lui si alza. Prendi dice passandomi la vestaglia e aspettando che io la indossi.
Porta i pantaloni di un pigiama troppo grande e una canottiera bianca. Mi ricorda
mio padre.
Ci siamo sposati nell'ottantacinque dice. Ventidue anni fa. Tu...
Cosa...? Sento che il sangue mi abbandona il volto, la stanza comincia a vorticare.
Un orologio ticchetta da qualche parte nella casa, assordante come un martello.
Ma... Lui fa un passo verso di me. Come...?
Christine, hai quarantasette anni dice. Lo guardo, questo sconosciuto che mi sta
sorridendo. Non voglio credergli, non voglio nemmeno sentire quello che dice, ma lui
insiste. Hai avuto un incidente. Un brutto incidente. Hai subto lesioni cerebrali.
Hai dei problemi a ricordarti le cose.
Quali cose? ribatto, intendendo: non starai parlando degli ultimi venticinque anni?
Quali cose?
Lui fa un altro passo verso di me, avvicinandosi cauto come se fossi un animale
spaventato. Tutto risponde. A volte a partire dai vent'anni. A volte da ancora
prima.
I pensieri mi vorticano nella testa, un turbinio di date ed et. Non voglio fare la
domanda, ma so di non poterla evitare. Quando... quando ho avuto l'incidente?
Lui mi guarda, e il suo volto  un miscuglio di compassione e timore.
Quando avevi ventinove anni...
Chiudo gli occhi. Anche se la mia mente cerca di respingere quell'informazione, in
qualche angolo di me stessa so che  la verit. Sento che sto di nuovo piangendo,
e quest'uomo, questo Ben, viene verso di me sulla soglia della stanza. Avverto la
sua presenza accanto a me, non mi muovo quando mi cinge i fianchi fra le braccia,
non oppongo resistenza quando mi tira a s. Mi abbraccia. Ci dondoliamo dolcemente,
e mi rendo conto che il movimento mi  in qualche modo noto. Mi fa sentire meglio.
Ti amo, Christine dice lui, e pur sapendo che dovrei rispondere che lo amo anch
'io, non lo faccio. Non dico nulla. Come posso amarlo?  uno sconosciuto.  tutto
cos assurdo. Quante cose vorrei sapere: come sono arrivata qui, come riesco a
sopravvivere. Ma non so come chiederle.
Ho paura dico.
Lo so risponde lui. Lo so. Ma non ti preoccupare, Chris. Ci sono io a proteggerti.
Ti protegger sempre. Andr tutto bene. Fidati di me.
Mi dice che mi mostrer la casa. Mi sento pi tranquilla. Ho infilato un paio di mutande
e una vecchia maglietta che mi ha dato lui, poi mi sono drappeggiata la vestaglia
sulle spalle. Usciamo sul pianerottolo. Il bagno l'hai gi visto dice lui aprendo
la porta accanto. Questo  lo studio.
C' una scrivania di vetro con quello che immagino debba essere un computer, anche
se mi sembra ridicolmente piccolo, quasi un giocattolo. Accanto c' uno schedario
grigio canna di fucile, sopra un calendario da parete. Tutto  preciso e ordinato.
Ogni tanto lavoro qui spiega Ben richiudendo la porta. Attraversiamo il
pianerottolo e lui apre un'altra porta. Un letto, una toletta, altri armadi. Sembra
quasi identica alla stanza in cui mi sono svegliata. A volte dormi qui, dice quando
ne hai voglia. Ma di solito svegliarti sola non ti piace. Quando non riesci a capire
dove sei ti prende il panico. Annuisco. Mi sento come una potenziale affittuaria
in visita a un nuovo appartamento. Una potenziale coinquilina. Scendiamo.
Lo seguo gi per le scale. Mi mostra un salotto (divano e poltrone marroni, uno schermo
piatto fissato alla parete che lui mi dice essere un televisore), una sala da pranzo
e una cucina. Non riconosco niente. Non provo nulla, nemmeno quando vedo una nostra
fotografia incorniciata su una credenza. Sul retro c' il giardino dice Ben, e
io mi affaccio alla porta a vetri della cucina. Fuori sta cominciando ad albeggiare,
il cielo notturno si sta tingendo di blu, e riesco a distinguere la sagoma di un grande
albero e un capanno degli attrezzi in fondo a un giardinetto, ma poco altro. Mi rendo
conto di non sapere nemmeno in quale angolo del mondo ci troviamo.
Dove siamo? chiedo.
Lui  dietro di me. Vedo i nostri riflessi nel vetro. Io. Mio marito. Due persone
di mezz'et.
Londra Nord risponde. Crouch End.
Faccio un passo indietro. Sento montare il panico. Ges dico. Non so neanche dove
diavolo abito...
Lui mi prende la mano. Non ti preoccupare. Andr tutto bene. Mi volto a guardarlo,
aspettando che mi dica come, come potr andare tutto bene, ma lui non lo fa. Vuoi
che ti prepari un caff?
Per un attimo la sua offerta mi irrita, ma poi l'accetto. S. S, grazie. Lui riempie
il bollitore. Nero, per favore dico. Niente zucchero.
Lo so risponde sorridendo. Pane tostato?
Dico di s. Lui deve sapere quasi tutto di me, eppure la sensazione che provo  quella
del mattino successivo all'avventura di una notte: colazione con uno sconosciuto
a casa sua, aspettando solo il momento in cui la fuga pu diventare accettabile.
Ma  proprio questa la differenza. A quanto pare, questa  casa mia.
Credo di dovermi sedere dico.
Lui alza gli occhi su di me. Va' pure in salotto dice. Ti porto tutto fra un
minuto.
Esco dalla cucina.
Qualche istante dopo Ben mi raggiunge in sala. Mi d un libro.  un album di ricordi
spiega. Forse ti pu aiutare. Lo prendo.  rilegato in una plastica che dovrebbe
sembrare pelle antica ma non ci riesce ed  chiuso da un nastro rosso con un fiocco
storto. Torno fra un minuto dice Ben, e se ne va.
Mi siedo sul divano. L'album mi pesa sulle gambe. Guardarlo d la sensazione di
spiare. Ricordo a me stessa che qualunque cosa contenga ha a che fare con me,  stato
mio marito a darmelo.
Sciolgo il fiocco e apro l'album a caso. Una fotografia di me e Ben molto pi giovani.
Lo richiudo con violenza. Faccio scorrere le dita sulla rilegatura, sfoglio le pagine.
Probabilmente sono costretta a guardarlo ogni giorno.
Non riesco a immaginarlo. Sono sicura che ci sia stato un terribile errore, ma non
pu essere. Le prove ci sono tutte: nello specchio al piano di sopra, nelle grinze
sulle mani che carezzano il libro che tengo sulle gambe. Non sono la persona che
credevo di essere quando mi sono svegliata.
Ma chi era quella persona? mi domando. Quando sono stata quella persona, che si
svegliava nel letto di uno sconosciuto e pensava solo a come andarsene? Chiudo gli
occhi. Ho la sensazione di fluttuare nell'aria. Slegata da tutto. In pericolo di
perdermi.
Ho bisogno di un ancoraggio. Chiudo gli occhi e cerco di concentrarmi su qualcosa
di solido, qualunque cosa. Non trovo nulla. Quanti anni della mia vita perduti, penso.
Questo album mi dir chi sono, ma non voglio aprirlo. Non ancora. Voglio restare qui
seduta per un po', il passato ancora un vuoto. Nel limbo, in equilibrio fra
possibilit e realt. Ho paura di scoprire il mio passato. Cosa ho realizzato e cosa
no.
Ben rientra in sala e mi posa davanti un vassoio. Pane tostato, due tazze di caff,
un bricco di latte. Tutto bene? mi chiede. Annuisco.
Mi si siede accanto. Si  rasato e ha indossato pantaloni, camicia e cravatta. Non
somiglia pi a mio padre. Ora sembra l'impiegato di una banca o di un ufficio. Non
male, mi dico, ma subito scaccio il pensiero dalla testa.
 cos ogni giorno? gli chiedo.
Lui posa una fetta di pane tostato sul piatto e vi spalma del burro. Pi o meno
risponde. Ne vuoi un boccone? Scuoto il capo e lui ne prende un morso. Quando sei
sveglia sembri in grado di trattenere le informazioni spiega. Ma dormendo ne perdi
la maggior parte. Va bene il caff?
Rispondo di s, e lui mi prende il volume dalle mani.  una specie di album di ricordi
dice aprendolo. Anni fa c' stato un incendio e abbiamo perso molte delle foto e
dei ritagli pi vecchi, ma qualcosa  rimasto. Indica la prima pagina. Questo 
il tuo diploma di laurea dice. E qui c' una tua foto alla cerimonia di consegna.
Guardo l'immagine che mi sta indicando; nella foto sorrido e strizzo gli occhi al
sole, con indosso una toga nera e un copricapo di feltro con una nappa dorata. Appena
dietro di me c' un uomo in giacca e cravatta che distoglie lo sguardo dall'
obiettivo.
Sei tu? chiedo.
Sorride. No. Non ci siamo laureati nello stesso momento. Allora io stavo ancora
studiando. Chimica.
Alzo gli occhi su di lui. Quando ci siamo sposati? domando.
Lui si volta verso di me e mi prende la mano fra le sue. Rimango sorpresa dalla sua
pelle ruvida, abituata, suppongo, alla morbidezza della giovent. L'anno dopo il
tuo dottorato. Stavamo insieme gi da un po', ma tu... noi... volevamo entrambi
aspettare che finissi di studiare.
Scelta sensata, mi dico, anche se mi sembra stranamente pragmatica. Mi chiedo se
desiderassi davvero sposarlo.
Eravamo molto innamorati dice Ben come se mi avesse letto nel pensiero. Poi
aggiunge: Lo siamo ancora.
Non riesco a trovare nulla da dire. Sorrido. Lui beve un sorso di caff, poi torna
a guardare il volume che tiene sulle gambe. Gira qualche pagina.
Hai studiato Lettere riprende. Poi hai provato qualche lavoretto. Impieghi vari.
Segretaria, venditrice. Non sono sicuro che sapessi davvero cosa volevi fare. Io ho
preso una laurea in Scienze e poi la specializzazione per l'insegnamento. Per qualche
anno  stata dura, ma poi sono stato promosso e... be', eccoci qui.
Mi guardo intorno. Il salotto  elegante, confortevole. Insipidamente borghese. Sopra
il caminetto  appeso un dipinto incorniciato di un paesaggio boschivo, e sulla
mensola campeggiano alcune statuette di ceramica accanto a un orologio. Mi domando
se ho contribuito alla scelta degli arredi.
Ben prosegue. Insegno in un liceo qui vicino. Sono il preside. Lo dice senza una
traccia di orgoglio.
E io? domando, pur sapendo che esiste una sola possibile risposta. Lui mi stringe
la mano nella sua.
Hai dovuto smettere di lavorare. Dopo l'incidente. Non fai nulla. Deve percepire
la mia delusione. Non ne hai bisogno. Io guadagno abbastanza. Ce la caviamo. Stiamo
bene.
Chiudo gli occhi, mi porto una mano alla fronte. Tutto questo  troppo, vorrei che
stesse zitto. Sento di poter assorbire le notizie solo fino a un certo punto; se lui
continua ad aggiungerne, alla fine esploder.
Che cosa faccio tutto il giorno? vorrei chiedere, ma temo la sua risposta e non dico
nulla.
Ben finisce il suo pane tostato e riporta il vassoio in cucina. Quando rientra in
salotto ha addosso un impermeabile.
Devo andare al lavoro dice. Sento subito montare la tensione.
Non preoccuparti aggiunge. Andr tutto bene. Ti chiamo, te lo prometto. Non
dimenticare che oggi non  diverso da tutti gli altri giorni. Andr tutto bene.
Ma... comincio.
Devo andare ripete. Mi dispiace. Vieni, prima di uscire ti faccio vedere alcune
cose di cui potresti avere bisogno.
In cucina mi mostra cosa c' nei vari armadietti, alcuni avanzi in frigorifero che
posso usare per il pranzo e una lavagnetta cancellabile fissata al muro accanto a
un pennarello nero appeso a una corda. A volte la uso per lasciarti un messaggio
mi spiega. Vedo che ha scritto la parola  VENERD  in un maiuscolo chiaro e regolare,
e sotto le parole  Biancheria? Passeggiata? (Portare telefono!) TV?  Sotto la
parola  Pranzo  ha segnato che in frigo c' del salmone avanzato e ha
aggiunto  Insalata? Infine ha scritto che dovrebbe essere di ritorno per le sei. Hai
anche un'agenda dice. Nella tua borsa. Alle ultime pagine ci sono i numeri di
telefono importanti e il nostro indirizzo, nel caso ti smarrisca. E c' un
cellulare...
Un cosa? domando.
Un telefono risponde. Senza fili. Lo puoi usare ovunque. Fuori casa, dappertutto.
 nella tua borsa. Assicurati di averlo se esci.
Lo far.
Bene dice. Usciamo nell'atrio e Ben prende una borsa di pelle malconcia accanto
all'ingresso. Allora vado.
Okay. Non so bene cos'altro dire. Mi sento come una bambina lasciata a casa da
scuola mentre i genitori si recano al lavoro. Non toccare nulla, immagino di sentirlo
dire. Ricordati di prendere le medicine.
Ben mi si avvicina. Mi bacia sulla guancia. Non lo fermo, ma nemmeno ricambio. Lui
si volta verso la porta, e quando sta per aprirla si ferma.
Ah! esclama guardandomi. Quasi mi scordavo! Il suo tono sembra improvvisamente
studiato, il suo entusiasmo artificiale. Si sta sforzando troppo di sembrare
naturale, ma  evidente che si  preparato da tempo ci che sta per dirmi.
La realt  meno peggio di quanto temessi. Stasera partiamo annuncia. Per il fine
settimana.  il nostro anniversario, e cos ho pensato di prenotare un posto. Ti va
bene?
Annuisco. Mi sembra carino dico.
Sorride, apparentemente sollevato. Un bel programma, no? Una boccata d'aria di
mare? Ci far bene. Torna a girarsi verso la porta e la apre. Ti chiamo pi tardi
dice. Per vedere come va.
S rispondo. Fallo. Ti prego.
Ti amo, Christine. Non dimenticarlo mai.
Si chiude la porta alle spalle e io mi volto. Rientro in casa.
Pi tardi, a met mattina. Sono seduta in poltrona. I piatti sono lavati e messi in
ordine ad asciugare, il bucato  in macchina. Mi sono tenuta occupata.
Ma ora mi sento vuota.  vero, quello che ha detto Ben. Non ho memoria. Niente. Non
c' oggetto in questa casa che ricordi di aver gi visto. Non c' una sola fotografia,
attorno allo specchio o nell'album davanti a me, che faccia scattare la reminiscenza
di quando  stata scattata, non c' un momento con Ben che riesca a ricordare, a
parte quelli di stamattina. La mia mente sembra completamente vuota.
Chiudo gli occhi, cerco di concentrarmi su qualcosa. Qualsiasi cosa. Ieri. Lo scorso
Natale. Un Natale a caso. Il mio matrimonio. Non c' nulla.
Mi rialzo. Mi aggiro per la casa, da una stanza all'altra. Lentamente. Vago come
uno spettro, sfiorando con la punta delle dita le pareti, i tavoli, le spalliere di
sedie e divani, ma senza davvero toccarli. Come mi sono ridotta cos? mi chiedo. Guardo
i tappeti, gli scendiletto decorati, le statuette di porcellana sulla mensola del
caminetto, i piatti ornamentali sugli scaffali in sala da pranzo. Cerco di dirmi che
sono cose mie. Che  tutto mio. La mia casa, mio marito, la mia vita. Ma questi oggetti
non mi appartengono. Non sono parte di me. Apro l'anta dell'armadio in camera da
letto e vedo una schiera di vestiti che non riconosco, appesi con cura come vuote
versioni di una donna sconosciuta. Una donna nella cui casa mi sto aggirando, di cui
ho usato sapone e shampoo, di cui mi sono sfilata la vestaglia, di cui sto ancora
calzando le pantofole. Non posso vederla,  una presenza spettrale, distaccata e
intoccabile. Stamattina mi sentivo in colpa mentre sceglievo la biancheria intima;
rovistavo fra le mutande appallottolate insieme alle calze e ai collant come se
temessi di essere colta sul fatto. Quando ho visto gli articoli di seta e pizzo in
fondo al cassetto, cose acquistate per essere viste oltre che indossate, ho trattenuto
il fiato. Rimettendo le mutande scartate nell'identica posizione in cui le avevo
trovate, ne ho scelto un paio azzurro pallido che sembrava avere un reggiseno in tinta,
li ho indossati e poi mi sono infilata collant pesanti, pantaloni e camicia.
Mi sono seduta alla toletta e mi sono guardata allo specchio con fare circospetto.
Ho percorso con un dito le rughe sulla fronte, le pieghe della pelle sotto gli occhi.
Ho sorriso per controllarmi i denti, osservando le increspature agli angoli della
bocca, le zampe di gallina. Ho notato le chiazze della pelle, una macchia pi chiara
sulla fronte che sembrava il ricordo di un livido. Ho trovato qualche cosmetico e
mi sono truccata. Un tocco di cipria, un velo di fard. Ho visualizzato una donna (mia
madre, me ne rendo conto ora) che compiva gli stessi gesti, i suoi quadri di guerra,
e stamattina, mentre mi asciugavo il rossetto con un fazzoletto di carta e chiudevo
la confezione del mascara, l'espressione mi  parsa appropriata. Mi sentivo sul punto
di andare in battaglia, o come se la battaglia stessa avanzasse verso di me.
Mandarmi a scuola. Truccarsi. Cercavo di immaginarmi mia madre intenta a fare qualcos
'altro. Qualsiasi cosa. Ma non ci riuscivo. Vedevo solo un vuoto, vaste lacune fra
piccole isole di memoria, anni di vuoto.
Ora, in cucina, apro gli armadietti: pacchi di pasta, scatole di un riso chiamato
arborio, lattine di fagioli bianchi. Cibi che non riconosco. Ricordo pane e formaggio,
pesce surgelato, panini con  corned beef. Prendo una scatola con un'etichetta che
dice  ceci  e un sacchetto di qualcosa chiamato  couscous. Non so cosa siano queste
cose, men che meno come cucinarle. Come faccio a sopravvivere nel ruolo di moglie?
Alzo gli occhi sulla lavagnetta che Ben mi ha mostrato prima di andare.  grigio
sporco; le parole sono state scritte e poi cancellate, sostituite, corrette, ma ognuna
ha lasciato qualche piccolo residuo. Mi chiedo cosa troverei se potessi decifrare
tutti gli strati, se fosse possibile penetrare il mio passato in questo modo, ma mi
rendo conto che se anche fosse possibile sarebbe futile. Sono sicura che troverei
soltanto messaggi e liste, cibi da comprare, cose da fare.
 davvero questa la mia vita? mi chiedo.  tutta qui? Prendo il pennarello e aggiungo
una nuova annotazione alla lavagna:  Preparare borsa per stasera?  Non  granch come
promemoria, ma almeno  mio.
Sento un rumore. Una musica che viene dalla mia borsa. La apro e la svuoto sul divano.
Il portafoglio, fazzoletti di carta, penne, un rossetto. Un portacipria, lo scontrino
di due caff. Un'agenda, un piccolo quadrato di circa cinque centimetri di lato con
una copertina a fiori e una matita infilata nel dorso.
Trovo un oggetto che suppongo sia il telefono di cui parlava Ben:  piccolo, di
plastica, con una tastiera che lo fa sembrare un giocattolo. Sta suonando, il
minuscolo schermo  acceso. Premo quello che spero sia il tasto giusto.
Pronto? dico. La voce che mi risponde non  quella di Ben.
Salve dice. Christine? Parlo con Christine Lucas?
Non voglio rispondere. Il mio cognome mi sembra estraneo quanto il nome.  come se
quel poco di terreno solido che avevo conquistato fosse scomparso di nuovo,
rimpiazzato dalle sabbie mobili.
Christine?  lei?
Chi pu essere? Chi pu sapere dove sono, chi sono? Mi rendo conto che potrebbe essere
chiunque. Sento montare il panico. Il mio dito resta sospeso sopra il tasto che metter
fine alla chiamata.
Christine? Sono io, il dottor Nash. La prego, risponda.
Il nome non mi dice nulla, ma domando lo stesso: Chi parla?.
La voce assume un tono diverso. Sollievo? Sono il dottor Nash dice. Il suo dottore.
Un altro istante di panico. Il mio dottore? ripeto. Non sono malata, vorrei
aggiungere, ma non so nemmeno questo. Comincia a girarmi la testa.
S dice lui. Ma non si preoccupi. Stavamo solo lavorando sulla sua memoria. Non
ha niente di grave.
Mi accorgo del tempo che ha usato. Stavamo. Dunque  un'altra persona che non ricordo.
Che tipo di lavoro? chiedo.
Sto cercando di aiutarla, di migliorare le cose risponde. Di capire cosa
esattamente abbia causato i suoi problemi di memoria e se c' qualcosa che possiamo
fare.
 una spiegazione sensata, ma mi viene in mente un'altra cosa. Come mai Ben non mi
ha parlato di questo dottore prima di uscire di casa?
Come? domando. Cosa stiamo facendo?
Negli ultimi tempi ci siamo visti pi o meno un paio di volte alla settimana.
Non sembra possibile. Un'altra persona frequentata regolarmente che non mi ha
lasciato alcun ricordo.
Ma io non l'ho mai vista, vorrei ribattere. Lei potrebbe essere chiunque.
Lo stesso potrebbe valere per l'uomo con cui mi sono svegliata stamattina, e che
si  rivelato essere mio marito.
Non ricordo dico.
La voce al telefono si addolcisce. Non si preoccupi. Lo so. Se ci che dice  vero,
dovrebbe capirlo meglio di chiunque altro. Mi spiega che il nostro prossimo
appuntamento  fissato per oggi.
Oggi? ripeto. Ripenso a ci che Ben mi ha detto stamattina, alla lista di cose da
fare sulla lavagnetta in cucina. Ma mio marito non mi ha detto niente. Mi rendo
conto che  la prima volta che chiamo cos l'uomo con cui mi sono svegliata.
C' un silenzio, poi il dottor Nash dice: Non sono sicuro che Ben sappia che ci
stiamo vedendo.
Noto che conosce il nome di mio marito, ma ribatto:  ridicolo! Come fa a non saperlo?
Me l'avrebbe detto!.
Un sospiro. Si deve fidare di me dice lui. Posso spiegarle tutto quando ci vediamo.
Stiamo davvero facendo progressi.
Quando ci vediamo? E come facciamo? Il pensiero di uscire senza Ben, senza che lui
sappia dove mi trovo o con chi sono, mi terrorizza.
Mi dispiace rispondo. Non posso.
Christine, insiste lui  importante. Controlli la sua agenda e vedr che le sto
dicendo la verit. Ce l'ha con s? Dovrebbe essere nella sua borsa.
Raccolgo il quaderno a fiori dal divano e rimango sconvolta nel vedere l'anno
stampato a caratteri dorati in copertina. Duemilasette. Vent'anni dopo quello che
pensavo.
S.
Controlli la data di oggi dice lui. Il trenta novembre. Dovrebbe esserci segnato
il nostro appuntamento.
Non capisco come possa essere novembre, come domani possa essere dicembre, ma sfoglio
comunque le pagine sottili come carta velina fino alla data di oggi. Infilato fra
le pagine c' un foglietto con una scritta in uno stampatello che non
riconosco:  30  NOVEMBRE, DOTTOR NASH. Appena sotto ci sono le parole:  NON DIRLO A BEN. Mi
domando se Ben le abbia lette, se controlli le mie cose.
Decido che non c' motivo per cui lo faccia. Gli altri giorni dell'agenda sono vuoti.
Nessun compleanno, nessuna serata, nessuna festa. Descrivono davvero la mia vita?
Esatto. Il dottor Nash dice che passer a prendermi, che sa dove abito e che sar
qui fra un'ora.
Ma mio marito... comincio.
Non si preoccupi. Saremo di ritorno prima che rientri. Glielo prometto. Si fidi.
L'orologio sulla mensola del caminetto suona, e io lo guardo.  antiquato, un grosso
quadrante in una cassa di legno, con i numeri romani lungo il bordo. Segna le undici
e mezza. Accanto c' la chiave d'argento con cui caricarlo, cosa che immagino Ben
ricordi di fare ogni sera. Sembra abbastanza vecchio da essere un oggetto d'
antiquariato, e mi domando come sia finito a casa nostra. Forse non ha una storia,
o quanto meno una storia che abbia a che fare con noi, ed  semplicemente qualcosa
che abbiamo visto in un negozio o su una bancarella e che uno dei due ha voluto.
Probabilmente Ben, penso. Mi rendo conto che non mi piace.
Per questa volta incontrer il dottor Nash, mi dico. E stasera, quando Ben torner
a casa, glielo dir. Non riesco a credere che gli stia nascondendo una cosa simile.
Io, che dipendo in modo cos totale da lui.
Ma il dottor Nash ha una voce che suona stranamente familiare. A differenza di Ben,
non mi sembra del tutto estraneo. Mi rendo conto che mi riesce quasi pi facile credere
di conoscere lui che mio marito.
Stiamo facendo progressi ha detto. Ho bisogno di sapere che tipo di progressi
intende.
Okay dico. Venga pure.
Quando arriva, il dottor Nash propone di andare a bere un caff. Ha sete? mi chiede.
Non penso ci convenga tornare nel mio studio. Fra l'altro, oggi volevo pi che altro
parlarle.
Annuisco, accettando la proposta. Al suo arrivo, mi trovavo in camera da letto; l
'ho visto parcheggiare e chiudere l'auto, sistemarsi i capelli, lisciarsi la giacca
e prendere la borsa. Non  lui, mi sono detta mentre rivolgeva un cenno di saluto
ad alcuni operai intenti a scaricare i loro attrezzi da un furgone; ma poi ha imboccato
il sentiero di casa nostra. Sembrava giovane, troppo giovane per essere un dottore,
e pur non sapendo di preciso come mi aspettassi di vederlo arrivare, non era certo
in giacca sportiva e pantaloni di velluto grigio.
C' un parco in fondo alla strada, dice penso che ci sia un caff. Potremmo andare
l.
Ci incamminiamo fianco a fianco. Il freddo  pungente; mi stringo la sciarpa al collo.
 un sollievo avere in borsa il cellulare che mi ha dato Ben. E anche che il dottor
Nash non abbia proposto di allontanarci in macchina. Una parte di me si fida di quest
'uomo, ma un'altra pi consistente mi ripete che potrebbe essere chiunque. Uno
sconosciuto.
Sono una donna adulta, ma ho subto un danno. Sarebbe facile per lui portarmi chiss
dove, anche se non so cosa potrebbe volermi fare. Sono vulnerabile come una bambina.
Raggiungiamo la via principale, che separa la fine della strada dal parco, e
aspettiamo di attraversarla. Il silenzio che ci circonda  opprimente. Avevo
intenzione di attendere fin quando ci fossimo seduti prima di interrogarlo, ma a un
tratto mi sorprendo a parlare. Che genere di dottore  lei? gli sto domandando.
Che cosa fa? Come mi ha trovata?
Lui mi guarda. Sono un neuropsicologo risponde. Sta sorridendo. Forse gli faccio
la stessa domanda ogni volta che ci vediamo. Sono specializzato in pazienti con
disturbi cerebrali, con uno speciale interesse per le nuove tecniche di risonanza
magnetica funzionale. Da tempo mi occupo in particolare dei meccanismi e delle
funzioni della memoria. Ho saputo di lei attraverso la letteratura sull'argomento
e l'ho rintracciata. Non  stato troppo difficile.
Un'auto svolta nella via e avanza verso di noi. La letteratura?
S. Sono state fatte alcune ricerche su di lei. Ho preso contatto con l'istituto
in cui era stata seguita prima che tornasse a vivere a casa.
Ma perch? Perch voleva trovarmi?
Sorride. Perch pensavo di poterla aiutare.  un po' che lavoro con pazienti con
problemi di questo tipo. Penso che li si possa aiutare, ma che ci richieda un
interscambio pi intenso della solita ora alla settimana. Avevo alcune idee riguardo
a come ottenere miglioramenti concreti e volevo metterle alla prova. Esita. Inoltre
sto scrivendo una ricerca sul suo caso. L'opera definitiva, se vuole. Comincia a
ridere, ma io non mi unisco, e lui smette. Si schiarisce la gola. Il suo  un caso
insolito. Credo che grazie a lei si possa scoprire molto pi di quanto gi sappiamo
riguardo al funzionamento della memoria.
L'auto passa e noi attraversiamo la strada. Sento montare la tensione.  Disturbi
cerebrali. Ricerca. Rintracciata. Cerco di fare respiri profondi, di rilassarmi, ma
non ci riesco. Nel mio corpo ci sono due me stesse: una  una donna di quarantasette
anni, calma, educata, consapevole di quale comportamento sia appropriato e quale no,
l'altra  una ragazza urlante di poco pi di vent'anni. Non riesco a decidere quale
sia la vera me stessa, ma poich gli unici suoni che sento sono quelli del traffico
in lontananza e dei bambini nel parco, suppongo che debba essere la prima.
Sul marciapiede opposto mi fermo e dico: Senta, cosa sta succedendo? Stamattina mi
sono svegliata in un posto che non ho mai visto ma che a quanto pare  casa mia, vicino
a uno sconosciuto che dice di essere mio marito da molti anni. E lei sembra sapere
pi cose su di me di quante non ne sappia io.
Il dottor Nash annuisce lentamente. Lei soffre di amnesia dice posandomi la mano
sul braccio. Ne soffre da molto tempo. Non riesce a trattenere i nuovi ricordi. Per
questo ha dimenticato gran parte di ci che le  accaduto nella vita adulta. Ogni
giorno si sveglia come se fosse ancora ragazza. A volte addirittura bambina.
Sentirlo da lui, un dottore, lo rende in qualche modo peggiore. Quindi  vero?
Temo di s. S. L'uomo a casa  suo marito. Ben. Siete sposati da anni. Da molto
prima che iniziasse la sua amnesia. Annuisco. Andiamo?
Rispondo di s ed entriamo nel parco. C' un sentiero lungo il perimetro, e poco
distante ci sono un campo giochi per bambini e un casotto da cui escono alcune persone
con vassoi di spuntini. Lo raggiungiamo, e mentre lui ordina da bere mi siedo a uno
dei tavoli di formica sbeccata.
Il dottor Nash torna con due bicchieri di plastica colmi di caff forte, il mio nero
e il suo con latte. Si versa lo zucchero da un contenitore sul tavolo ma non me lo
offre, ed  questo, pi di qualsiasi altra cosa, a convincermi che ci siamo gi visti.
Alza gli occhi su di me e mi chiede dove ho picchiato la fronte.
Cosa...? comincio a dire, ma poi ricordo il livido che ho notato stamattina.
Evidentemente il trucco non l'ha coperto. Questo? dico. Non ne sono sicura. Ma
non  nulla, non fa male.
Lui non risponde. Continua a mescolare il suo caff.
E cos  mio marito a occuparsi di me? chiedo.
Nash alza gli occhi. S, anche se non da sempre. All'inizio il suo disturbo era
talmente grave che aveva bisogno di attenzioni costanti. Non  da molto che Ben se
l' sentita di prendersi cura di lei da solo.
Dunque il modo in cui mi sento adesso  un miglioramento. Sono lieta di non ricordare
quando le cose andavano peggio.
Deve amarmi molto dico, pi a me stessa che a Nash.
Lui annuisce. Ha un'esitazione. Sorseggiamo i nostri caff. S. Penso di s.
Sorrido e abbasso gli occhi sulle mie mani che stringono la bevanda calda, sulla fede
nuziale, sulle unghie corte, sulle gambe garbatamente accavallate. Non riconosco il
mio stesso corpo.
Per quale motivo mio marito non sa che ci vediamo? domando.
Lui sospira e chiude gli occhi. Devo essere sincero dice intrecciando le dita e
sporgendosi in avanti sul tavolo. All'inizio sono stato io a chiederle di non
dirglielo.
Avverto un sussulto di paura che mi percorre quasi come un'eco. Ma lui mi sembra
una persona affidabile.
Prosegua gli dico. Voglio credere che mi possa aiutare.
Lei e Ben siete stati interpellati da numerosi specialisti, dottori, psichiatri,
psicologi e simili che volevano lavorare con lei. Ma lui si  sempre mostrato
estremamente riluttante. Ha sempre detto in termini molto chiari che lei si era gi
sottoposta a cure estensive, che secondo lui non avevano fatto altro che turbarla
ancora di pi. Naturalmente voleva risparmiare, a lei quanto a se stesso, altre
sofferenze.
Ma certo; non vuole illudermi. Dunque lei mi ha convinta a vederla a sua insaputa?
S. In un primo tempo mi sono rivolto a Ben. Abbiamo parlato al telefono. Gli ho
perfino proposto un incontro per spiegargli cosa potevo offrirvi, ma lui ha rifiutato.
E cos ho contattato direttamente lei.
Un altro moto di paura, come dal nulla. In che modo? gli chiedo.
Lui abbassa gli occhi sul suo caff. Sono venuto da lei. Ho aspettato che uscisse
di casa e mi sono presentato.
E io ho accettato di vederla? Di punto in bianco?
Non subito, no. Ho dovuto convincerla che poteva fidarsi. Le ho proposto di
incontrarci una volta sola, per una seduta. Senza che Ben lo sapesse, se quello era
il prezzo da pagare. Le ho detto che le avrei spiegato perch volevo che venisse da
me e cosa pensavo di poterle offrire.
E io ho accettato...
Rialza gli occhi. S. Le ho detto che dopo la prima visita avrebbe deciso da sola
se dirlo a Ben oppure no, ma che se avesse stabilito di non farlo le avrei telefonato
ogni volta per ricordarle i nostri appuntamenti e tutto il resto.
E io ho scelto di non dirglielo.
Esatto. Ha detto che voleva aspettare di vedere qualche progresso prima di
parlargliene. Pensava che fosse meglio cos.
E li stiamo facendo?
Che cosa?
I progressi?
Beve un altro sorso di caff, poi appoggia il bicchiere sul tavolo. S, penso di
s. Anche se  molto difficile quantificarli con precisione. Ma nelle ultime settimane
sembrano esserle tornati in mente numerosi ricordi, molti per la prima volta, per
quanto ne sappiamo. E ci sono alcune cose di cui  pi spesso consapevole, mentre
prima accadeva soltanto di rado. Per esempio, adesso a volte si sveglia ricordandosi
di essere sposata. E... Esita.
E...? ripeto.
Be', penso che stia diventando pi indipendente.
Indipendente?
S. Fa meno assegnamento su Ben. O su di me.
 tutto qui, mi dico. Questo  il progresso di cui parla. L'indipendenza. Forse vuol
dire che posso fare le commissioni o andare in biblioteca senza un accompagnatore,
anche se al momento non sono nemmeno sicura di questo. In ogni caso, non ho ancora
fatto abbastanza progressi da poterli sbandierare a mio marito. N da potermi
svegliare ogni giorno ricordando di averne uno.
Nient'altro?
Sono cose importanti dice Nash. Non le sottovaluti, Christine.
Non dico nulla. Bevo un sorso di caff e mi guardo intorno. Il locale  semivuoto.
Si sentono solo alcune voci da una piccola cucina sul retro, il fischio occasionale
dei bollitori, le grida lontane dei bambini che giocano.  difficile credere che
questo posto sia cos vicino a casa mia ma che io non ricordi di esserci mai stata.
Ha detto che ci stiamo vedendo da alcune settimane dico al dottor Nash. Che cosa
stiamo facendo?
Non ricorda nulla delle sedute precedenti? Proprio niente?
No, niente. Per quanto ne so, oggi  la prima volta che la vedo.
Mi perdoni se gliel'ho chiesto si scusa. Come le ho detto, ogni tanto ha barlumi
di ricordi. Certi giorni sembra sapere pi cose di altri.
Non capisco dico. Non ricordo di averla mai vista in vita mia, non ricordo cos
' successo ieri, o il giorno prima, o anche l'anno scorso. Ma certe cose del lontano
passato le ho in mente. La mia infanzia. Mia madre. L'universit, anche se di
sfuggita. Non capisco come abbiano fatto i vecchi ricordi a sopravvivere quando tutto
il resto  stato cancellato.
Mentre ascoltava la mia domanda, Nash ha continuato ad annuire. Di sicuro l'ha gi
sentita. Forse gliela faccio ogni settimana. Forse facciamo sempre la stessa identica
conversazione.
La memoria  una cosa complessa spiega. L'essere umano ha una memoria a breve
termine che pu conservare fatti e informazioni per circa un minuto, ma ne possiede
anche una a lungo termine, in cui pu immagazzinare enormi quantit di informazioni
per un periodo apparentemente indefinito. Ora sappiamo che queste due funzioni
sembrano essere controllate da parti diverse del cervello, unite da alcune
connessioni neurali. C' anche una parte del cervello che sembra incaricata di
prendere i ricordi transitori e a breve termine e codificarli come ricordi a lungo
termine, da richiamare molto pi avanti.
Parla in modo disinvolto, spedito, come se si sentisse su un terreno solido. Un tempo
dovevo esserlo anch'io, suppongo: sicura di me stessa.
Esistono due forme principali di amnesia prosegue. In quella pi comune il malato
non ricorda alcuni eventi passati e in particolare quelli pi recenti. Per fare un
esempio, se ha avuto un incidente d'auto potrebbe non ricordare l'evento o i giorni
e le settimane che l'hanno preceduto, ma ricorda alla perfezione tutto ci che 
accaduto fino a, poniamo, sei mesi prima dell'incidente.
Annuisco. E nell'altra?
L'altra  pi rara. A volte c' un'incapacit di trasferire i ricordi dal breve
al lungo termine. Chi  colpito da questa forma di amnesia vive nel presente ed 
in grado di ricordare soltanto il passato immediato e soltanto per poco.
Smette di parlare, come se aspettasse che io dicessi qualcosa.  come se avessimo
ognuno le sue battute, come se avessimo provato spesso questa conversazione.
E io ho entrambe le forme? dico. Una perdita dei ricordi passati e l'incapacit
di formarne di nuovi?
Si schiarisce la gola. Purtroppo s.  raro, ma perfettamente possibile. A rendere
insolito il suo caso, tuttavia, sono le caratteristiche dell'amnesia. In generale
non ha ricordi duraturi di ci che le  accaduto dopo la prima infanzia, ma sembra
processare i nuovi ricordi in un modo che non ho mai visto. Se ora uscissi da questo
locale e tornassi dopo due minuti, molti malati di amnesia antero-retrograda non
ricorderebbero di avermi mai conosciuto, e di sicuro non oggi. Ma lei sembra in grado
di ricordare intere porzioni di tempo, fino a ventiquattro ore, che poi torna a
perdere. E questo  atipico. A essere sinceri non ha molto senso, sulla base di ci
che crediamo di sapere sul funzionamento della memoria. Sembra indicare che lei sia
perfettamente in grado di operare il trasferimento dei dati dalla memoria a breve
termine a quella a lungo termine. Quello che non capisco  il motivo per cui non riesce
a trattenerli.
La mia vita sar anche ridotta in pezzi, ma almeno sono pezzi abbastanza grossi da
permettermi di mantenere una parvenza di autonomia. Suppongo significhi che sono
fortunata.
Perch? chiedo. Qual  la causa?
Lui non dice nulla. Nel locale scende il silenzio. L'aria pare immobile, viscosa.
Quando Nash risponde, le sue parole sembrano echeggiare dalle pareti. Le cause di
una perdita di memoria possono essere molte dice. Sia di quella a breve sia di quella
a lungo termine. Malattia, trauma, uso di droghe. L'esatta natura della menomazione
sembra variare a seconda di quale parte del cervello  stata colpita.
S ribatto. Ma qual  la causa della mia?
Lui mi guarda per un momento. Ben cosa le ha detto?
Ripenso alla nostra conversazione in camera da letto. Un incidente mi ha detto.
Un brutto incidente.
S conferma Nash allungando la mano verso la sua borsa sotto il tavolo. La sua
amnesia  stata causata da un trauma.  vero, almeno in parte. Apre la borsa e tira
fuori un volume. Sulle prime mi chiedo se stia per consultare i propri appunti, ma
poi lo fa scivolare verso di me. Ascolti, voglio darle questo dice. Le chiarir
ogni cosa. Meglio di quanto possa fare io stesso. In particolare sulla causa della
sua condizione. Ma anche su altro.
Prendo il volume.  rilegato in pelle marrone, chiuso da un elastico. Sfilo l'
elastico e apro il libro su una pagina a caso. La carta  pesante, a righe sottili
con un margine rosso, le pagine sono invase da una scrittura fitta. Che cos'?
domando.
 un diario risponde Nash. Sono alcune settimane che lo tiene.
Sono sorpresa. Un diario? Mi chiedo come mai ce l'abbia lui.
S. Un resoconto di ci che stiamo facendo. Le ho chiesto io di tenerlo. Abbiamo
svolto un gran lavoro sui meccanismi della sua memoria. Ho pensato che sarebbe stato
utile documentare ci che stiamo facendo.
Guardo il volume di fronte a me. Quindi l'ho scritto io?
S. Le ho detto di scrivere quello che voleva. Ci hanno provato gi in molti fra
gli amnesici, ma di solito i risultati sono inferiori alle aspettative a causa dell
'estensione ridotta della loro memoria. Ma poich ci sono cose che lei riesce a
ricordare per l'intera giornata, non trovavo niente di male nell'idea di scrivere
qualche osservazione serale. Ho pensato che potesse aiutarla a mantenere il filo della
memoria da un giorno all'altro. La memoria potrebbe essere come un muscolo, mi sono
detto, forse la si pu rafforzare con l'esercizio.
E lei lo leggeva strada facendo?
No.  riservato.
Ma come...? comincio.  Ben a ricordarmi di scrivere? domando poi.
Nash scuote la testa. Le ho suggerito di mantenerlo segreto risponde. Lo tiene
nascosto a casa sua. Io le telefono per ricordarle dove.
Ogni giorno?
Pi o meno.
E Ben...?
Esita, poi dice: No, Ben non l'ha letto.
Mi chiedo perch no, cosa potrebbe contenere che non voglio mostrare a mio marito.
Che segreti posso avere? Segreti che nemmeno io conosco.
Ma lei l'ha letto?
Me l'ha lasciato qualche giorno fa, mi ha detto che voleva lo leggessi. Che era
arrivato il momento.
Guardo di nuovo il libro, eccitata. Un diario. Un collegamento con un passato perduto,
per quanto recente.
L'ha letto tutto?
S. Quasi tutto. Penso di aver letto le parti pi importanti, in ogni caso. Esita
e distoglie lo sguardo, grattandosi il retro del collo. Imbarazzo, mi dico. Mi chiedo
se mi stia dicendo la verit sui contenuti del diario. Lui finisce il suo caff e
dice: Non l'ho costretta a darmelo. Voglio che lo sappia.
Annuisco e proseguo a sorseggiare in silenzio, sfogliando le pagine del libro. Sul
lato interno della copertina c' un elenco di date. Queste cosa sono? chiedo.
Sono le date dei nostri incontri risponde lui. E quelle programmate. Le fissiamo
a mano a mano. Io le telefono per ricordargliele, chiedendole di controllare sul
diario.
Penso al biglietto giallo infilato nella mia agenda. E oggi?
Oggi avevo io il suo diario, per questo abbiamo usato un biglietto.
Annuisco e sfoglio il resto del volume.  riempito da una fitta calligrafia che non
riconosco. Pagina dopo pagina. Giorni e giorni di lavoro.
Mi chiedo come ho fatto a trovare il tempo, ma poi penso alla lavagnetta in cucina
e la risposta  ovvia; non avevo altro da fare.
Poso il volume sul tavolo. Un ragazzo in jeans e maglietta entra e lancia un'occhiata
dalla nostra parte, poi ordina una bibita e si siede a un altro tavolo con il giornale.
Non torna a guardarmi, e la ventiquattrenne che  in me si offende. Mi sembra di essere
invisibile.
Andiamo? dico.
Rifacciamo il percorso di prima. Il cielo si  rannuvolato, e nell'aria aleggia una
nebbiolina. Il terreno sotto i miei piedi sembra zuppo;  come camminare sulle sabbie
mobili. Nel campo giochi una giostra ruota lentamente pur essendo vuota.
Di solito non ci incontriamo qui? chiedo quando abbiamo raggiunto la strada. Al
caff, intendo?
No. No, di solito ci vediamo nel mio studio. Facciamo esercizi, test e cose simili.
E perch oggi ci siamo visti qui?
In realt volevo soltanto restituirle il diario dice lui. Il fatto che non l
'avesse mi preoccupava.
Ci faccio affidamento?
In un certo senso s.
Attraversiamo la strada e torniamo alla casa in cui vivo con Ben. Vedo l'auto del
dottor Nash ancora parcheggiata dove l'ha lasciata, il giardinetto fuori dalla
nostra finestra, il breve sentiero, le aiuole ben curate. Non riesco ancora a credere
che sia casa mia.
Vuole entrare? chiedo. Un altro caff?
Nash scuote il capo. No. No, grazie. Devo andare. Stasera Julie e io abbiamo un
impegno.
Per un istante resta fermo e mi guarda. Noto i suoi capelli corti con una netta
scriminatura e il modo in cui le righe verticali della camicia stonano con quelle
orizzontali del maglione. Mi rendo conto che ha soltanto pochi anni in pi di quanti
io stessa pensavo di averne questa mattina quando mi sono svegliata. Julie  sua
moglie?
Sorride e scuote la testa. No, la mia ragazza. Fidanzata, a dire il vero. Siamo
fidanzati, continuo a dimenticarlo.
Ricambio il sorriso. Sono questi i dettagli che dovrei ricordare, suppongo. Le piccole
cose. Forse il mio diario  pieno di queste banalit, di questi piccoli ganci a cui
 appesa un'intera esistenza.
Congratulazioni dico, e lui mi ringrazia.
Sento che dovrei fare pi domande, che dovrei mostrare pi interesse, ma sarebbe
inutile. Qualsiasi cosa lui mi dir, domani al mio risveglio l'avr dimenticata.
L'oggi  tutto quello che possiedo. Meglio che rientri, in ogni caso dico.
Passeremo il fine settimana fuori citt. Al mare. Devo preparare i bagagli...
Nash sorride. Arrivederci, Christine. Si gira per andarsene, ma poi torna a voltarsi
verso di me. Sul suo diario ci sono i miei numeri dice. Sul davanti. Mi chiami
se vuole che ci rivediamo. Per proseguire la terapia, intendo dire. D'accordo?
Se? ripeto. Ripenso al diario e agli appuntamenti segnati a matita da qui a fine
anno. Credevo avessimo gi fissato altre sedute.
Capir quando legger dice lui. Sar tutto chiaro, glielo prometto.
Okay. Mi rendo conto che mi fido di lui, e ne sono felice. Felice di non avere
soltanto mio marito su cui poter contare.
Dipende da lei, Christine. Pu chiamarmi quando vuole.
Lo far prometto, e lui mi rivolge un cenno di saluto e sale in macchina, poi si
guarda alle spalle, esce in retromarcia dal vialetto e si allontana.
Mi preparo un caff e me lo porto in salotto. Da fuori giungono fischiettii, raffiche
di martelli pneumatici e risate intermittenti, ma quando mi rilasso in poltrona
perfino questi suoni si riducono a un sommesso ronzio di sottofondo. Il sole pallido
penetra a fatica dalle tendine di pizzo, ne avverto il fiacco tepore sulle braccia
e sulle cosce. Tiro fuori il diario dalla borsa.
Sono tesa. Non so cosa possa esserci in questo libro. Quali shock e quali sorprese.
Quali misteri. Vedo l'album di ritagli sul tavolino. Contiene una versione del mio
passato, ma una versione scelta da Ben. Il volume che ho in mano ne offre forse un
'altra? Lo apro.
La prima pagina non  a righe. Al centro campeggia il mio nome in inchiostro
nero.  Christine Lucas.  un miracolo che appena sotto non abbia scritto  Privato!  O
magari  Alla larga!.
Ma qualcosa  stato aggiunto. Qualcosa di inaspettato, di terrificante. Pi
terrificante di qualsiasi altra cosa abbia visto oggi. Sotto il mio nome, in
inchiostro blu e a caratteri maiuscoli, ci sono altre quattro parole.
NON FIDARTI DI BEN
Non posso fare altro che voltare pagina.
Comincio a leggere la mia storia.
SECONDA  PARTE
Il diario di Christine Lucas
Venerd 9 novembre
Mi chiamo Christine Lucas. Ho quarantasette anni. Sono amnesica. Sto scrivendo la
mia storia seduta su questo letto sconosciuto, con indosso una camicia da notte di
seta che, a quanto pare, l'uomo al pianterreno (che dice di essere mio marito e di
chiamarsi Ben) mi ha regalato per il mio quarantaseiesimo compleanno. La stanza 
immersa nel silenzio e l'unica luce  il fioco bagliore arancione della lampada sul
comodino. Mi sento come se galleggiassi, sospesa in una polla di luce.
Ho chiuso la porta della camera da letto. Sto scrivendo queste righe in privato. In
segreto. Sento mio marito in salotto (il sospiro sommesso del divano quando si sporge
in avanti o si alza, un occasionale colpo di tosse educatamente soffocato), ma se
salir gli nasconder questo diario. Lo infiler sotto il letto o sotto il cuscino.
Non voglio che mi veda mentre lo uso. Non voglio essere costretta a dirgli come ne
sono giunta in possesso.
Guardo l'orologio sul comodino. Sono quasi le undici; devo fare in fretta. Immagino
che presto sentir il televisore spegnersi, lo scricchiolio del pavimento mentre Ben
attraversa la sala, lo scatto di un interruttore. Andr in cucina a prepararsi un
panino o a versarsi un bicchiere d'acqua? Oppure verr direttamente a letto? Non
lo so. Non conosco i suoi rituali. Non conosco nemmeno i miei.
Perch non ho memoria. A sentire Ben, a sentire il dottore che ho visto questo
pomeriggio, quando mi addormenter la mia mente canceller tutto quello che so oggi.
Tutto quello che ho fatto oggi. Domani mi sveglier come mi sono svegliata questa
mattina. Pensando di essere ancora bambina. Pensando di avere ancora un'intera vita
di scelte davanti a me.
E poi scoprir, di nuovo, che mi sono sbagliata. Le mie scelte sono gi state fatte.
Met della mia vita  passata.
Il dottore si chiama Nash. Mi ha telefonato stamattina,  venuto a prendermi in
macchina e mi ha portata in uno studio. Mi ha chiesto se lo conoscevo e io ho risposto
di no; a quel punto ha sorriso, ma non in modo scortese, e ha aperto il computer sulla
sua scrivania.
Mi ha mostrato un filmato. Un video. C'eravamo entrambi, vestiti in modo diverso
ma seduti sulle stesse sedie, nello stesso studio. Nel filmato lui mi passava una
matita e mi chiedeva di tracciare alcune forme su un foglio di carta, ma guardando
in uno specchio in modo che tutto apparisse rovesciato. Era evidente che facevo
fatica, ma riguardandolo adesso non riuscivo a vedere altro che le mie dita
raggrinzite e il bagliore della fede nuziale sulla mano sinistra. Al termine dell
'esercizio, il dottore sembrava soddisfatto. Sta diventando pi veloce diceva nel
video, e poi aggiungeva che anche se non ricordavo l'azione in s, nel profondo della
mia mente dovevo ricordare gli effetti delle settimane di pratica. Significa che
a un certo livello la sua memoria a lungo termine funziona proseguiva. Io sorridevo,
ma non sembravo felice. E a quel punto il filmato finiva.
Il dottor Nash ha richiuso il computer. Ha detto che sono diverse settimane che ci
vediamo, e che io mostro un grave deterioramento di quella che si chiama memoria
episodica. Questo significa, mi ha spiegato, che non riesco a ricordare eventi o
episodi della mia vita e di solito  dovuto a un problema neurologico, strutturale
o chimico, o a uno squilibrio ormonale.  qualcosa di molto raro, e io sembro esserne
affetta in modo particolarmente grave. Quando gli ho chiesto quanto grave, mi ha
risposto che in certi giorni i miei ricordi non vanno molto al di l della prima
infanzia. Ho ripensato a questa mattina, quando mi sono svegliata senza alcuna memoria
della mia vita da adulta.
Certi giorni? ho ripetuto. Lui non ha risposto, e il suo silenzio mi ha rivelato
ci che in realt voleva dire: "Il pi delle volte".
Esistono cure per l'amnesia persistente, ha detto, terapie farmacologiche e
ipnotiche, ma la maggior parte le ho gi provate. Tuttavia lei  nella posizione
unica di potersi aiutare da sola, Christine ha aggiunto, e quando gli ho chiesto
per quale motivo, mi ha spiegato che sono diversa da gran parte degli altri amnesici.
I sintomi che presenta non indicano che i suoi ricordi sono perduti per sempre ha
proseguito. Lei  in grado di ricordare per ore. Finch non si addormenta. Riesce
addirittura a ricordare dopo un sonnellino; basta che non raggiunga la fase del sonno
profondo. E questo  molto insolito. Quasi tutti gli amnesici perdono i nuovi ricordi
nel giro di pochi secondi...
E...?
Ha sospinto verso di me un volume marrone, facendolo scivolare sulla scrivania. Penso
che potrebbe valere la pena di documentare la sua terapia, le sue sensazioni, le
impressioni o i ricordi che le vengono in mente. Qui dentro.
Ho teso la mano e ho preso il libro. Le pagine erano bianche.
Dunque  questa la mia terapia? mi sono chiesta. Tenere un diario? Voglio ricordare
le cose, non soltanto prenderne nota.
Il dottore doveva aver percepito la mia delusione. Spero anche che trascrivere i
suoi ricordi possa suscitarne di nuovi ha detto. Potrebbe verificarsi un effetto
cumulativo.
Sono rimasta zitta per qualche istante. Quale alternativa avevo, in realt? Tenere
un diario o restare come sono per sempre.
Okay ho accettato. Lo far.
Bene ha detto lui. Ho segnato i miei numeri sul davanti del quaderno. Mi chiami
se si sente confusa.
Ho preso il libro e ho promesso che l'avrei fatto. C' stata una lunga pausa, poi
lui ha ripreso: Negli ultimi tempi abbiamo fatto un buon lavoro sulla sua prima
infanzia. Guardando fotografie e cose simili. Non ho detto nulla, e lui ha estratto
una foto dalla cartella davanti a s. Oggi vorrei che desse un'occhiata a questa
ha detto. La riconosce?
Era l'immagine di una casa. Sulle prime mi  sembrata del tutto sconosciuta, ma poi
ho notato il gradino consumato che portava all'ingresso e all'improvviso ho capito.
Era la casa in cui ero cresciuta, quella in cui avevo creduto di essermi svegliata
stamattina. Un tempo sembrava diversa, in qualche modo meno reale, ma era
inconfondibile. Ho deglutito a fatica.  la casa in cui vivevo da piccola ho detto.
Lui ha annuito, dicendo che gran parte dei miei primi ricordi  intatta. Mi ha chiesto
di descrivere l'interno della casa.
Gli ho detto quello che ricordo: che la porta d'ingresso dava direttamente sul
salotto, che sul retro c'era una piccola sala da pranzo, che i visitatori venivano
invitati a usare il vicolo che separava la casa da quella dei vicini ed entrare dalla
cucina.
Altro? ha domandato. Il primo piano?
Due camere da letto ho risposto. Una davanti e una dietro. Al bagno si andava dalla
cucina, in fondo alla casa. In origine era separato dal resto della casa, finch non
erano state aggiunte due pareti di mattoni e un tetto di plastica ondulata.
Altro?
Non sapevo dove volesse arrivare. Non sono sicura... ho detto.
Lui mi ha chiesto se ricordavo qualche dettaglio minore.
 stato allora che mi  tornato in mente. Mia madre teneva un barattolo nella dispensa
con la scritta  Zucchero ho ripreso. In realt ci metteva i soldi. Lo nascondeva
sul ripiano pi alto, insieme alle marmellate. Le faceva in casa. Andavamo con la
macchina a raccogliere le bacche in un bosco. Ci avventuravamo tutt'e tre in mezzo
al bosco a raccogliere more. Sacchi interi. E mia madre le bolliva per fare la
marmellata.
Bene ha detto Nash annuendo. Eccellente! Stava scrivendo qualcosa nella cartella
davanti a s. E queste?
Mi ha mostrato un paio di altre foto. Una di una donna in cui dopo qualche istante
ho riconosciuto mia madre. Una di me. Gli ho detto ci che potevo, e quando ho finito
lui le ha messe via. Molto bene. Ha ricordato molto pi del solito della sua infanzia,
penso grazie alle fotografie. Ha esitato. La prossima volta mi piacerebbe
mostrargliene altre.
Ho accettato. Mi sono chiesta dove le avesse trovate, quanto sapesse della mia vita
che io stessa ignoravo.
Posso tenerla? ho domandato. La foto di casa mia?
Lui ha sorriso. Ma certo! Me l'ha data e io l'ho infilata fra le pagine del
quaderno.
Mi ha riaccompagnata a casa. Mi aveva gi spiegato che Ben non sa dei nostri incontri,
ma a quel punto mi ha raccomandato di riflettere bene se fosse il caso di parlargli
del diario. Potrebbe sentirsi inibita ha detto. Riluttante a scrivere certe cose.
Credo sia molto importante che lei si senta di poter scrivere ci che vuole. Inoltre,
Ben potrebbe non essere contento di scoprire che ha deciso di tentare una nuova
terapia. Ha fatto una pausa. Potrebbe essere costretta a nasconderglielo.
Ma come far a ricordarmi di scrivere? ho obiettato. Lui non ha detto nulla. Poi
mi  venuta un'idea. Me lo ricorder lei?
Mi ha promesso che l'avrebbe fatto. Ma dovr dirmi dove lo nasconde ha aggiunto.
Stavamo accostando davanti a una casa. Un istante dopo che l'auto si  fermata mi
sono resa conto che era la mia.
L'armadio ho detto. Lo metter in fondo all'armadio. Ho ripensato a ci che
avevo visto vestendomi. C' una scatola da scarpe. Lo metter l.
Buona idea. Ma dovr cominciare a scrivere stasera stessa. Prima di dormire.
Altrimenti domani non sar altro che un quaderno vuoto. Non sapr di che si tratta.
Ho promesso di farlo, assicurandogli che avevo capito. Sono scesa dall'auto.
Abbia cura di s, Christine.
Ora sono seduta a letto. Ad aspettare mio marito. Guardo la foto della casa in cui
sono cresciuta. Sembra cos normale, cos banale. E cos familiare.
Come sono arrivata da l a qui? mi chiedo.  Che cosa  successo? Qual  la mia storia?
Sento suonare l'orologio del salotto. Mezzanotte. Ben sta salendo le scale.
Nasconder questo quaderno nella scatola da scarpe. Lo metter nell'armadio, come
ho detto al dottor Nash. E domani, se lui mi chiamer, scriver ancora.
Sabato 10 novembre
Sto scrivendo queste righe a mezzogiorno. Ben sta leggendo al pianterreno. Pensa che
stia riposando, ma anche se sono stanca non lo sto facendo. Non ho tempo. Devo annotare
queste cose prima di perderle. Devo tenere il mio diario.
Controllo l'orologio. Ben ha proposto di fare una passeggiata nel pomeriggio. Ho
poco pi di un'ora.
Quando mi sono svegliata stamattina, non sapevo chi ero. Ho aperto gli occhi
aspettandomi di vedere gli spigoli di un comodino e una lampada gialla. Un armadio
squadrato in un angolo e una tappezzeria con una delicata fantasia di felci. Mi
aspettavo di sentire mia madre che friggeva il bacon al piano di sotto, o mio padre
in giardino che fischiettava potando la siepe. Mi aspettavo di essere in un letto
singolo, soltanto io e un coniglio di peluche senza un orecchio.
Mi ero sbagliata. Sono in camera dei miei, ho pensato sulle prime, ma poi mi sono
resa conto di non riconoscere nulla. La stanza mi era del tutto estranea. Mi sono
ridistesa sul letto. "C' qualcosa di sbagliato" ho pensato. Di terribilmente
sbagliato.
Quando sono finalmente scesa al pianterreno, avevo ormai visto le fotografie attorno
allo specchio e letto i biglietti. Sapevo di non essere una bambina, e avevo capito
che l'uomo che stava preparando la colazione e fischiettando la canzone trasmessa
dalla radio non era mio padre, il mio coinquilino o il mio ragazzo, ma si chiamava
Ben ed era mio marito.
Ho esitato appena fuori dalla cucina. Ero impaurita. Stavo per vederlo come se fosse
stata la prima volta. Che aspetto poteva avere? Lo stesso delle fotografie? Oppure
erano anch'esse una rappresentazione imprecisa? Sarebbe stato pi vecchio, pi
grasso, pi calvo? Che voce avrebbe avuto? Come si sarebbe mosso? Avevo un matrimonio
felice?
A un tratto mi  balenata in mente un'immagine. Una donna (mia madre?) che mi ammoniva
di fare attenzione.  Se ti sposi in fretta...
Ho aperto la porta. Ben mi dava la schiena, intento a preparare il bacon in padella
armato di spatola. Non mi aveva sentita entrare.
Ben? ho detto, e lui si  voltato di scatto.
Christine? Stai bene?
Non sapevo cosa rispondere. S, ho detto penso di s.
Lui ha fatto un sorriso di sollievo, e io l'ho imitato. Sembrava pi vecchio che
nelle foto al piano di sopra (sul suo viso c'erano pi rughe, i capelli stavano
cominciando a ingrigirsi e a ritirarsi sulle tempie), ma questo lo rendeva solo pi
attraente. La mascella prestante si confaceva a un uomo pi maturo, e i suoi occhi
brillavano di malizia. Mi sono accorta che sembrava una versione leggermente pi
vecchia di mio padre. Avrei potuto trovare di peggio, mi sono detta. Di molto peggio.
Hai visto le foto? mi ha chiesto. Ho annuito. Non preoccuparti, ti spiegher tutto.
Perch non vai a sederti di l? Ha indicato il corridoio alle mie spalle. La sala
da pranzo  in fondo. Arrivo fra un momento. Tieni.
Ho preso il macinapepe che mi stava porgendo e sono andata in sala da pranzo. Pochi
minuti dopo Ben mi ha raggiunta con due piatti. Una sottile fetta di bacon galleggiava
nel grasso accanto a un uovo e a una fetta di pane fritti. Mentre mangiavo, lui mi
ha spiegato come sopravvivo alla mia vita.
Oggi  sabato, ha detto. Durante la settimana lui lavora; fa l'insegnante. Mi ha
parlato del telefono nella mia borsa e della lavagnetta in cucina. Mi ha mostrato
il nascondiglio dei fondi di emergenza (due biglietti da venti sterline arrotolati
e infilati dietro l'orologio sulla mensola del caminetto) e l'album di ritagli in
cui posso vedere i frammenti della mia esistenza. Mi ha detto che insieme ce la
caviamo. Non sono sicura di credergli, ma devo farlo.
Terminata la colazione l'ho aiutato a sistemare. Pi tardi dovremmo andare a fare
due passi ha detto lui. Se ti va. Gli ho risposto di s e lui  sembrato contento.
Do solo un'occhiata al giornale, d'accordo? ha concluso.
Sono salita al primo piano. Non appena mi sono ritrovata sola la testa ha preso a
girarmi, troppo piena e al tempo stesso vuota. Tutto sembrava sfuggirmi. Nulla pareva
reale. Guardavo la casa in cui mi trovavo (quella che sapevo essere casa mia) con
occhi che non l'avevano mai vista prima. Per un momento ho provato una gran voglia
di fuggire. Dovevo calmarmi.
Mi sono seduta sul bordo del letto in cui avevo dormito. Dovrei rifarlo, mi sono detta.
Riordinare. Tenermi occupata. Ho preso il cuscino per sprimacciarlo e in quel momento
ho sentito un ronzio.
Non sapevo bene cosa fosse. Era basso, insistente. Un motivetto, fievole e sommesso.
La mia borsa era ai piedi del letto, e quando l'ho sollevata mi sono resa conto che
il ronzio sembrava venire da l. Mi sono ricordata del telefono di cui mi aveva parlato
Ben.
Quando l'ho trovato, l'apparecchio era illuminato. L'ho fissato per un lungo
istante. Una parte di me, sepolta nel profondo o al limite estremo della mia memoria,
sapeva perfettamente qual era lo scopo di quella telefonata. Ho risposto.
Pronto? Una voce maschile. Christine?  lei, Christine?
Ho risposto di s.
Sono il suo dottore. Sta bene? Ben  l con lei?
No ho detto. ... di che si tratta?
Mi ha detto il suo nome e ha spiegato che da alcune settimane stiamo lavorando insieme.
Sulla sua memoria ha precisato, e nell'udire il mio silenzio ha proseguito: Voglio
che si fidi di me. Voglio che guardi nell'armadio della sua camera da letto. Un
'altra pausa, poi: Sul fondo vedr una scatola da scarpe. La apra e controlli.
Dovrebbe esserci un quaderno.
Ho guardato l'armadio nell'angolo della stanza.
Come fa a saperlo?
Me lo ha detto lei. Ci siamo visti ieri. Abbiamo deciso che avrebbe tenuto un diario.
Mi ha detto che l'avrebbe nascosto l.
"Non le credo" avrei voluto dire, ma mi sembrava maleducato e non del tutto vero.
Controller? ha chiesto lui. Ho risposto di s, e lui ha ribattuto: Lo faccia
subito. Non dica niente a Ben. Controlli adesso.
Senza mettere fine alla chiamata ho raggiunto l'armadio. Aveva ragione lui: sul fondo
c'era una scatola da scarpe, blu con la scritta  SCHOLL  sul coperchio chiuso male,
e all'interno c'era un volume avvolto nella carta velina.
L'ha preso? ha chiesto il dottor Nash.
Ho tolto il quaderno dalla scatola e l'ho scartato. Era rilegato in pelle marrone,
sembrava costoso.
Christine?
S, l'ho preso.
Bene. Ha scritto qualcosa?
L'ho aperto alla prima pagina e ho visto che l'avevo fatto.  Mi chiamo Christine
Lucas, cominciava.  Ho quarantasette anni. Sono amnesica. Ho provato una scintilla
di tensione eccitata. Era come spiare me stessa.
S ho risposto.
Magnifico! ha esclamato lui. Poi ha detto che mi avrebbe richiamato domani e ci
siamo salutati.
Non mi sono mossa. L, accovacciata sul pavimento davanti all'armadio aperto, il
letto ancora sfatto, ho cominciato a leggere.
Sulle prime sono rimasta delusa. Non ricordavo nulla di quello che avevo scritto.
N il dottor Nash, n lo studio in cui sostenevo mi avesse portata, n i giochi di
pazienza che a quanto pareva mi aveva fatto fare. Malgrado avessi appena sentito la
sua voce non riuscivo a figurarmelo, n a vedermi insieme a lui. Il diario mi sembrava
pura invenzione. Ma poi, infilata fra due pagine verso la fine del quaderno, ho trovato
una fotografia. La casa in cui ero cresciuta, quella in cui credevo di essermi
svegliata stamattina. Era tutto vero, e quella foto era la mia prova. Avevo visto
il dottor Nash e lui mi aveva dato quella foto, quel frammento del mio passato.
Ho chiuso gli occhi. Ieri avevo descritto la mia vecchia casa, il vasetto dello
zucchero nella dispensa, la raccolta delle more nel bosco. Erano ancora presenti,
quei ricordi? Ne potevo evocare altri? Ho provato a pensare a mia madre, a mio padre,
chiamando a raccolta altri ricordi. Le immagini si sono formate in silenzio. Un
tappeto arancione opaco, un vaso verde oliva. Un pagliaccetto giallo con un paperotto
rosa ricamato sul petto e una fila di bottoni a pressione sulla schiena. Il sedile
di plastica blu di un'automobile, un vasino da notte rosa pallido.
Colori e forme, ma nulla che descrivesse una vita. Niente. Voglio vedere i miei
genitori, ho pensato, ed  stato a quel punto, per la prima volta, che ho capito che
in qualche modo sapevo che non sono pi vivi.
Con un sospiro mi sono seduta sul bordo del letto ancora sfatto. Fra le pagine del
diario era infilata una penna, e quasi senza pensarci l'ho impugnata per scrivere.
Tenendola sospesa sopra la pagina, ho chiuso gli occhi per concentrarmi.
 stato allora che  successo. Non so se sia stata quella consapevolezza, il fatto
che i miei genitori siano morti, a evocarne altre, ma  stato come se la mia mente
si fosse svegliata da un sonno lungo e profondo. Come se avesse preso vita. Ma non
gradualmente;  stata una scossa. Una scintilla di elettricit. A un tratto non ero
pi seduta in una camera da letto con una pagina bianca davanti a me: ero altrove.
Ero tornata nel passato, un passato che credevo di aver perduto, e potevo toccare,
sentire, assaporare ogni cosa. Ho capito che stavo ricordando.
Mi rivedo mentre torno a casa, nella casa in cui sono cresciuta. Ho tredici o
quattordici anni, e sono ansiosa di rimettermi al lavoro su un racconto che sto
scrivendo, ma sul tavolo della cucina trovo un biglietto.  Siamo dovuti uscire,
dice.  Lo zio Ted passer a prenderti alle sei. Prendo una bibita e un panino e mi
siedo con il mio quaderno. Mrs Royce ha detto che i miei racconti sono forti e
commoventi; pensa che potrei fare la scrittrice. Ma non mi viene in mente niente,
non riesco a concentrarmi. Fremo di rabbia.  tutta colpa loro. Dove sono andati?
Cosa stanno facendo? Perch non sono stata invitata? Accartoccio il foglio e lo getto
via.
L'immagine svanisce, ma subito ne arriva un'altra. Pi vivida. Pi reale. Mio padre
ci sta riaccompagnando a casa. Sono seduta sul sedile posteriore dell'auto, e fisso
un punto preciso del parabrezza. Una mosca morta. Un granello di terra. Non si capisce.
Apro la bocca senza sapere di preciso cosa sto per dire.
Quando avevate intenzione di dirmelo?
Nessuno risponde.
Mamma?
Christine risponde mia madre. Per favore.
Pap? Quando pensavate di dirmelo? Silenzio. Morirai? chiedo fissando ancora il
punto scuro sul parabrezza. Morirai, pap?
Lui mi guarda da sopra la spalla e sorride. Ma no, angelo, no che non morir. Non
prima di diventare vecchissimo. E con un sacco di nipotini.
So che sta mentendo.
Lo combatteremo dice. Te lo prometto.
Un sussulto. Ho riaperto gli occhi. La visione era finita, svanita. Ero seduta in
camera da letto, la stessa in cui mi ero svegliata, ma per un attimo mi  sembrata
diversa. Completamente piatta. Incolore. Priva di energia, come se stessi guardando
una fotografia sbiadita dal sole. Era come se l'energia del passato avesse
prosciugato il presente.
Ho guardato il quaderno tra le mie mani. La penna mi era scivolata dalle dita,
tracciando una sottile linea blu sulla pagina nella sua discesa verso il pavimento.
Il cuore mi martellava nel petto. Avevo ricordato qualcosa. Qualcosa di enormemente
importante. Qualcosa che non era andato perduto. Ho raccolto la penna da terra e mi
sono messa a scrivere queste righe.
Finir con questo. Se chiudo gli occhi e cerco di richiamare l'immagine alla mente,
ci riesco. Io e i miei genitori mentre torniamo a casa. C' ancora.  meno vivida,
come sbiadita dal tempo, ma c'. Sono comunque contenta di averla trascritta. So
che prima o poi svanir. Adesso, se non altro, non andr pi completamente perduta.
Ben deve aver finito di leggere il giornale. Mi ha chiamata, ha chiesto se sono pronta
a uscire. Gli ho detto di s. Nasconder questo quaderno nell'armadio, poi prender
un giubbotto e un paio di stivaletti. Riprender a scrivere pi tardi. Se mi ricorder.
Sono passate alcune ore. Siamo stati fuori tutto il pomeriggio, ma ora siamo di nuovo
a casa. Ben  in cucina, sta preparando il pesce per la cena. Ha acceso la radio,
e la musica jazz sale fino in camera da letto, dove sono seduta a scrivere queste
righe. Non mi sono offerta di cucinare (ero troppo ansiosa di salire e annotare ci
che ho visto questo pomeriggio), ma lui non  sembrato infastidito.
Va' pure a riposarti ha detto. Ci vorranno pi o meno tre quarti d'ora prima
di mangiare. Ho annuito. Ti chiamo quando  pronto.
Controllo l'ora. Se scrivo rapidamente dovrei farcela.
Siamo usciti di casa appena prima dell'una. Non siamo andati lontano; abbiamo
parcheggiato l'auto accanto a una costruzione bassa e tozza. Sembrava abbandonata;
aveva le finestre sprangate, su ogni davanzale c'era un solitario piccione grigio
e la porta era nascosta da una lamiera ondulata.  il lido ha detto Ben scendendo
dall'auto.  aperto d'estate, penso. Facciamo due passi?
Una pista di cemento serpeggiava verso il ciglio della collina. Camminavamo in
silenzio e sentivamo solo le strida sparse dei corvi dal campo di calcio deserto,
il latrato lamentoso di un cane lontano, le voci dei bambini, il ronzio della citt.
Ho pensato a mio padre, alla sua morte e al fatto che l'avevo ricordata, almeno in
parte. Una ragazza solitaria correva su una pista di atletica. L'ho osservata a lungo
finch il sentiero ci ha condotti dietro una siepe alta e ha cominciato a risalire
la collina. Sulla cima si scorgevano segni di vita; un bambino faceva volare un
aquilone mentre il padre lo seguiva, una ragazza portava a spasso un cagnolino legato
a un lungo guinzaglio.
Questa  Parliament Hill ha detto Ben. Ci veniamo spesso.
Non ho risposto. La citt si stendeva davanti a noi sotto le nubi basse. Sembrava
tranquilla. E pi piccola di quanto avessi immaginato; riuscivo a scorgere le colline
basse sul versante opposto. Vedevo la sagoma aggressiva della torre Telecom, la cupola
di St Paul, la centrale elettrica di Battersea, forme che riconoscevo, anche se
vagamente e senza sapere perch. C'erano anche altre costruzioni meno familiari:
un palazzo di cristallo che sembrava un enorme sigaro, una gigantesca ruota in
lontananza. Come il mio stesso volto, il panorama sembrava al tempo stesso alieno
e in qualche modo noto.
Mi sembra di riconoscerlo, questo posto ho detto.
S ha confermato Ben. S,  un po' che ci veniamo, anche se la vista cambia di
continuo.
Abbiamo ripreso a camminare. La maggior parte delle panchine era occupata da persone
sole o da coppie. Ne abbiamo raggiunta una appena dopo la cima della collina e ci
siamo seduti. Ho sentito odore di ketchup; gli avanzi di un hamburger giacevano sotto
la panchina in un contenitore di cartone.
Ben li ha raccolti con cautela e li ha gettati in un bidone della spazzatura, poi
 tornato a sedersi. Mi ha indicato alcuni edifici. Quello  Canary Wharf ha detto
indicando un palazzo che perfino a quella distanza sembrava infinitamente alto. 
stato costruito nei primi anni Novanta, mi pare. Sono tutti uffici e cose simili.
Gli anni Novanta. Era strano sentir riassumere in tre parole un decennio che non
ricordo di aver vissuto. Quante cose devo aver perso. Quanta musica, quanti film e
libri, quante notizie. Disastri, tragedie, guerre. Intere nazioni potrebbero essere
crollate mentre io vagavo ignara da un giorno all'altro.
E quanto della mia vita, anche. Quanti panorami che non riconosco, pur vedendoli ogni
giorno.
Ben? ho detto. Raccontami di noi.
Noi? ha ripetuto lui. In che senso?
Mi sono voltata a guardarlo. Una raffica di vento freddo ha risalito la collina,
sferzandomi il viso. Un cane ha abbaiato. Non sapevo quanto avrei dovuto dire; Ben
sa che non ricordo niente di lui.
Mi dispiace ho ripreso. Non so niente di te e di me. Non so nemmeno come ci siamo
conosciuti, quando ci siamo sposati, niente.
Lui ha sorriso, poi si  spostato sulla panchina fino a toccarmi. Mi ha messo un braccio
attorno alle spalle. Ho fatto per ritrarmi, ma poi mi sono ricordata che non  un
estraneo,  l'uomo che ho sposato. Che cosa vuoi sapere?
Non lo so. Come ci siamo conosciuti?
Be', eravamo entrambi all'universit ha detto. Tu avevi appena cominciato il
dottorato. Te lo ricordi?
Ho scosso la testa. Non esattamente. Che cosa studiavo?
Ti eri laureata in Lettere ha detto lui, e un'immagine mi  balenata davanti agli
occhi, rapida e nettissima. Mi sono vista in una biblioteca, con la vaga idea di
preparare una tesi sui rapporti fra la teoria femminista e la letteratura del primo
Novecento, anche se in realt non era che un'occupazione qualsiasi mentre scrivevo
i miei romanzi, una cosa che mia madre forse non avrebbe capito ma che avrebbe quanto
meno ritenuto legittima. La scena  durata qualche istante, tremolante e cos reale
che mi  sembrato di poterla quasi toccare, ma poi Ben ha ripreso a parlare ed  svanita.
Io mi stavo laureando in Chimica. Ti vedevo di continuo. In biblioteca, al bar,
ovunque. Restavo sempre incantato dalla tua bellezza, ma non riuscivo mai a trovare
il coraggio di rivolgerti la parola.
Mi  venuto da ridere. Davvero? Non riuscivo a immaginare di intimorire qualcuno.
Sembravi sempre cos sicura di te. E intensa. Sedevi per ore circondata dai libri,
a leggere e prendere appunti, sorseggiando caff o chiss cosa. Eri cos bella. Non
avrei mai sognato che potessi interessarti a me. Ma un bel giorno mi  capitato di
sedermi accanto a te in biblioteca, e tu hai urtato il tuo caff e l'hai rovesciato
sui miei libri. Eri cos dispiaciuta, anche se in realt non era niente di grave;
abbiamo asciugato il caff e io avrei voluto pagartene un altro. Mi hai risposto che
avresti dovuto offrirmelo tu per scusarti, io ho accettato e siamo andati a prenderlo.
E questo  tutto.
Ho cercato di figurarmi la scena, di rivedere noi due giovani in biblioteca,
circondati dalle pagine intrise di caff e in preda a una crisi di riso. Ma non ci
sono riuscita, e ho avvertito una stilettata di tristezza. Immagino quanto ogni coppia
debba amare la storia del primo incontro (chi dei due ha rivolto per primo la parola
all'altro, cosa si sono detti), ma del nostro non ho nessun ricordo. Il vento ha
sferzato la coda dell'aquilone del bambino, un suono simile a un rantolo.
E poi cos' successo? ho chiesto.
Be', abbiamo cominciato a uscire insieme. Il solito, hai presente. Io mi sono
laureato, tu hai preso il dottorato e poi ci siamo sposati.
Come? Chi  stato a fare la proposta?
Oh, sono stato io.
Dove? Raccontami com' andata.
Eravamo innamoratissimi ha detto Ben. Ha spostato lo sguardo in lontananza.
Stavamo sempre insieme. Tu abitavi con una coinquilina, ma non stavi quasi mai l.
Passavi la maggior parte del tempo con me. Vivere insieme e sposarci era la cosa pi
sensata. E cos, un giorno di San Valentino ti ho regalato una saponetta. Un sapone
costoso, che ti piaceva molto; ho tolto la confezione di cellofan, ho premuto l
'anello di fidanzamento nella saponetta, l'ho riavvolta nella confezione e te l
'ho data. Quella sera mentre ti preparavi l'hai trovato e mi hai detto di s.
Ho sorriso fra me. Era poco elegante, un anello di fidanzamento incrostato di sapone,
e c'era il rischio concreto che potessero passare intere settimane prima che io
usassi la saponetta o trovassi l'anello. Ma la storia aveva un che di romantico.
Con chi abitavo? ho chiesto.
Oh, non ricordo bene ha risposto Ben. Una tua amica, probabilmente. In ogni caso,
ci siamo sposati l'anno dopo. In una chiesa di Manchester, vicino a dove viveva tua
madre. Era una bella giornata. Io stavo frequentando il corso di preparazione all
'insegnamento, sicch non avevamo molti soldi, ma  stato comunque bellissimo. C
'era il sole, erano tutti felici. E poi siamo partiti per la luna di miele. In Italia.
I laghi.  stato bellissimo.
Ho cercato di dipingermi la chiesa, il mio vestito, la vista da una camera d'albergo.
Non ci sono riuscita.
Non ricordo nulla ho detto. Mi dispiace.
Ben ha distolto lo sguardo, voltandosi dall'altra parte per nascondermi la sua
espressione. Non ha importanza. Capisco.
Non ci sono molte foto ho detto. Nell'album, voglio dire. Non ci sono foto del
giorno del matrimonio.
C' stato un incendio ha risposto lui. Nell'ultima casa prima di questa.
Un incendio?
S. La casa  stata praticamente rasa al suolo. Abbiamo perso molte cose.
Ho sospirato. Non sembrava giusto aver perso sia la memoria sia i ricordi del passato.
E poi cos' successo?
Poi?
S, cos' successo? Dopo il matrimonio e la luna di miele?
Abbiamo cominciato a vivere insieme. Eravamo molto felici.
E poi?
Ben ha liberato un sospiro senza dire nulla. Non pu essere tutto qui, mi sono detta.
La mia intera vita non pu essere ridotta a questo. Non posso ammontare solo a queste
poche cose. Uno sposalizio, una luna di miele, un matrimonio. Ma cos'altro mi
aspettavo? Cos'altro avrebbe potuto esserci?
La risposta  arrivata all'improvviso. Bambini. Figli. Mi sono resa conto con un
brivido violento che era proprio questo che sembrava mancare nella mia vita, a casa
nostra. Sulla mensola del caminetto non c'erano fotografie di un figlio o una figlia
che stringevano in mano un diploma, facevano rafting su un fiume o magari si limitavano
a posare annoiati per l'obiettivo, e nemmeno di nipotini. Non avevo avuto figli.
Ho avvertito lo schiaffo della delusione. Il desiderio insoddisfatto era sepolto nel
mio subconscio. Anche se mi ero svegliata senza neanche sapere quanti anni avevo,
una parte di me doveva presumere che un tempo avevo desiderato avere un figlio.
A un tratto ho sentito la voce di mia madre che descriveva l'orologio biologico come
se fosse una bomba. Mettiti d'impegno per raggiungere i traguardi che vuoi nella
vita, diceva perch da un giorno all'altro...
Sapevo cosa intendeva: a un tratto le mie aspirazioni sarebbero scomparse e il mio
unico desiderio sarebbe stato avere figli.  quello che  successo a me diceva.
E succeder anche a te. Succede a tutte.
Ma a me non era successo, suppongo. Oppure era accaduto qualcos'altro. Ho guardato
mio marito.
Ben? ho insistito. E poi?
Lui mi ha guardata e mi ha stretto la mano nelle sue.
Poi hai perso la memoria ha risposto.
La mia memoria. Alla fine si tornava sempre a quello. Sempre.
Ho guardato il panorama della citt. Il sole era basso, pallido dietro le nuvole,
e proiettava lunghe ombre sull'erba. Mi sono resa conto che presto sarebbe sceso
il buio. Il sole sarebbe tramontato e la luna sarebbe sorta nel cielo. Un'altra
giornata sarebbe finita. Un'altra giornata perduta.
Non abbiamo avuto figli ho detto. Non era una domanda.
Ben non ha risposto, ma si  voltato a guardarmi. Tenendomi le mani nelle sue ha preso
a carezzarle come se volesse riscaldarle.
No ha risposto. Non ne abbiamo avuti.
La tristezza gli segnava il volto. Per se stesso o per me? Non mi era chiaro. Ho
lasciato che mi strofinasse le mani, che infilasse le dita fra le mie. Mi sono resa
conto che malgrado la confusione, con lui mi sentivo al sicuro. Si vedeva che era
gentile, premuroso e paziente. Per quanto terribile fosse la mia situazione, avrebbe
potuto essere molto peggiore.
Perch? ho domandato.
Lui non ha detto niente. Mi ha guardato, e sul suo volto si  dipinta un'espressione
di dolore. Dolore e disappunto.
Com' successo, Ben? ho insistito. Come ho fatto a diventare cos?
A un tratto ho avvertito la sua tensione. Sicura di volerlo sapere? mi ha chiesto.
Ho fissato lo sguardo in lontananza, su una bambina in triciclo. Sapevo che non poteva
essere la prima volta che gli facevo questa domanda, la prima volta che si trovava
costretto a spiegarmi queste cose. Forse glielo chiedo ogni giorno.
S ho risposto. Mi sono resa conto che questa volta era diverso. Questa volta avrei
trascritto le sue parole.
Ben ha fatto un gran respiro. Era dicembre. Le strade erano ghiacciate. Eri andata
al lavoro. Stavi tornando a casa a piedi, non era lontano. Nessuno ha visto com
' andata. Non sappiamo se tu stessi attraversando la strada o se l'auto che ti
ha investita fosse salita sul marciapiede, ma in ogni caso devi essere volata sopra
il cofano. Avevi delle fratture gravi. Entrambe le gambe, un braccio, la clavicola.
Si  fermato. Sentivo il pulsare sordo della citt. Il traffico, un aereo nel cielo,
il mormorio del vento tra gli alberi. Ben mi ha stretto di nuovo la mano.
Dicevano che dovevi essere ricaduta a terra picchiando la testa, ed  per questo
che hai perso la memoria.
Ho chiuso gli occhi. Non ricordando nulla dell'incidente, non provavo rabbia e
nemmeno turbamento. Ero invece sommersa da una sorta di pacato rimpianto. Un vuoto.
Un'increspatura sulla superficie del lago della memoria.
Ho avvertito la stretta di Ben e ho posato l'altra mano sulla sua, sentendo il cerchio
duro e freddo della fede nuziale. Sei stata fortunata a sopravvivere ha detto lui.
Mi sono sentita raggelare. Che ne  stato dell'automobilista?
Non si  fermato. Un pirata della strada. Non sappiamo nemmeno chi fosse.
Ma come  possibile fare una cosa simile? ho protestato. Come si fa a fuggire dopo
aver investito qualcuno?
Ben non ha risposto. Non sapevo bene cosa mi fossi aspettata. Ho ripensato a ci che
avevo scritto dopo l'incontro con il dottor Nash. "Un problema neurologico" mi
aveva detto. "Strutturale o chimico. O uno scompenso ormonale." Avevo immaginato
che si riferisse a una malattia. A qualcosa che era accaduto senza che nessuno potesse
prevederlo. Una di quelle cose.
Ma questo sembrava peggio; era stato causato da qualcun altro, era evitabile. Se
quella sera avessi preso una strada diversa, o se l'avesse fatto l'automobilista
che mi aveva investita, a questo punto sarei una persona normale. Magari addirittura
una nonna.
Ma perch? ho detto. Perch?
Era una domanda a cui Ben non poteva rispondere, e infatti non ha detto nulla. Siamo
rimasti in silenzio per qualche minuto, tenendoci per mano.  sceso il buio. La citt
era luminosa, le luci nei palazzi erano accese. Presto sar inverno, ho pensato.
Presto sar met novembre. Poi arriver dicembre, e poi Natale. Non riuscivo a
immaginare come vi sarei potuta arrivare. Non riuscivo a pensare di vivere una serie
di giornate sempre identiche.
Andiamo? ha detto Ben. Torniamo a casa?
Non gli ho risposto. Dov'ero andata? Il giorno dell'incidente. Cos'avevo fatto?
Stavi rientrando dal lavoro.
Ma che lavoro? Che cosa facevo?
Oh, avevi un impiego temporaneo come segretaria, anzi assistente personale, mi
sembra in uno studio legale.
Ma perch?
Dovevi lavorare per riuscire a pagare il mutuo ha spiegato Ben. Per un po'  stata
dura.
Ma non era ci che intendevo. Quello che avrei voluto dire era: "Mi hai detto che
avevo un dottorato. Come potevo accontentarmi di una cosa simile?".
Ma perch facevo la segretaria? ho chiesto.
Era l'unico posto che avevi trovato. Erano tempi grami.
Mi  tornata in mente la sensazione di poco prima. Stavo scrivendo? ho ripreso.
Libri?
Ben ha scosso la testa. No.
Quindi era stata un'ambizione transitoria. O forse ci avevo provato e avevo fallito.
Stavo per domandarglielo quando le nubi si sono illuminate e un istante dopo ho udito
uno scoppio. Ho spostato lo sguardo in lontananza, spaventata; una pioggia di
scintille cascava dal cielo sulla citt.
Cos' stato?
Fuochi d'artificio ha spiegato Ben. Questa settimana c' stata la Notte dei
Fal.
Un istante dopo un altro fuoco ha illuminato il cielo, seguito subito da un botto.
A quanto pare ci sar uno spettacolo ha detto Ben. Vuoi restare a guardarlo?
Ho annuito. Male non ci avrebbe fatto, e anche se una parte di me non vedeva l'ora
di rimettere mano al mio diario e scrivere quello che Ben mi aveva rivelato, un
'altra desiderava restare nella speranza che mi dicesse di pi. S ho risposto.
Restiamo.
Lui ha fatto un gran sorriso e mi ha cinto le spalle con un braccio. Per un istante
il cielo  rimasto scuro, poi si  sentito un crepitio e un sibilo e una minuscola
scintilla  decollata in verticale con un fischio. Per un lento secondo  rimasta
sospesa nel buio, poi  esplosa in un bagliore arancione con un botto sonoro. Era
magnifico.
Di solito andiamo a uno spettacolo ha detto Ben. A uno di quelli importanti. Ma
avevo scordato che era stasera. Mi ha carezzato il collo con il mento. Ti piace
lo stesso?
S ho risposto. Ho guardato il panorama della citt, le esplosioni di colori nel
cielo che la sovrastava, le luci scintillanti. Va benissimo. Cos le vediamo tutte.
Ben ha sospirato. I nostri fiati si stagliavano nell'aria davanti a noi, mescolandosi
fra loro, e siamo rimasti in silenzio guardando il cielo trasformarsi in un gioco
di luci e colori. Il fumo si levava dai giardini della citt, acceso di colori
violenti, rossi e arancioni, azzurri e viola, e invadeva l'aria della sera con un
odore secco e metallico di pietra focaia. Mi sono inumidita le labbra, ho sentito
un sapore di zolfo e a un tratto mi  tornato in mente un altro ricordo.
Era nitidissimo. I suoni erano fin troppo forti, i colori fin troppo intensi. Non
mi sentivo una spettatrice, mi sembrava di essere ancora l, in quel momento. Ho avuto
la sensazione di cadere all'indietro e ho afferrato la mano di Ben.
Sono con una donna. Ha i capelli rossi, e siamo in piedi su un tetto a guardare i
fuochi d'artificio. Sento le pulsazioni ritmate della musica nella stanza sotto i
nostri piedi, e un vento freddo spinge il fumo acre sopra di noi. Malgrado indossi
soltanto un vestito leggero non ho freddo, sono riscaldata dall'alcol e dallo
spinello che reggo fra le dita. Sento il pietrisco sotto i piedi e ricordo di essermi
tolta le scarpe e di averle lasciate nella stanza di questa ragazza, al piano di sotto.
La guardo mentre si volta verso di me e mi sento viva, vertiginosamente felice.
Chrissy dice lei prendendomi la canna. Ti andrebbe una pasticca?
Non so di cosa parli e glielo dico.
Lei ride. Ma s che lo sai! dice. Una pasticca. Un trip. Acido. Sono sicura che
Nige l'ha portato. Me l'ha promesso.
Non sono sicura dico.
Dai! Sar uno spasso!
Rido riprendendo lo spinello, ne aspiro una gran boccata per dimostrare che non sono
una lagna.
Mi sa di no dico. Non  il mio genere. Mi sa che vado avanti con questo. E con
la birra. Okay?
Suppongo di s risponde lei tornando a guardare il panorama al di l della ringhiera.
Mi rendo conto che  delusa anche se non arrabbiata, e mi domando se lo far ugualmente.
Senza di me.
Ne dubito. Non ho mai avuto un'amica come lei. Una che sa tutto di me, di cui mi
fido, a volte pi ancora che di me stessa. Guardo i suoi capelli rossi sferzati dal
vento, la brace dello spinello che brilla nel buio.  felice di come sta andando la
sua vita? Oppure  troppo presto per dirlo?
Guarda! esclama indicando il punto in cui una candela romana  esplosa in un bagliore
rosso su cui si stagliano le sagome nere degli alberi. Cazzo, che bello.
Rido annuendo, poi restiamo qualche minuto in silenzio, passandoci la canna. Alla
fine mi offre il mozzicone umido di saliva, io lo rifiuto e lei lo schiaccia sull
'asfalto del tetto con il suo scarponcino.
 meglio scendere dice afferrandomi il braccio. C' qualcuno che ti voglio
presentare.
Basta! protesto, ma la seguo comunque. Scavalchiamo una coppia che si sta baciando
sulle scale. Non sar un altro degli stronzi del tuo corso, vero?
Cazzo dici? ribatte lei trottando gi per le scale. Ero convinta che Alan ti sarebbe
piaciuto da morire!
Certo che mi piaceva! dico. Finch non mi ha confessato di essere innamorato di
un certo Kristian.
Insomma ride lei. Come facevo a sapere che avrebbe scelto proprio te per annunciare
al mondo che  gay? Ma questo  diverso. Ti piacer, lo so. Te lo presento, tutto
qui. Nessun impegno.
Okay mi arrendo. Apro la porta con una spinta e ci uniamo alla festa.
La stanza  ampia, con le pareti di cemento e lampadine nude che pendono dal soffitto.
Ci facciamo largo fino alla zona cucina e prendiamo due birre, poi adocchiamo uno
spazio libero accanto alla finestra. Allora, dov' questo tizio? chiedo, ma lei
non mi sente. Avverto la carica dell'alcol e dell'erba e mi metto a ballare. La
stanza  piena di gente, quasi tutta vestita di nero. Studenti d'arte del cazzo,
mi dico.
Qualcuno si avvicina e ci si para davanti. Lo riconosco.  Keith. Ci siamo gi visti
a un'altra festa, dove siamo finiti a baciarci in una delle camere da letto. Ma ora
sta parlando con la mia amica, indicando uno dei suoi quadri appesi al muro della
sala. Mi chiedo se abbia deciso di ignorarmi o se non ricordi che ci conosciamo. In
entrambi i casi, mi dico,  uno stronzo. Finisco la mia birra.
Ne vuoi un'altra? chiedo.
S risponde la mia amica. Vai a prenderle tu mentre me la sbrigo con Keith? Poi
ti presento il tizio di cui ti parlavo, okay?
Rido. Okay, come vuoi. Mi allontano verso la cucina.
All'improvviso, una voce. Forte, nell'orecchio. Christine! Chris! Stai bene?
Sono rimasta confusa; sembrava una voce nota. Ho aperto gli occhi e sono trasalita
rendendomi conto che ero all'aperto, in cima a Parliament Hill, con Ben che mi
chiamava e i fuochi d'artificio che tingevano di sangue il cielo davanti a me. Avevi
chiuso gli occhi ha detto Ben. Che succede? Qualcosa non va?
Non  niente ho risposto. Mi girava la testa, respiravo a fatica. Ho distolto il
volto da mio marito, fingendo di guardare i fuochi. Perdonami. Non  niente, va tutto
bene. Sto bene.
Stai tremando ha insistito lui. Hai freddo? Vuoi tornare a casa?
Mi sono resa conto che era vero. Avevo freddo. Volevo rientrare. Volevo trascrivere
quello che avevo appena visto.
S ho risposto. Ti dispiace?
Sulla via del ritorno ho ripensato alla visione che avevo avuto mentre guardavamo
i fuochi d'artificio. Mi aveva sconvolto per la sua chiarezza, per i suoi contorni
definiti. Mi aveva catturata, risucchiata come se la stessi rivivendo. Avevo sentito
ogni cosa, ogni sapore. L'aria fresca e le bollicine della birra. Il bruciore dell
'erba in fondo alla gola. La saliva di Keith, tiepida sulla mia lingua. Sembrava
tutto reale, quasi pi della vita su cui avevo riaperto gli occhi quando la visione
era svanita.
Non sapevo di preciso a quando risalisse. L'universit, ho ipotizzato, o appena dopo.
La festa in cui mi ero vista era il tipo di serata che immaginavo sarebbe stata
apprezzata da una studentessa. Non c'era nessuna sensazione di responsabilit. Era
spensierata, allegra.
E anche se non ricordavo come si chiamava, quella donna era importante per me. La
mia migliore amica. Per sempre, avevo pensato, e pur non sapendo chi fosse con lei
mi ero sentita sicura, protetta.
Mi sono chiesta di sfuggita se potessimo essere ancora amiche e ho cercato di parlarne
con Ben. Lui guidava in silenzio; pi che triste, sembrava distratto. Per un momento
ho pensato di rivelargli tutto della visione, ma poi mi sono limitata a domandargli
chi erano i miei amici quando ci eravamo conosciuti.
Ne avevi tanti mi ha risposto. Eri molto popolare.
Ma avevo un'amica del cuore? Qualcuno di speciale?
Mi ha rivolto un'occhiata. No ha risposto. Non mi sembra. Nessuno in particolare.
Mi sono chiesta come mai avessi ricordato i nomi di Keith e Alan ma non quello della
ragazza.
Ne sei sicuro? ho insistito.
S ha detto Ben. Ne sono sicuro.  tornato a voltarsi verso la strada. Si  messo
a piovere. Le luci dei negozi e le insegne al neon si riflettevano sull'asfalto.
Ci sono cos tante domande che vorrei fargli, ho pensato, ma non ho detto niente,
e pochi minuti dopo era gi troppo tardi. Eravamo arrivati a casa, e lui aveva
cominciato a cucinare. Era troppo tardi.
Non appena ho finito di scrivere, Ben mi ha chiamata per la cena. Aveva apparecchiato
e versato due bicchieri di vino bianco, ma io non avevo fame e il pesce era troppo
asciutto. L'ho avanzato quasi tutto. Poi, visto che era stato Ben a cucinare, mi
sono offerta di lavare i piatti. Li ho portati in cucina e li ho sciacquati sotto
l'acqua calda, con la speranza di trovare poi una scusa per risalire in camera a
leggere il mio diario e magari aggiungere qualcosa. Ma non era possibile: passare
cos tanto tempo da sola in camera avrebbe destato sospetti, quindi siamo rimasti
tutta la sera a guardare la televisione.
Non riuscivo a rilassarmi. Continuavo a pensare al mio diario e a guardare la lenta
marcia delle lancette dell'orologio sulla mensola del caminetto, dalle nove, alle
dieci, alle dieci e mezza. Quando ormai si stavano avvicinando le undici mi sono resa
conto che non avrei avuto pi tempo e ho annunciato: Penso che andr a letto.  stata
una lunga giornata.
Ben ha sorriso inclinando la testa. Va bene, tesoro ha detto. Ti raggiungo fra
un istante.
Ho annuito e ho risposto che andava bene, ma uscendo dal salotto ho avvertito una
paura strisciante. Quest'uomo  mio marito, mi sono detta, sono sposata con lui,
eppure avevo la sensazione che andare a letto con lui fosse sbagliato. Non ricordavo
di averlo mai fatto, e non sapevo cosa aspettarmi.
In bagno ho usato il gabinetto e mi sono lavata i denti senza rivolgere nemmeno un
'occhiata allo specchio o alle foto che lo circondano. Sono entrata in camera da
letto, ho trovato la camicia da notte piegata sul cuscino e ho cominciato a spogliarmi.
Volevo essere pronta prima del suo arrivo, essere gi sotto le coperte. Per un attimo
mi  venuta l'assurda idea di fingere di dormire.
Mi sono sfilata il maglione e mi sono guardata allo specchio. Ho visto il reggiseno
color crema che avevo indossato questa mattina e per un breve istante mi sono rivista
bambina mentre domandavo a mia madre come mai lei lo portava e io no, al che lei
rispondeva che un giorno l'avrei usato anch'io. E adesso quel giorno era arrivato,
e non gradualmente, ma all'improvviso. L, ancora pi che nelle rughe sul volto o
nelle pieghe sulle mani, era la prova che non ero pi una ragazza ma una donna. L,
nella morbida abbondanza dei miei seni.
Ho indossato la camicia da notte dalla testa e l'ho lisciata sul davanti. Poi ho
infilato la mano sotto e mi sono slacciata il reggiseno, avvertendo il peso del mio
petto, e infine ho sbottonato i pantaloni e me li sono tolti. Non volevo esaminare
ulteriormente il mio corpo, non stasera, e dopo essermi sfilata collant e mutande
sono scivolata fra le lenzuola, ho chiuso gli occhi e mi sono girata su un fianco.
Ho sentito i rintocchi dell'orologio al piano di sotto, e un momento dopo Ben 
entrato in camera. Non mi sono mossa, ho ascoltato mentre si spogliava, poi ho sentito
sprofondare il materasso quando si  seduto sul bordo del letto. Per un attimo  rimasto
fermo, poi ho avvertito il peso della sua mano sul fianco.
Christine? ha detto in un mezzo sussurro. Sei sveglia? Ho mormorato di s. Oggi
hai ricordato un'amica? Ho aperto gli occhi e mi sono girata sulla schiena. Vedevo
la sua schiena ampia, i peli sottili sparsi sulle spalle.
S ho risposto.
Ben si  voltato verso di me. Che cosa hai ricordato?
Gliel'ho detto, pur restando sul vago. Una festa. Eravamo entrambe all'universit,
penso.
Si  alzato e si  girato per venire a letto. Ho visto che era nudo. Il pene penzolava
dal suo scuro cespuglio di peli, e ho dovuto reprimere una risatina. Non ricordavo
di aver mai visto dei genitali maschili, nemmeno nei libri, eppure non mi erano del
tutto ignoti. Mi sono chiesta quanto bene li conoscessi, quali esperienze potessi
aver avuto. Quasi involontariamente ho distolto gli occhi.
Non  la prima volta che ricordi quella festa ha detto Ben scostando le lenzuola.
Ti ritorna in mente abbastanza spesso, credo. Certe memorie sembrano riemergere con
regolarit.
Ho sospirato. "Quindi non  niente di nuovo" sembrava voler dire. "Nulla di
eclatante." Si  coricato accanto a me e ha tirato le lenzuola per coprire entrambi.
Non ha spento la luce.
Ho spesso dei ricordi? ho domandato.
S. Di certe cose. Quasi tutti i giorni.
Sempre le stesse?
Ben si  girato verso di me, sollevandosi su un gomito. A volte ha risposto.
Normalmente s.  raro che ci sia una sorpresa.
Ho distolto lo sguardo dal suo viso e ho fissato il soffitto. Non mi ricordo mai
di te?
Lui mi ha guardata. No ha risposto. Mi ha preso la mano, l'ha stretta. Ma non
ha importanza. Io ti amo. Va tutto bene.
Devo essere un peso tremendo ho detto.
Ha mosso la mano, cominciando a carezzarmi il braccio. Ho avvertito una scossa e l
'ho ritratto. No ha detto lui. Neanche per sogno. Io ti amo.
Mi si  fatto sotto, mi ha baciata sulle labbra.
Ho chiuso gli occhi. Voleva fare sesso? Per me era un estraneo; pur sapendo a livello
razionale che ogni sera ci coricavamo insieme e che lo facevamo da quando ci eravamo
sposati, il mio corpo non lo conosceva nemmeno da un giorno.
Sono molto stanca, Ben ho detto.
Lui ha abbassato la voce in un sussurro. Lo so, tesoro ha risposto. Mi ha baciato
dolcemente le guance, le labbra, gli occhi. Lo so. La sua mano ha cominciato a
scendere sotto le lenzuola, e io ho sentito montare un'ondata di ansia, quasi di
panico.
Ben ho ripetuto. Perdonami. Gli ho preso la mano e l'ho fermata. Ho resistito
all'impulso di allontanarla di scatto come se ne fossi disgustata e l'ho carezzata.
Sono stanca ho insistito. Non stasera, va bene?
Lui non ha risposto, ha ritirato la mano e si  girato sulla schiena. Il suo disappunto
era quasi palpabile. Non sapevo cosa dire. Una parte di me pensava che avrei dovuto
chiedergli scusa, ma un'altra ancora pi consistente mi diceva che non avevo fatto
nulla di male. E cos siamo rimasti distesi in silenzio, affiancati ma senza toccarci,
e io mi sono chiesta quanto spesso accada. Quanto spesso lui venga a letto in preda
al desiderio, se mi capiti mai di volerlo io stessa o riesca anche solo a concedermi,
e se quando non ci riesco finisca sempre cos, con questo silenzio imbarazzante.
Buonanotte, tesoro ha detto lui dopo qualche altro minuto, e la tensione si 
diradata. Ho aspettato di sentirlo russare, poi mi sono alzata senza fare rumore e
sono venuta a sedermi qui, nell'altra stanza, per scrivere queste righe.
Vorrei tanto poterlo ricordare. Anche una sola volta.
Luned 12 novembre
L'orologio ha appena suonato le quattro; sta cominciando a fare buio. Non  ancora
l'ora in cui rientra Ben, ma mentre scrivo tendo le orecchie per riconoscere la sua
auto. La scatola da scarpe  sul pavimento accanto ai miei piedi, la carta velina
in cui era avvolto il quaderno fuoriesce dai lati. All'arrivo di Ben rimetter il
quaderno nell'armadio e gli dir che ho riposato.  disonesto, ma non in modo grave,
e non c' niente di male nel voler mantenere segreto il contenuto del mio diario.
Devo scrivere quello che ho visto. Quello che ho imparato. Ma questo non significa
che desideri che qualcuno lo legga, chiunque sia.
Oggi ho visto il dottor Nash. Ci siamo seduti uno di fronte all'altra, sui due lati
della sua scrivania. Dietro di lui c'era uno schedario su cui campeggiava un modello
di plastica del cervello umano, diviso a met come un'arancia. Il dottore mi ha
chiesto come stavo.
Bene, suppongo ho risposto. Era una domanda difficile: ricordavo con chiarezza solo
le poche ore trascorse da quando mi ero svegliata. Avevo visto mio marito come se
fosse la prima volta, anche se sapevo che non lo era, e avevo ricevuto la telefonata
del mio dottore che mi aveva detto del diario. Poi, dopo pranzo, era venuto a prendermi
e mi aveva accompagnata l, nel suo studio.
Ho scritto sul diario, gli ho detto dopo che mi ha chiamato. Sabato.
Sembrava contento. Pensa che le sia servito?
Credo di s. Gli ho riferito i ricordi che mi erano tornati in mente. La visione
della ragazza alla festa, il momento in cui avevo saputo che mio padre era malato.
Mentre parlavo, lui prendeva appunti.
Ricorda ancora quelle cose? mi ha chiesto. O le ricordava quando si  svegliata
stamattina?
Ho esitato. La verit era che non le ricordavo. O solo in minima parte. Questa mattina
avevo letto il resoconto di sabato: la colazione con mio marito, la gita a Parliament
Hill. Mi erano sembrate irreali come una storia di fantasia, senza alcuna relazione
con me, e mi ero ritrovata a leggere e rileggere le stesse parti cercando di saldarle,
di fissarle nella mia mente. Ci avevo impiegato pi di un'ora.
Avevo letto quello che mi aveva raccontato Ben, il modo in cui ci eravamo conosciuti
e ci eravamo sposati, la nostra vita, e non avevo provato nulla. Ma altre cose mi
erano rimaste dentro. La ragazza, per esempio. La mia amica. Non ricordavo i
particolari (la festa con i fuochi d'artificio, il momento in cui mi ero trovata
sul tetto insieme a lei, l'incontro con il ragazzo di nome Keith) ma la memoria di
lei esisteva ancora in me, e stamattina, mentre leggevo e rileggevo quello che avevo
scritto sabato, mi erano tornate in mente altre cose. Il rosso acceso dei suoi capelli,
la predilezione per i vestiti neri, la cintura borchiata, il rossetto scarlatto, il
modo in cui fumava facendola sembrare la cosa pi fantastica al mondo. Non mi veniva
in mente il suo nome, ma ora ricordavo la sera in cui ci eravamo conosciute, in una
stanza pervasa da una densa foschia di fumo di sigaretta e in cui risuonavano i fischi
e i colpi dei flipper e le note metalliche di un juke-box. Lei mi aveva fatto accendere,
poi si era presentata e mi aveva proposto di unirmi al suo gruppo. Avevamo bevuto
vodka e birra, e pi tardi era stata lei a tenermi sollevati i capelli mentre vomitavo
nella tazza del gabinetto. A questo punto siamo decisamente amiche aveva detto
ridendo mentre mi rialzavo. Non lo farei per chiunque, sai.
L'avevo ringraziata, e senza sapere per quale motivo, come se spiegasse ci che avevo
appena fatto, le avevo confidato che mio padre era morto. Cazzo! aveva esclamato
lei e, in quello che doveva essere il primo dei suoi numerosi, improvvisi passaggi
dallo stupore alcolico all'efficienza compassionevole, mi aveva portata in camera
sua, dove avevamo sgranocchiato pane tostato e bevuto caff nero ascoltando i suoi
dischi e parlando delle nostre vite finch si era fatto giorno.
Addossati a un muro e ai piedi del letto c'erano diversi dipinti, e gli album da
disegno erano sparsi per tutta la stanza. Sei un'artista? le avevo chiesto, e lei
aveva annuito.  per questo che sono iscritta qui. Ricordavo che mi aveva detto
che studiava Belle Arti. Finir per fare l'insegnante, ovviamente, ma nel frattempo
bisogna pur sognare, no? Ero scoppiata a ridere. E tu? Cosa stai studiando?
Lettere, le avevo risposto. Ah! aveva esclamato. Quindi hai intenzione di scrivere
romanzi o di insegnare? Aveva riso, non in modo antipatico, ma io non le avevo parlato
del racconto a cui stavo lavorando in camera mia prima di scendere. Non lo so avevo
risposto. Suppongo di essere come te. Lei aveva riso di nuovo. Be', a noi! aveva
esclamato, e mentre brindavamo a caff avevo avuto la sensazione, per la prima volta
da mesi, che forse le cose sarebbero finalmente andate meglio.
Tutto questo lo ricordavo. Era stato spossante, lo sforzo di volont con cui avevo
sondato il vuoto della mia memoria alla ricerca del pi piccolo dettaglio in grado
di scatenare un ricordo. Ma le memorie della mia vita coniugale? Scomparsi. Leggere
le mie parole non aveva smosso nemmeno il pi infimo residuo. Era come se Ben e io
non fossimo mai andati a Parliament Hill, ma non solo: come se non fosse accaduto
nulla di ci che Ben mi aveva raccontato lass.
Ricordo alcune cose ho spiegato al dottor Nash. Memorie di quand'ero giovane,
cose che mi sono tornate in mente ieri. Ci sono ancora, e con altri dettagli. Ma non
rammento nulla di quello che abbiamo fatto ieri. O sabato. Posso cercare di
raffigurarmi la scena che descrivo nel mio diario, ma so che non  un ricordo. So
che la sto semplicemente immaginando.
Il dottor Nash ha annuito. Non ha nessun ricordo di sabato? Nessun particolare di
cui ha preso nota ma che le  rimasto anche in mente? La serata, per esempio?
Ho ripensato a ci che avevo scritto sul momento in cui eravamo andati a letto. Mi
sono resa conto di sentirmi in colpa. In colpa per il fatto che, malgrado la sua
gentilezza, non ero riuscita a concedermi a mio marito. No ho mentito. Niente.
Mi sono chiesta cosa avrebbe potuto fare di diverso perch io desiderassi riceverlo
fra le mie braccia, perch mi lasciassi amare. Fiori? Cioccolatini? Doveva dare fondo
al repertorio romantico ogni volta che aveva voglia di fare sesso, come se fosse sempre
la prima volta? Mi sono resa conto che gli sono preclusi i normali canali di seduzione.
Non pu nemmeno suonare la prima canzone che abbiamo ballato al nostro matrimonio,
o ricreare la nostra prima cena fuori, perch io non le ricordo. E in ogni caso sono
sua moglie; non dovrebbe essere costretto a sedurmi come se ci fossimo appena
conosciuti ogni volta che vuole fare l'amore.
Ma capita mai che lo lasci fare, o addirittura che desideri farlo io stessa? Mi sveglio
mai con una consapevolezza sufficiente perch possa esistere un desiderio non
forzato?
Non ricordo nemmeno Ben ho detto al dottor Nash. Stamattina non avevo idea di chi
fosse.
Lui ha annuito. E le piacerebbe saperlo?
Per poco non gli ho riso in faccia. Ma certo! ho risposto. Voglio ricordare il
mio passato. Voglio sapere chi sono. Chi ho sposato. Fa tutto parte della stessa cosa.
Certo ha detto lui. Ha esitato, poi ha appoggiato i gomiti sulla scrivania e ha
intrecciato le dita davanti al volto come se stesse riflettendo con cura su cosa dire
o come dirlo. Il suo racconto  incoraggiante. Indica che i ricordi non sono perduti
del tutto. Che non  un problema di conservazione ma di accesso.
Ho riflettuto un istante, poi ho detto: Vuol dire che i miei ricordi ci sono, ma
che io non riesco a raggiungerli?.
Lui ha sorriso. S, se preferisce.
Ho provato un moto di frustrazione, di impazienza. E come faccio a ricordare di pi?
Il dottor Nash si  rilassato sulla sedia e ha consultato la sua cartella. La
settimana scorsa, ha detto il giorno in cui le ho dato il diario, ha scritto che
le avevo mostrato una foto della sua casa d'infanzia? Gliel'ho lasciata, mi sembra.
S ho risposto. L'ho scritto.
Dopo aver visto la foto ha dato l'impressione di ricordare molte pi cose di quando
le avevo chiesto di parlare di quella casa senza mostrarle nessuna immagine. Una
pausa. E anche questo non  sorprendente. Ma vorrei vedere cosa accade se le faccio
vedere immagini del periodo di cui non ricorda niente. Voglio vedere se le torna in
mente qualcosa.
Per un istante ho esitato, non sapendo bene dove saremmo andati a parare; ma ero
perfettamente consapevole di non avere scelta.
Okay ho risposto.
Bene! Per oggi guarderemo una sola immagine. Nash ha estratto una foto dal fondo
della cartella, ha aggirato la scrivania e mi si  seduto accanto. Prima di guardare:
ricorda qualcosa del suo matrimonio?
Gi sapevo che era tutto inutile: per quanto mi riguardava, il mio matrimonio con
l'uomo accanto al quale mi ero svegliata stamattina non era semplicemente mai
avvenuto.
No ho risposto. Niente.
Ne  sicura?
Ho annuito. S.
Nash ha posato la foto sulla scrivania davanti a me. Si  sposata qui ha detto
picchiettandovi sopra con un dito. Era l'immagine di una chiesa. Piccola, con un
tetto basso e un campanile minuscolo. Mi era del tutto estranea.
Niente?
Ho chiuso gli occhi e ho cercato di svuotare la mente. Acqua. La mia amica. Un pavimento
di piastrelle bianche e nere. Nient'altro.
No. Non ricordo di averla mai vista.
Nash  sembrato deluso. Sicura?
Ho richiuso gli occhi. Nero. Ho cercato di pensare al giorno delle mie nozze, di
immaginare Ben e io in abiti nuziali, in posa sul prato davanti alla chiesa, ma non
ho visto nulla. Nessun ricordo. Ho sentito un'ondata di tristezza. Come qualunque
altra sposa, dovevo aver passato settimane a pianificare le nozze, scegliendo l
'abito e aspettando ansiosa le modifiche, prenotando il parrucchiere, pensando al
trucco. Mi sono immaginata mentre mi tormentavo sul menu, sceglievo gli inni da
leggere, selezionavo i fiori, nella speranza che la giornata mantenesse le mie
impossibili aspettative. E ora non ho modo di sapere se l'abbia fatto. Mi  stato
tolto tutto,  stata cancellata ogni traccia. Tutto tranne l'uomo che ho sposato.
S ho risposto. Non c' nulla.
Il dottor Nash ha messo via la fotografia. Secondo gli appunti presi durante la sua
prima terapia, vi siete sposati a Manchester ha detto. La chiesa si chiama St Mark
's. La foto  recente,  l'unica che sono riuscito a trovare, ma immagino che da
allora il suo aspetto non sia cambiato di molto.
Non ci sono foto del nostro matrimonio ho detto, una domanda e al tempo stesso un
'affermazione.
No. Sono andate perdute. In un incendio, a quanto pare.
Ho annuito. Sentirglielo dire ha in qualche modo consolidato l'idea, facendola
sembrare pi reale. Quasi come se l'essere un dottore gli desse un'autorevolezza
che Ben non aveva.
Quando mi sono sposata? ho chiesto.
Dovrebbe essere successo a met degli anni Ottanta.
Prima del mio incidente.
Il dottor Nash  parso a disagio. Mi sono chiesta se gli avessi mai parlato dell
'incidente che mi aveva fatto perdere la memoria.
 al corrente della causa della sua amnesia?
S. Ne ho parlato con Ben. L'altro giorno. E lui mi ha detto tutto. L'ho scritto
sul diario.
Ha annuito. E che cosa prova?
Non ne sono sicura ho detto. La verit era che non avevo alcun ricordo dell'
incidente, e che per questo non mi sembrava reale. Tutto ci che conservavo erano
gli effetti. Il modo in cui mi aveva ridotta. Sento che dovrei odiare la persona
che mi ha fatto questo ho ripreso. Visto soprattutto che l'ha passata liscia, che
non  mai stato punito per avermi ridotta cos. Per avermi rovinato la vita. Ma la
cosa strana  che in realt non lo odio. Non ci riesco. Non riesco a immaginarlo,
a raffigurarmelo.  come se non esistesse nemmeno.
Nash  parso di nuovo deluso.  questo che pensa? mi ha chiesto. Che la sua vita
 stata rovinata?
S ho risposto dopo alcuni istanti. S,  questo che penso. Lui non ha detto nulla.
Non  cos?
Non so cosa mi aspettavo che facesse o dicesse. Suppongo che una parte di me avrebbe
voluto sentirgli dire che mi sbagliavo, che la mia vita valeva la pena di essere
vissuta. Ma lui non l'ha fatto. Si  limitato a guardarmi, e mi sono resa conto che
ha degli occhi bellissimi. Azzurri, scheggiati di grigio.
Mi dispiace, Christine ha detto. Mi dispiace. Ma sto facendo il possibile, e penso
di poterla aiutare. Sul serio. Ci deve credere.
Ci credo ho risposto. Ci credo.
Ha messo la mano sopra la mia, dove l'avevo posata sulla scrivania. Era pesante,
calda. Mi ha stretto le dita, e per un istante ho provato imbarazzo per lui e per
me; ma poi l'ho guardato in faccia, e l'espressione triste che vi ho visto mi ha
fatto capire che il suo era il gesto di un giovane che conforta una donna pi vecchia
di lui. Nient'altro.
Mi scusi ho detto. Devo andare in bagno.
Quando sono tornata aveva versato del caff e ci siamo seduti di nuovo ai due lati
della scrivania a sorseggiarlo. Sembrava restio a incrociare il mio sguardo;
insisteva a sfogliare le carte sulla scrivania, tergiversando in preda a un evidente
disagio. Sulle prime ho pensato che fosse imbarazzato per avermi preso la mano, ma
poi ha alzato gli occhi e ha detto: Christine, volevo chiederle una cosa. Due, in
realt. Ho annuito. Anzitutto, ho deciso di scrivere una ricerca sul suo caso. 
piuttosto insolito, e penso che diffondere i dettagli nella comunit scientifica
possa rivelarsi molto utile. Le dispiace?
Ho guardato le riviste mediche accatastate in disordine sugli scaffali attorno a noi.
Era cos che intendeva fare carriera?   per questo che sono qui?  Per un attimo ho
considerato l'idea di dirgli che preferivo non utilizzasse la mia storia, ma alla
fine ho semplicemente scosso la testa. No ho detto. Va bene.
Lui ha sorriso. Bene. La ringrazio. Ora ho una domanda. O meglio una sorta di idea.
Un tentativo che vorrei fare. Che ne pensa?
Di cosa si tratta? ho ribattuto. Ero preoccupata, ma anche lieta che stesse
finalmente per rivelarmi cos'aveva in mente.
Be', secondo la sua cartella, da sposati lei e Ben avete continuato a vivere nella
casa in cui gi abitavate, nella zona est di Londra. Ha fatto una pausa, e di punto
in bianco ho sentito una voce che doveva appartenere a mia madre.  Vivere nel peccato:
un rimprovero, uno scuotimento del capo che diceva tutto. Poi, pi o meno un anno
dopo, vi siete trasferiti in un'altra casa. Dove siete rimasti fin quasi al giorno
in cui lei  finita in ospedale. Nash ha esitato.  abbastanza vicina a quella in
cui vivete adesso. Ho cominciato a capire cosa avrebbe potuto propormi. Ho pensato
che uscendo adesso potremmo passare di l mentre la accompagno a casa. Che ne dice?
Che ne dicevo? Non lo sapevo. Era una risposta quasi impossibile. Sapevo che era un
'idea ragionevole, che avrebbe potuto aiutarmi in un modo indefinibile che nessuno
dei due era ancora in grado di capire, eppure ero riluttante. Era come se il mio passato
sembrasse all'improvviso pericoloso. Un luogo che forse sarebbe stato imprudente
visitare.
Non ne sono sicura ho risposto.
Ci ha vissuto diversi anni.
Lo so, ma...
Potremmo soltanto passarci davanti. Non  necessario entrare.
Entrare? ho ripetuto. Ma come...?
S ha ammesso lui. Ho scritto alla coppia che abita l adesso, abbiamo parlato al
telefono. Hanno detto che se la pu aiutare, saranno pi che lieti di fargliela
visitare.
Ero sorpresa. Davvero? ho chiesto.
Lui ha distolto leggermente lo sguardo.  stato un gesto rapido, ma sufficiente a
farmi capire che era imbarazzato. Mi sono chiesta se nascondesse altro. S ha
risposto. Poi: Non mi espongo cos per tutti i miei pazienti. Non ho detto nulla,
e lui ha sorriso. Penso davvero che potrebbe aiutarla, Christine.
Cos'altro potevo fare?
Avevo intenzione di dedicarmi al mio diario durante il tragitto, ma non  stato lungo
e quando Nash ha parcheggiato avevo appena finito di rileggere l'ultimo paragrafo.
La casa era simile a quella da cui eravamo partiti stamattina, quella in cui vivo,
come devo continuamente ripetermi, con i suoi mattoni rossi, le finiture in legno
verniciato, il bovindo e il giardinetto ben curato. Sembrava semmai pi grande, e
una finestra nel sottotetto suggeriva la presenza di una mansarda abitabile che noi
non avevamo. Facevo fatica a capire come mai avessimo lasciato questa casa per
trasferirci in un'abitazione quasi identica a pochi chilometri di distanza. Me ne
sono resa conto soltanto dopo un istante: ricordi. Ricordi di una vita migliore prima
dell'incidente, quando eravamo felici e conducevamo un'esistenza normale. Ben
doveva averne, anche se io li avevo perduti.
A un tratto ero certa che la casa mi avrebbe rivelato qualcosa. Che mi avrebbe rivelato
il passato.
Voglio entrare ho detto.
Mi fermo qui, per il momento. Vorrei scrivere il resto, ma  importante, troppo
importante per farlo in fretta e furia, e Ben rientrer a casa fra poco.  gi in
ritardo;  sceso il buio, in strada echeggiano i tonfi delle portiere che sbattono
a mano a mano che la gente rientra dal lavoro. Le automobili rallentano davanti a
casa nostra, e presto una di esse sar quella di Ben. Meglio che mi fermi adesso e
metta il diario al sicuro nell'armadio.
Continuer pi tardi.
Stavo chiudendo il coperchio della scatola quando ho sentito la chiave di Ben nella
serratura. Appena  entrato in casa mi ha chiamato, e io ho risposto che sarei scesa
subito. Malgrado non avessi motivo di nascondere il fatto che avevo aperto l'armadio,
l'ho richiuso con delicatezza e sono scesa da mio marito.
 stata una serata frammentaria. Sentivo il richiamo costante del mio diario. Mentre
cenavamo mi chiedevo se sarei riuscita a scrivere qualcosa prima di lavare i piatti;
mentre lavavo i piatti mi chiedevo se fosse il caso di fingere un mal di testa e andare
a scrivere appena finito. Ma poi, dopo che ho messo ordine in cucina, Ben mi ha detto
di avere del lavoro da sbrigare e si  ritirato nel suo studio. Ho tirato un sospiro
di sollievo e gli ho detto che sarei andata a letto.
Adesso sono qui. Sento Ben, il ticchettio della sua tastiera, e ammetto che  un suono
confortante. Ho letto quello che avevo scritto prima che Ben rientrasse e riesco
ancora una volta a rivedermi nella situazione di questo pomeriggio, seduta in macchina
davanti a una casa in cui avevo vissuto. Posso riprendere il racconto.
 successo in cucina.
Una donna, Amanda, ha risposto al ronzio insistito del campanello, accogliendo il
dottor Nash con una stretta di mano e me con uno sguardo a met strada fra la piet
e l'attrazione. E lei dev'essere Christine ha detto inclinando la testa e
porgendomi la mano ben curata. Accomodatevi!
Ha chiuso la porta alle nostre spalle. Portava una camicetta color crema e gioielli
d'oro. Si  presentata e ha detto: Restate pure quanto volete, d'accordo? Finch
ne avete bisogno.
Ho annuito e mi sono guardata intorno. Ci trovavamo in un ingresso luminoso, ricoperto
di moquette. I raggi del sole penetravano dai pannelli delle finestre, illuminando
un vaso di tulipani su un tavolino da parete. Si  creato un lungo silenzio
imbarazzato.  una casa deliziosa ha detto alla fine Amanda, e per un istante 
stato come se il dottor Nash e io fossimo potenziali acquirenti e lei un'agente
immobiliare ansiosa di concludere un affare. L'abbiamo comprata una decina d'anni
fa e l'adoriamo.  cos luminosa. Vogliamo passare in soggiorno?
L'abbiamo seguita nella sala. Era un locale spartano, raffinato. Non ho avvertito
nulla, neppure un vago senso di familiarit; avrebbe potuto essere una stanza
qualsiasi di una casa qualsiasi in una citt qualsiasi.
Grazie di averci concesso questa visita ha detto il dottor Nash.
Oh, si figuri! ha risposto lei con un curioso sbuffo dal naso. L'ho immaginata
a cavallo, o alle prese con una composizione floreale.
Avete fatto molte modifiche all'arredamento, da quando ci abitate? ha chiesto lui.
Oh, qualcosa qua e l.
Ho guardato il parquet levigato e i muri bianchi, il divano color crema, le stampe
di arte moderna appese alla parete. Ho ripensato alla casa da cui ero uscita qualche
ora prima; non avrebbe potuto essere pi diversa.
Ricorda che aspetto aveva quando siete arrivati? ha domandato il dottor Nash.
Amanda ha sospirato. Solo vagamente, temo. C'era la moquette. Una specie di color
biscotto, mi sembra. E c'era la carta da parati. A righe, se non ricordo male. Ho
cercato di immaginarmi la stanza sulla base della sua descrizione. Niente. C'era
anche un caminetto che abbiamo fatto togliere. Adesso lo rimpiango. Era un pezzo
originale.
Christine?  intervenuto il dottor Nash. Le ricorda qualcosa? Ho scosso la testa
e lui ha ripreso: Potremmo dare un'occhiata anche al resto della casa?.
Siamo saliti al piano superiore. C'erano due stanze. Giles lavora molto a casa
ha spiegato Amanda mentre entravamo in quella sul davanti. Era dominata da una
scrivania, da alcuni schedari e da una quantit di libri. Penso che i proprietari
precedenti la usassero come camera da letto. Mi ha guardata, ma io non ho detto nulla.
 leggermente pi grande dell'altra, ma Giles non riesce a dormirci. Per il
traffico. Ha fatto una pausa.  architetto. Di nuovo non ho aperto bocca. Una
bella coincidenza, ha proseguito visto che anche l'uomo che ci ha venduto la casa
era un architetto. Sono andati subito d'accordo. Credo che il collegamento ci abbia
fatto risparmiare qualche migliaio di sterline. Un'altra pausa. Mi sono chiesta
se si aspettasse le nostre congratulazioni. Giles sta aprendo un suo studio.
Un architetto, ho pensato. Non un insegnante come Ben. Non potevano essere queste
le persone a cui aveva venduto la casa. Ho cercato di immaginare la stanza con un
letto al posto della scrivania dal piano di cristallo, con moquette e carta da parati
invece delle assi di legno sverniciato e delle pareti bianche.
Il dottor Nash si  voltato verso di me. Vede qualcosa?
Ho scosso la testa. No. Niente. Non ricordo nulla.
Abbiamo visitato l'altra stanza, poi il bagno. Non  successo nulla, e cos siamo
scesi in cucina. Gradite una tazza di t? ha chiesto Amanda. Non  un disturbo,
davvero.  gi pronto.
No, grazie ho risposto. Era un locale severo, spigoloso. I pensili erano bianchi
e cromati, il banco sembrava una lastra di cemento. Un vaso di limette forniva l
'unica macchia di colore. Temo sia quasi ora di andare.
Capisco ha detto Amanda. La sua allegra efficienza sembrava svanita, rimpiazzata
dalla delusione. Mi sono sentita in colpa; evidentemente aveva sperato che una visita
a casa sua si sarebbe rivelata una cura miracolosa. Potrei avere un bicchiere d
'acqua? ho chiesto.
Amanda si  illuminata in volto. Ma certo! ha esclamato. Glielo prendo subito!
Ed  stato allora, quando ho preso il bicchiere che mi stava porgendo, che ho visto
la scena.
Sia Amanda sia il dottor Nash erano scomparsi. Ero sola. Sul banco della cucina c
'era un pesce ancora crudo, bagnato e scintillante, posato su un piatto ovale. Ho
sentito una voce. Una voce maschile. Era la voce di Ben, ho pensato, ma in qualche
modo pi giovane. Bianco o rosso? mi ha chiesto, e voltandomi l'ho visto entrare
in una cucina. Era la stessa in cui mi trovavo con il dottor Nash e Amanda, ma le
pareti avevano un colore diverso. Ben aveva due bottiglie di vino, una per mano, ed
era lo stesso Ben ma pi magro, con meno capelli grigi e un paio di baffi. Era nudo,
e il suo pene semieretto ciondolava comicamente a ogni passo. La sua pelle era liscia,
tesa sui muscoli delle braccia e del petto, e a un tratto ho avvertito un violento
moto di desiderio. Mi sono vista trasalire, ma in realt ridevo.
Bianco, credo? ha detto lui ridendo insieme a me; poi ha posato entrambe le bottiglie
sul tavolo e mi si  avvicinato. Le sue braccia mi hanno circondata, e un attimo dopo
avevo chiuso gli occhi e aperto la bocca quasi involontariamente, e ci stavamo
baciando, e potevo sentire la pressione del suo pene sull'inguine e la mia mano che
vi si avvicinava. E mentre lo baciavo pensavo: devo ricordarmi di questo, di ci che
si prova. Devo metterlo nel libro.  questo che voglio scrivere.
Mi sono abbandonata al suo abbraccio, premendo il mio corpo contro il suo, e le sue
mani hanno cominciato a spogliarmi, a cercare la cerniera del vestito. Smettila!
ho detto. Non... Ma anche se dicevo di no, se gli chiedevo di fermarsi, sentivo
di desiderarlo pi di chiunque altro avessi mai desiderato. Saliamo, ho detto
presto. E gi stavamo uscendo dalla cucina strappandoci i vestiti di dosso e
salivamo verso la camera da letto con la moquette grigia e la carta da parati a disegni
azzurri, e io non smettevo un istante di pensare: s,  di questo che dovrei scrivere
nel mio prossimo romanzo, sono queste le sensazioni che voglio catturare.
A un tratto sono inciampata. Un suono di vetri infranti, e le immagini davanti a me
sono svanite. Era come se la bobina di un film si fosse esaurita, e i fotogrammi sullo
schermo fossero stati rimpiazzati da una luce sfarfallante e dalle ombre dei granelli
di polvere. Ho riaperto gli occhi.
Ero sempre nella stessa cucina, ma ora davanti a me c'era il dottor Nash e dietro
di lui Amanda, ed entrambi mi guardavano preoccupati e ansiosi. A un tratto mi sono
resa conto che avevo lasciato cadere il bicchiere.
Christine ha detto il dottor Nash. Christine, sta bene?
Non ho risposto. Non avevo idea di come stavo. Per quanto ne sapessi, era la prima
volta che ricordavo mio marito.
Ho chiuso gli occhi, cercando di richiamare la visione. Mi sono sforzata di rivedere
il pesce, il vino, mio marito con i baffi, nudo, il pene ciondolante, ma  stato
inutile. Il ricordo era scomparso, evaporato come se non fosse mai esistito, o come
se fosse stato cancellato dal presente.
S, ho risposto sto bene, ho...
Che cosa  successo? ha domandato Amanda. Come si sente?
Ho ricordato qualcosa ho risposto. Amanda si  portata le mani alla bocca, e sul
suo viso si  dipinta la gioia.
Davvero? ha esclamato. Magnifico! Che cosa? Cos'ha ricordato?
Prego...  intervenuto il dottor Nash. Ha fatto un passo in avanti e mi ha presa
per un braccio, facendo scricchiolare i vetri rotti sotto i piedi.
Mio marito ho detto. Qui. Ho ricordato mio marito...
Sul viso di Amanda si  dipinta la delusione. "Tutto qui?" sembrava dire.
Dottor Nash? ho ripreso. Ho ricordato Ben! Ho cominciato a tremare.
Bene ha risposto lui. Bene! Eccellente!
Insieme mi hanno portata in salotto, facendomi sedere sul divano. Amanda mi ha portato
una tazza di t caldo e un biscotto su un piattino. Non capisce, mi sono detta. Non
pu capire. Ho ricordato Ben. Me stessa da giovane. Noi due insieme. Ora so che eravamo
innamorati. Non sono pi costretta a credergli sulla parola.  importante. Molto pi
importante di quanto lei potr mai capire.
Per l'intero tragitto fino a casa mi sentivo elettrizzata. Pervasa da una grande
energia nervosa. Guardavo il mondo esterno, quello strano, misterioso mondo
sconosciuto, e non vedevo una minaccia ma una possibilit. Il dottor Nash mi ha detto
che secondo lui stavamo davvero facendo progressi. Sembrava elettrizzato anche lui.
Ottimo continuava a ripetere. Ottimo. Non sapevo bene se lo dicesse per me o per
se stesso e la sua carriera. Ha detto che vorrebbe farmi fare una risonanza magnetica,
e quasi senza riflettere ho accettato. Mi ha anche dato un telefono cellulare,
dicendomi che prima era della sua ragazza.  diverso da quello che mi ha dato Ben.
 pi piccolo, e si apre a portafoglio a rivelare la tastiera e lo schermo all'
interno. A noi non serve pi ha spiegato. Mi pu chiamare in qualsiasi momento.
Ogni volta che c' una cosa importante. Lo tenga sempre con s. La chiamer a questo
numero per ricordarle del diario. Tutto questo  successo alcune ore fa. Ora mi rendo
conto che Nash mi ha dato il telefono per potermi chiamare all'insaputa di Ben. L
'ha ammesso lui stesso. L'altro giorno ha risposto Ben. La situazione potrebbe
diventare delicata. Questo faciliter le cose. L'ho preso senza fare obiezioni.
Ho ricordato Ben. Ho ricordato che lo amavo. Presto sar a casa. Forse pi tardi,
quando andremo a letto, mi far perdonare il rifiuto dell'altra sera. Mi sento viva.
Traboccante di possibilit.
Marted 13 novembre
 pomeriggio. Presto Ben rientrer da un'altra giornata di lavoro. Sono seduta con
questo diario davanti a me. Un uomo, il dottor Nash, mi ha chiamata all'ora di pranzo
e mi ha detto dove l'avrei trovato. Quando mi ha telefonato ero in salotto, e all
'inizio non ho creduto che mi conoscesse davvero. Guardi nella scatola da scarpe
nell'armadio ha detto alla fine. Trover un libro. Non gli credevo, ma lui 
rimasto in linea mentre controllavo, e aveva ragione. Nella scatola, avvolto nella
carta velina, c'era il mio diario. L'ho sollevato come se fosse fragile, ho salutato
il dottor Nash, mi sono inginocchiata a terra davanti all'armadio e l'ho letto.
Dalla prima all'ultima parola.
Ero tesa, anche se non sapevo perch. Il diario mi sembrava una cosa proibita,
pericolosa, ma forse era solo per la cura con cui l'avevo nascosto. Continuavo ad
alzare lo sguardo dalle pagine per controllare l'ora, e quando ho sentito il motore
di un'auto che passava davanti a casa l'ho addirittura chiuso e riavvolto
precipitosamente nella carta velina. Ma ora sono tranquilla. Sto scrivendo queste
righe nel bovindo della camera da letto. Mi sento a mio agio qui, come se fosse un
angolo in cui mi siedo spesso. Riesco a vedere tutta la strada, in una direzione fino
a un filare di alberi alti dietro cui si intravede un parco, nell'altra fino a una
schiera di case e a un'altra via pi trafficata. Potrei decidere di tenere Ben all
'oscuro del diario, ma se anche lo scoprisse, mi rendo conto, non accadrebbe nulla
di terribile.  mio marito. Posso fidarmi di lui.
Ho riletto il brano in cui descrivo l'eccitazione che ho provato ieri mentre tornavo
a casa. Ora  scomparsa. Ora mi sento soddisfatta. Calma. In strada passa qualche
auto. Di tanto in tanto si vede qualcuno a piedi, un uomo che cammina fischiettando,
una giovane mamma che porta il suo bambino al parco e pi tardi torna a casa. In
lontananza, un aereo in fase di atterraggio sembra quasi immobile nel cielo.
Le case di fronte sono vuote, il silenzio in strada  rotto soltanto dall'uomo che
fischietta e dai latrati di un cane scontento. Il trambusto del mattino, con la sua
sinfonia di porte sbattute, saluti cantilenanti e motori su di giri, si  dileguato.
Mi sento sola al mondo.
Comincia a piovere. Grosse gocce colpiscono la finestra davanti alla mia faccia, vi
aderiscono per un istante e poi, insieme alle altre, cominciano la loro lenta discesa.
Poso la mano sul vetro freddo.
Quante cose mi separano dal resto del mondo.
Ho letto della visita alla casa in cui vivevo con mio marito. Possibile che quelle
parole siano state scritte solo ieri? Non sembrano appartenermi. Ho letto anche del
giorno di cui mi sono ricordata. Del bacio a mio marito nella casa che avevamo comprato
insieme, e se chiudo gli occhi riesco a rivederlo. Sulle prime  vago, sfocato, ma
poi l'immagine si mette a fuoco con un tremolio e diventa di un'intensit quasi
intollerabile. Mio marito che mi strappa i vestiti di dosso. Ben che mi stringe, i
suoi baci che diventano sempre pi appassionati e profondi. Ricordo che quella sera
non mangiammo il pesce e non bevemmo il vino; dopo aver fatto l'amore, restammo a
letto pi che potemmo, le nostre gambe intrecciate, la mia testa sul suo petto, la
sua mano che mi carezzava i capelli, il suo seme che mi si seccava sulla pancia. Non
dicevamo una parola. La felicit ci avvolgeva come una nuvola.
Ti amo disse Ben. Bisbigliava come se non avesse mai pronunciato quelle parole prima
di allora, e malgrado dovesse averlo fatto chiss quante volte, in quel momento
sembravano nuove. Proibite, pericolose.
Alzai gli occhi su di lui, sulla barba ispida attorno al mento, sulle labbra carnose
e la sagoma del naso appena sopra. Ti amo anch'io sussurrai come se le parole
fossero fragili. Lui mi strinse a s e mi baci con dolcezza. La testa, la fronte.
Chiusi gli occhi e lui mi sfior le palpebre con le labbra. Mi sentivo al sicuro,
a mio agio. Come se l, contro il suo corpo, fosse l'unico luogo in cui mi sentissi
a casa. L'unico in cui avessi mai desiderato trovarmi. Restammo in silenzio per un
po', stringendoci come se condividessimo un'unica pelle, un unico respiro. Mi
sembrava che il silenzio potesse far durare quel momento in eterno, ma che nemmeno
l'eternit sarebbe bastata.
Fu Ben a spezzare l'incantesimo. Devo andare disse, e io aprii gli occhi e gli
presi la mano. Era calda, morbida. Me la portai alle labbra e la baciai. Sapeva di
vetro e di terra.
Di gi? dissi.
Lui mi baci di nuovo. S.  pi tardi di quanto pensi. Perder il treno.
Mi sentii sprofondare. La separazione sembrava impensabile. Insopportabile. E se
restassi un po' di pi? dissi. E se prendessi il prossimo?
Lui rise. Non posso, Chris. Lo sai.
Lo baciai di nuovo. Lo so dissi. Lo so.
Dopo che se ne fu andato feci una doccia. Rimasi sotto a lungo, insaponandomi
lentamente, sentendo l'acqua sulla pelle come se fosse una sensazione nuova. In
camera mi profumai, poi indossai camicia da notte e vestaglia e scesi in sala da
pranzo.
Era immersa nel buio. Accesi la luce. Sul tavolo davanti a me c'era una macchina
per scrivere con un foglio bianco gi infilato fra i rulli, e accanto una piccola
pila di fogli a faccia in gi. Mi sedetti davanti alla macchina e cominciai a battere
sui tasti.
Capitolo due.
A quel punto esitai. Non sapevo cosa scrivere, come cominciare. Sospirai, posando
le dita sulla tastiera. Il contatto mi sembrava naturale; i tasti erano freschi e
lisci, modellati sulle curve dei miei polpastrelli. Chiusi gli occhi e ripresi a
scrivere.
Le mie dita danzavano sulla tastiera in modo automatico, quasi indipendenti dal
pensiero. Quando riaprii gli occhi, avevo scritto una sola frase.
Lizzy non sapeva cos'aveva fatto, n cosa avrebbe potuto fare per rimediare.
La guardai. Era solida. Campeggiava sulla pagina.
Che schifezza, pensai. Ero furiosa. Sapevo di poter fare di meglio. L'avevo gi fatto
due estati prima, quando le parole si riversavano fuori da me e si posavano sulla
pagina come coriandoli, dando forma alla mia storia. Ma ora? Ora c'era qualcosa che
non andava. La lingua era diventata solida, rigida. Dura.
Presi una matita e tracciai una riga sulla frase. Dopo averla cancellata mi sentii
subito meglio, ma adesso ero di nuovo al punto di prima, senza un inizio.
Mi alzai, presi una sigaretta dal pacchetto che Ben aveva lasciato sul tavolo e l
'accesi. Aspirai una boccata profonda, trattenni il fumo nei polmoni e poi lo
soffiai. Per un attimo rimpiansi che non fosse erba e mi chiesi dove avrei potuto
procurarmene per la prossima volta. Mi versai da bere, vodka liscia in un bicchiere
da whisky, e bevvi una sorsata. Sarebbe dovuta bastare. Blocco dello scrittore,
pensai. Come avevo fatto a trasformarmi in un fottuto clich?
L'ultima volta. Come avevo fatto l'ultima volta? Andai davanti agli scaffali di
libri che coprivano la parete della sala da pranzo e, con la sigaretta che mi penzolava
dalle labbra, presi un volume dal ripiano pi alto. Doveva esserci qualche indizio,
giusto?
Posai la vodka e mi rigirai il libro fra le mani. Sfiorai la copertina con le dita
come se fosse un oggetto delicato e le feci scorrere delicatamente sul titolo.  Per
gli uccelli del mattino, diceva.  Christine Lucas.  Aprii il volume e lo sfogliai.
L'immagine  scomparsa. Ho riaperto gli occhi. La stanza in cui mi trovavo sembrava
grigia e scialba, ma il mio respiro era spezzato. Ho fatto appena in tempo a registrare
la sorpresa di essere stata una fumatrice quando  stata rimpiazzata da qualcos
'altro. Era vero? Avevo scritto un romanzo? Era stato pubblicato? Mi sono alzata,
e il diario  scivolato a terra. Se era cos, significava che ero stata qualcuno,
una persona con una sua vita, con obiettivi, ambizioni e successi. Mi sono precipitata
gi per le scale.
Era vero? Stamattina Ben non me ne aveva parlato. Non aveva detto nulla sul fatto
che fossi una scrittrice. Avevo letto la parte del diario sulla passeggiata a
Parliament Hill, dove mi aveva raccontato che al momento dell'incidente facevo la
segretaria.
Ho perlustrato la libreria del salotto. Dizionari. Un atlante. Una guida al fai da
te. Alcuni romanzi in edizione rilegata, non letti a giudicare dal loro stato. Ma
niente di mio. Nulla che potesse suggerire che avessi pubblicato un romanzo. Mi sono
guardata intorno, inquieta. Dev'essere qui, ho pensato. Per forza. Ma poi mi  venuta
in mente un'altra cosa. Forse la mia visione non era stata un ricordo ma un'
invenzione. Forse, non avendo una storia vera da conservare e considerare, la mia
mente ne aveva creata una tutta sua. Forse il mio subconscio aveva deciso che ero
stata una scrittrice perch era quello che avevo sempre voluto essere.
Sono tornata di corsa al primo piano. Le mensole nello studio erano piene di schedari
e manuali di informatica. La mattina, esplorando la casa, non avevo visto libri in
nessuna delle due camere da letto. Per un istante ho esitato, poi ho visto il computer
davanti a me, scuro e silenzioso. Sapevo cosa fare, pur ignorando come l'avessi
scoperto. L'ho acceso, ho sentito il ronzio sotto la scrivania e dopo un istante
ho visto accendersi lo schermo. Una musichetta in crescendo  fuoriuscita gracchiando
dal piccolo altoparlante su un lato del monitor, seguita da un'immagine. Una
fotografia di noi due sorridenti. Davanti ai nostri volti si  aperto un riquadro
con la scritta  Username, e appena sotto un altro:  Password.
Nella mia visione battevo a macchina senza guardare la tastiera, e le mie dita
danzavano come per istinto. Ho posizionato il cursore lampeggiante sulla
finestra  Username  e ho portato le mani sopra la tastiera. Era vero? Sapevo scrivere
a macchina? Ho posato le dita sui tasti. Hanno cominciato a muoversi senza il minimo
sforzo, i mignoli cercavano le lettere giuste, le altre li seguivano a ruota. Ho chiuso
gli occhi e senza pensarci ho cominciato a scrivere, ascoltando solo il suono del
mio respiro e il ticchettio di plastica dei tasti. Quando ho finito ho guardato il
risultato, quello che avevo scritto nella finestra. Mi aspettavo una sequenza di
lettere senza senso, ma quello che ho letto mi ha sbalordita.
Pochi sforzan quel gambo di vite.
Ho fissato lo schermo. Era vero. Sapevo scrivere a macchina senza guardare i tasti.
Forse la mia visione non era un'invenzione ma un ricordo.
Forse avevo scritto un romanzo.
Sono corsa in camera da letto. Non aveva senso. Per un attimo ho avuto la sensazione
quasi insostenibile di essere sul punto di impazzire. Il romanzo sembrava esistere
e al tempo stesso non esistere, sembrava essere reale e insieme immaginario. Non
ricordavo nulla, n della trama n dei personaggi, non sapevo nemmeno perch gli avessi
dato quel titolo, eppure mi sembrava reale, quasi battesse dentro di me come un cuore.
E perch Ben non me ne aveva parlato? Perch non ne aveva tenuto una copia in bella
mostra? Lo vedevo nascosto nei meandri della casa, avvolto nella carta velina, chiuso
in una scatola in soffitta o nello scantinato. Perch?
A un tratto mi  venuta in mente una spiegazione. Ben mi aveva detto che facevo la
segretaria. Forse l'unica ragione per cui ero capace di scrivere a macchina era
quella.
Ho pescato uno dei cellulari dalla borsa, senza nemmeno badare a quale fosse o
addirittura chi stessi chiamando. Mio marito o il mio dottore? Entrambi mi sembravano
estranei. Ho aperto il telefono, ho fatto scorrere il menu fino a trovare un nome
conosciuto e ho premuto il tasto della chiamata.
Dottor Nash? ho detto quando ho sentito rispondere. Sono Christine. Lui ha fatto
per dire qualcosa, ma l'ho interrotto. Mi ascolti. Ho mai scritto qualcosa?
Chiedo scusa? ha detto lui. Sembrava confuso, e per un istante ho avuto la sensazione
di aver commesso un errore terribile. Mi sono addirittura chiesta se sapesse chi ero,
ma poi lui ha aggiunto: Christine?.
Ho ripetuto la mia domanda. Ho appena ricordato qualcosa. Ho ricordato che scrivevo,
anni fa, poco dopo aver conosciuto Ben, penso. Un romanzo. Ho mai scritto un romanzo?
Nash non sembrava aver capito. Un romanzo?
S. Mi sembra di ricordare che da piccola volessi diventare scrittrice. Mi chiedevo
se avessi mai scritto qualcosa. Ben mi ha raccontato che facevo la segretaria, ma
pensavo...
Non gliel'ha detto? mi ha interrotta. Quando ha perso la memoria stava lavorando
al suo secondo romanzo. Il primo era gi stato pubblicato, e con un certo successo.
Non direi che fosse stato un bestseller, ma di sicuro aveva avuto un suo seguito.
Le parole vorticavano una nell'altra. Un romanzo. Di successo. Pubblicato. Era vero,
il mio ricordo corrispondeva alla realt. Non sapevo cosa dire. Cosa pensare.
Ho salutato il dottor Nash e sono salita a scrivere queste righe.
La sveglia sul comodino segna le dieci e mezza. Immagino che Ben stia per venire a
letto ma continuo a scrivere. Dopo cena gli ho parlato. Avevo passato un pomeriggio
agitato, aggirandomi da una stanza all'altra, guardando ogni cosa come se la vedessi
per la prima volta, domandandomi perch avrebbe dovuto cancellare in modo cos
completo ogni traccia anche di un successo cos modesto. Non aveva senso. Se ne
vergognava? Ne era imbarazzato? Avevo scritto di lui, della nostra vita insieme?
Oppure il motivo era qualcosa di peggio? Qualcosa di pi oscuro che ancora non vedevo?
Prima che arrivasse ero decisa a chiederglielo esplicitamente, ma ora? Ora non
sembrava pi possibile. Sarebbe stato come accusarlo di aver mentito.
Mi sono sforzata di mantenere un tono distaccato. Ben? ho cominciato. Come mi
mantenevo? Lui ha alzato gli occhi dal giornale. Avevo un lavoro?
S ha risposto. Per un po' hai fatto la segretaria. Subito dopo il matrimonio.
Ho cercato di controllare il mio tono di voce. Davvero? Ho la sensazione che un tempo
desiderassi scrivere.
Ben ha ripiegato il giornale, dedicandomi la sua completa attenzione.
La sensazione?
S. Di sicuro da bambina mi piaceva leggere. E mi sembra di ricordare che desiderassi
diventare scrittrice. Ben ha teso la mano sul tavolo da pranzo e ha preso la mia.
Il suo sguardo era pieno di tristezza. Di disappunto. "Che peccato" sembrava dire.
"Che sfortuna. Suppongo che ora non lo sarai mai." Ne sei sicuro? ho ripreso.
Perch mi sembra di ricordare...
Lui mi ha interrotta. Christine, ha detto per favore. Te lo sei immaginato...
Per il resto della serata sono rimasta zitta, ascoltando soltanto i pensieri che mi
echeggiavano in testa. Perch avrebbe dovuto farlo? Perch avrebbe dovuto fingere
che non avessi mai scritto una singola parola? Perch? Lo guardavo mentre russava
piano sul divano. Perch non gli avevo detto che sapevo di aver scritto un romanzo?
Avevo davvero cos poca fiducia in lui? Avevo ricordato i nostri abbracci, i sussurri
d'amore mentre fuori calava il buio. Come eravamo passati da quella scena a questa?
Ma poi ho cominciato a immaginare cosa sarebbe accaduto se avessi trovato una copia
del mio romanzo in un armadietto o in fondo all'ultimo scaffale. Non avrebbe
significato altro che questo:  Guarda quanto in basso sei caduta. Guarda cos'eri
in grado di fare prima che un'automobile su una strada ghiacciata ti strappasse
tutto, rendendoti peggio che inutile.
Non sarebbe stato un bel momento. Mi sono vista in preda a una crisi isterica, pi
ancora di questo pomeriggio quando se non altro la consapevolezza era stata graduale,
provocata da un ricordo a lungo cercato. Avrei gridato, avrei pianto, e gli effetti
avrebbero potuto essere devastanti.
Non c' da stupirsi che Ben non me ne voglia parlare. Me lo immagino mentre rimuove
tutte le copie e le brucia sul barbecue in veranda prima di decidere cosa dirmi. Come
reinventare al meglio il mio passato per renderlo tollerabile. Cosa avrei dovuto
credere per il resto dei miei giorni.
Ma ora non ha pi senso. Ora so la verit. La mia verit, una verit che non mi 
stata raccontata ma che ho ricordato. E che adesso  scritta, impressa su questo
diario, se non nella mia memoria, ma comunque permanente.
So che il libro che sto scrivendo (il mio secondo, mi dico con un moto d'orgoglio)
potrebbe essere pericoloso oltre che necessario. Non  finzione. Potrebbe rivelare
cose che farebbero meglio a restare ignote. Segreti che non dovrebbero vedere la luce
del giorno.
Eppure la mia penna continua a percorrere la pagina.
Mercoled 14 novembre
Questa mattina ho chiesto a Ben se avesse mai avuto i baffi. Ero ancora confusa, non
sapevo bene cosa fosse vero e cosa no. Mi ero svegliata presto, e a differenza di
altri giorni non mi sentivo bambina. Ero un'adulta con una sua sessualit. L'
interrogativo nei miei pensieri non era "Perch sono a letto con un uomo?", ma "
Chi  e che cosa abbiamo fatto?". In bagno mi ero guardata allo specchio inorridita,
ma le fotografie attorno alla cornice sembravano far risuonare una nota di verit.
Avevo letto il nome dell'uomo, Ben, e mi era parso in qualche modo familiare. La
mia et, il mio matrimonio sembravano cose che mi venivano ripetute, non rivelate
per la prima volta. Sepolte, ma non in profondit.
Il dottor Nash mi ha chiamato subito dopo che Ben  andato al lavoro. Mi ha ricordato
il mio diario e mi ha detto che pi tardi sarebbe passato a prendermi per accompagnarmi
a fare la risonanza, dopodich ho letto le mie pagine. C'erano alcune cose che mi
sembrava ancora di ricordare, e interi brani che avevo la sensazione di aver scritto.
Era come se qualche residuo di memoria fosse sopravvissuto alla notte.
Forse  per questo che dovevo essere certa che il contenuto del diario fosse vero.
E cos ho chiamato Ben.
Ben ho esordito quando mi ha detto che non era occupato. Hai mai avuto i baffi?
Che domanda strana! ha esclamato. Ho sentito il tintinnio di un cucchiaino contro
una tazza e l'ho immaginato mentre versava lo zucchero nel caff con il giornale
aperto davanti. Ho provato un moto di disagio. Non sapevo bene quanto rivelare.
 solo che... ho cominciato. Ho avuto un ricordo, credo.
Silenzio. Un ricordo?
Penso di s. Sono riandata con la mente alle cose che avevo scritto l'altro giorno
(i baffi, il suo corpo nudo, la sua erezione) e ai ricordi di ieri. Noi due a letto
che ci baciavamo. Le scene si sono illuminate brevemente, poi sono riaffondate nel
buio. A un tratto ho avuto paura. Mi  parso di ricordarti con i baffi.
Ben ha riso, e ho sentito che posava la tazza. Mi  sembrato che il pavimento mi cedesse
sotto i piedi. Forse tutto quello che avevo scritto era falso. Dopo tutto, mi sono
detta, sono una romanziera. O lo ero.
Mi sono resa subito conto che era un ragionamento superficiale. Un tempo scrivevo
storie, quindi anche l'idea di essere stata una romanziera poteva essere una di esse.
Nel qual caso non avevo mai scritto una storia in vita mia. Mi sentivo girare la testa.
Ma la sensazione era stata autentica, mi sono detta. E in pi sapevo scrivere a
macchina senza guardare i tasti. O avevo scritto di saperlo fare...
Li avevi? ho insistito disperata.  solo che...  importante.
Vediamo ha detto Ben. L'ho immaginato mentre chiudeva gli occhi e si mordeva il
labbro in una parodia della concentrazione. S, suppongo di averli avuti per un po
' ha ripreso. Un periodo brevissimo, anni fa. Non ricordo bene... Una pausa, poi:
S, s,  vero. Probabilmente li ho avuti. Per una settimana o gi di l. Molto tempo
fa.
Grazie ho esclamato sollevata. Il terreno su cui poggiavo i piedi sembrava un po
' pi solido.
Tutto bene? ha chiesto Ben, e io gli ho risposto di s.
Il dottor Nash  passato a prendermi a mezzogiorno. Mi aveva consigliato di mangiare
qualcosa, ma io non avevo fame. Ero nervosa, suppongo. Vedremo un mio collega mi
ha spiegato in macchina. Il dottor Paxton. Non ho detto nulla.  un esperto di
risonanza magnetica funzionale su pazienti con problemi come i suoi. Stiamo lavorando
insieme.
Okay ho risposto. Eravamo a bordo della sua auto, bloccati nel traffico. Ieri le
ho telefonato? gli ho chiesto. Ha risposto di s.
Ha letto il suo diario?
Quasi tutto. Ho saltato alcuni punti.  gi piuttosto lungo.
Sembrava interessato. Quali sezioni ha saltato?
Ci ho riflettuto un istante. Ci sono parti che mi sembrano note. Ho come la sensazione
che non facciano altro che ricordarmi cose che gi so. Che gi ricordo...
Bene. Mi ha rivolto un'occhiata. Molto bene.
Ho avvertito un'ondata di soddisfazione. Per quale motivo l'ho chiamata, ieri?
Voleva sapere se aveva davvero scritto un romanzo.
E l'ho fatto? L'ho scritto?
Lui mi ha guardata di nuovo. S ha risposto. S, l'ha scritto.
Il traffico si  mosso e siamo ripartiti. Ho provato un moto di sollievo. Ora sapevo
che ci che avevo annotato sul diario era vero. Mi sono rilassata.
Il dottor Paxton era pi vecchio di quanto mi aspettassi. Portava una giacca di tweed,
e dalle orecchie e dal naso gli sbucavano folti ciuffi di peli bianchi. Sembrava oltre
l'et pensionabile.
Benvenuta al Vincent Hall Imaging Centre ha detto dopo che il dottor Nash ci ha
presentati; poi, senza distogliere gli occhi dai miei, ha ammiccato e mi ha stretto
la mano. Non si preoccupi ha aggiunto.  molto meno imponente di quanto sembri
dal nome. Prego, si accomodi. Lasci che glielo mostri.
Siamo entrati nell'edificio. Siamo legati all'ospedale e all'universit ha
spiegato mentre superavamo l'ingresso principale. Il che pu essere sia un
vantaggio sia una disgrazia. Non sapevo cosa volesse dire e ho atteso che
proseguisse, ma lui non ha aggiunto nulla. Ho sorriso.
Davvero? ho detto. Stava cercando di aiutarmi, volevo essere gentile.
Tutti pretendono ha risposto ridendo e nessuno vuole pagare.
Siamo entrati in una sala d'attesa. Era disseminata di sedie vuote, di copie delle
stesse riviste che Ben aveva lasciato a casa per me (Radio Times e Hello!, a cui
qui si aggiungevano Country Life e Marie Claire) e di bicchieri di plastica usati.
Sembrava che ci fosse appena stata una festa e che tutti se ne fossero andati di gran
fretta. Il dottor Paxton si  fermato davanti a un'altra porta. Vuole vedere la
stanza dei bottoni?
S, grazie.
La risonanza magnetica funzionale  una tecnica abbastanza nuova ha spiegato dopo
che siamo entrati. Ne ha mai sentito parlare?
Ci trovavamo in uno stanzino illuminato soltanto dal bagliore spettrale di una
batteria di monitor. Una parete era interamente occupata da una finestra affacciata
su un altro locale dominato da un enorme macchinario cilindrico da cui sbucava fuori
un lettino, come una lingua. Ho cominciato a sentirmi intimorita. Non sapevo nulla
di quei macchinari. Senza memoria, come avrei potuto?
No ho ammesso.
Paxton ha sorriso. Mi perdoni. La risonanza magnetica  una procedura piuttosto
comune.  un po' come fare una radiografia di tutto il corpo. Qui usiamo alcune delle
stesse tecniche, ma in realt studiamo il funzionamento del cervello in piena
attivit.
A questo punto  intervenuto il dottor Nash, per la prima volta da diversi minuti
e in un tono di voce sommesso, quasi timido. Mi sono chiesta se avesse soggezione
di Paxton o se volesse fare buona impressione a tutti i costi.
Se un paziente ha un tumore al cervello, dobbiamo trovare il tumore, scoprire quale
parte del cervello ha colpito. In quel caso si tratta di un esame strutturale. Quello
che la risonanza magnetica funzionale ci consente di fare  vedere quale parte del
cervello il soggetto usa per svolgere certe funzioni. Nel suo caso, vogliamo vedere
come processa la memoria.
Quali parti si accendono, per cos dire ha ripreso Paxton. Dove scorre l'energia.
E potrebbe essere utile? ho domandato.
La nostra speranza  che ci possa aiutare a stabilire dove si trova il danno ha
risposto il dottor Nash. Cos' accaduto. Perch non funziona nel modo giusto.
E tutto questo mi far riacquistare la memoria?
Ha esitato, poi ha detto: Lo speriamo.
Mi sono tolta la fede e gli orecchini e li ho riposti in un vassoio di plastica. Dovr
metterci anche la borsa ha detto il dottor Paxton; poi mi ha domandato se avessi
qualche piercing. Sapesse quante ne vediamo, mia cara ha soggiunto quando ho scosso
la testa. Ora, il vecchio bestione  un po' rumoroso. Dovr infilarsi questi. Mi
ha dato due tappi di cera gialla. Pronta?
Ho esitato. Non lo so. Cominciavo a sentire una paura strisciante. La stanza
sembrava pi angusta e pi buia, e al di l del vetro il macchinario incombeva
minaccioso. Avevo la sensazione di averlo gi visto, o se non proprio quello, un altro
uguale. Non ne sono sicura ho detto.
Il dottor Nash mi si  avvicinato. Mi ha posato la mano sul braccio.
 totalmente indolore ha spiegato. Solo un po' rumoroso.
Non  pericoloso?
Assolutamente no. Io sar qui, da questa parte del vetro. Non la perderemo mai di
vista.
Dovevo sembrare ancora incerta, perch  intervenuto anche il dottor Paxton: Non
si preoccupi.  in buone mani, mia cara. Andr tutto bene. L'ho guardato, e lui
ha aggiunto con un sorriso: Provi a pensare che i suoi ricordi siano andati persi,
relegati in qualche angolo della sua mente. Con questa macchina non facciamo altro
che cercare di scoprire dove sono.
Faceva freddo, malgrado le coperte in cui mi avevano avvolta, ed era buio, tranne
che per una spia rossa lampeggiante nella stanza e uno specchio sospeso circa cinque
centimetri sopra la mia testa e inclinato a riflettere lo schermo di un computer
situato altrove. Oltre ai tappi di cera avevo un paio di cuffie attraverso cui mi
avrebbero parlato, cos avevano detto, ma per il momento sentivo soltanto un ronzio
lontano, il suono del mio respiro pesante e i battiti sordi del mio cuore.
Nella mano destra stringevo un bulbo di gomma pieno d'aria. Lo prema se deve dirci
qualcosa mi aveva detto il dottor Paxton. Se parla non riusciremo a sentirla.
Accarezzavo la superficie gommosa e aspettavo. Avrei voluto chiudere gli occhi, ma
mi avevano raccomandato di tenerli aperti e guardare lo schermo. Due zeppe di
gommapiuma mi immobilizzavano la testa; non sarei riuscita a muovermi nemmeno se
avessi voluto. La coperta mi copriva come un sudario.
Un momento di silenzio, poi uno scatto. Cos forte che malgrado i tappi mi ha fatto
trasalire. Ne  seguito un altro, poi un terzo. Un suono profondo, non sapevo se dall
'interno della macchina o della mia testa. Un pesante bestione che si sveglia, il
momento di quiete prima dell'attacco. Ho chiuso il pugno attorno al bulbo di gomma,
decisa a non premerlo, poi ho sentito un suono simile a un allarme o a un trapano,
insistito e assordante, cos intenso da farmi tremare dalla testa ai piedi. Ho chiuso
gli occhi.
Una voce all'orecchio. Christine ha detto. Pu aprire gli occhi, per favore?
Dunque in qualche modo potevano vedermi. Non si preoccupi, va tutto bene.
Bene? ho ripetuto fra me. Che ne sanno loro di cosa va bene? Che ne sanno di cosa
significhi essere me, qui distesa, in una citt che non ricordo, con individui che
non conosco? Sto fluttuando, ho pensato, completamente priva di ancoraggio, alla
merc del vento.
Una voce diversa. Il dottor Nash. Riesce a guardare le immagini? Pensi a quello che
sono e lo dica, ma solo a se stessa. Non ad alta voce.
Ho aperto gli occhi. Il piccolo specchio sopra di me rifletteva una serie di disegni
in bianco e nero. Un uomo. Una scala. Una sedia. Un martello. Li ho nominati fra me
a mano a mano che comparivano, poi sullo schermo sono apparse le parole:  Grazie!
Ora rilassati!  Mi sono ripetuta anche quelle per tenermi occupata, chiedendomi al
tempo stesso come ci si potesse rilassare nel ventre di un macchinario come quello.
Sullo schermo sono comparse altre istruzioni.  Ricorda un evento passato, e appena
sotto:  Una festa.
Ho chiuso gli occhi.
Ho cercato di pensare alla serata che mi era tornata in mente mentre guardavo i fuochi
d'artificio insieme a Ben. Ho cercato di vedermi sul tetto con la mia amica, di
sentire il fracasso della festa sotto di noi, di assaporare i fuochi d'artificio
nell'aria.
Ho visto alcune immagini, ma non mi sono sembrate reali. Si capiva che le stavo
inventando, non le ricordavo.
Ho cercato di rivedere Keith, il modo in cui mi aveva ignorata, ma senza successo.
Quei ricordi erano di nuovo perduti. Sepolti come per sempre, anche se adesso so che
esistono e che sono chiusi da qualche parte.
Ho cominciato a pensare alle feste dell'infanzia. I compleanni con mia madre, mia
zia e mia cugina Lucy. Twister. Scaricabarile. Il gioco delle sedie. Le belle
statuine. Mia madre con sacchetti di caramelle da incartare per i premi. Tramezzini
senza crosta con carne in scatola e pasta d'acciughe. Zuppa inglese e gelatina.
Ho visto un vestito bianco con le maniche ornate di gale, calze increspate e scarpe
nere. Sono ancora bionda e sono seduta a un tavolo davanti a una torta con le candeline.
Trattengo il respiro, mi sporgo in avanti, soffio. Il fumo sale nell'aria.
A un tratto sono subentrati i ricordi di un'altra festa. Sono a casa mia, affacciata
alla finestra della mia camera. Sono nuda, ho circa diciassette anni. In strada ci
sono lunghe file di tavoli su cavalletti, carichi di salsicce, panini, caraffe di
spremuta d'arancia. La Union Jack sventola ovunque, i festoni pendono da tutte le
finestre. Blu. Rossi. Bianchi.
Ci sono bambini in costume (pirati, maghi, vichinghi) e gli adulti cercano di
organizzarli in squadre per una corsa con l'uovo e il cucchiaio. Vedo mia madre dall
'altra parte della strada, sta allacciando un mantello al collo di Matthew Soper,
e appena sotto la mia finestra mio padre  seduto su una sdraio con un bicchiere di
spremuta.
Torna a letto dice una voce. Mi volto. Dave Soper  seduto sul mio letto singolo,
sotto il poster delle Slits. Il lenzuolo bianco  attorcigliato attorno a lui,
chiazzato di sangue. Non gli avevo detto che era la mia prima volta.
No rispondo. Alzati! Ti devi rivestire prima che rientrino i miei.
Lui ride, ma senza cattiveria. Dai!
Mi infilo i jeans. No ripeto prendendo una maglietta. Alzati, per piacere.
Sembra deluso. Non pensavo che sarebbe accaduto (il che non significa che non lo
volessi), e ora vorrei stare sola. Lui non c'entra nulla.
Okay dice alzandosi. Il suo corpo  pallido e magro, il suo pene quasi assurdo.
Distolgo gli occhi mentre si riveste, guardo fuori dalla finestra. Il mio mondo 
cambiato, mi dico. Ho varcato una linea, e non posso pi tornare indietro. Allora
ciao dice lui, ma io non rispondo. Non torno a voltarmi finch non se n' andato.
Una voce all'orecchio mi ha riportata al presente. Bene. Adesso altre immagini,
Christine ha detto il dottor Paxton. Le guardi una per una e dica tra s cosa o
chi mostrano. Pronta?
Ho deglutito a fatica. Cosa mi avrebbero mostrato? Chi? Cosa sarebbe potuto accadere
di male?
S, mi sono detta, e abbiamo cominciato.
La prima fotografia era in bianco e nero. Una bambina di quattro, cinque anni in
braccio a una donna. La piccola indicava qualcosa e stavano entrambe ridendo, e sullo
sfondo, leggermente sfocata, si vedeva una recinzione e appena al di l una tigre
coricata a terra. Una madre, mi sono detta. Una figlia. Allo zoo. Poi ho guardato
meglio la bambina e sono rimasta scioccata nel vedere che ero io, e che la donna era
mia madre. Mi  mancato il respiro. Non ricordavo di aver mai visitato uno zoo, ma
quella foto provava che ci ero stata. "Io" mi sono detta in silenzio rammentando
le istruzioni. "Mia madre." Ho fissato lo schermo cercando di imprimere a fuoco
l'immagine nella mia memoria, ma questa  svanita cedendo il posto a un'altra, di
nuovo di mia madre, pi vecchia ma a prima vista non abbastanza da aver bisogno del
bastone a cui si appoggiava. Sorrideva ma sembrava esausta, e i suoi occhi erano
scavati nel volto magrissimo. Mia madre, ho pensato di nuovo, e un'altra parola mi
 sorta spontanea:  sofferente. Ho chiuso senza volerlo gli occhi e ho dovuto fare
uno sforzo per riaprirli. Ho stretto leggermente le dita sul bulbo di plastica.
A un tratto le immagini hanno cominciato a succedersi in fretta, e io ne ho
riconosciute solo alcune. Una era dell'amica che avevo gi visto nei miei ricordi,
e con un brivido di eccitazione me ne sono resa conto quasi all'istante. Era proprio
come me l'ero immaginata, con un paio di vecchi jeans e una maglietta, la sigaretta
in bocca, i capelli rossi spettinati. Un'altra immagine la mostrava con i capelli
corti e tinti di nero e un paio di occhiali scuri sollevati sulla testa. Subito dopo
c'era una fotografia di mio padre ai tempi della mia infanzia, sorridente, felice,
mentre leggeva il giornale in salotto, poi una in cui Ben e io eravamo insieme a una
coppia che non riconoscevo.
Altre foto ritraevano sconosciuti. Una donna di colore in divisa da infermiera, un
'altra in tailleur seduta davanti a una libreria che guardava l'obiettivo con aria
severa da sopra gli occhiali a mezza luna. Un uomo dai capelli rossicci e dal volto
tondeggiante, un altro con la barba. Un bambino di sei o sette anni che mangiava un
gelato, e pi avanti lo stesso bambino seduto a un banco e intento a disegnare. Un
gruppo di persone in ordine sparso che fissavano l'obiettivo. Un bell'uomo dai
capelli neri e leggermente lunghi, con un paio di occhiali dalla montatura nera a
incorniciare due occhi assottigliati e una cicatrice che gli percorreva un lato del
viso. Le fotografie continuavano senza sosta, e io le osservavo e cercavo di
collocarle, di capire come, o anche solo se, facessero parte del tessuto della mia
vita. Facevo quello che mi era stato chiesto di fare. Andava tutto bene, eppure a
un certo punto ho cominciato a provare una sensazione di panico. Il ronzio della
macchina si  fatto sempre pi acuto e sonoro fino a trasformarsi in un allarme, e
a un tratto mi si  chiuso lo stomaco. Non riuscivo pi a respirare; ho chiuso gli
occhi e ho cominciato a sentire il peso della coperta come se fosse una lastra di
marmo, come se stessi affogando.
Ho stretto la mano destra, ma le dita si sono chiuse sul nulla. Le unghie mi sono
penetrate nella carne; avevo lasciato cadere il bulbo. Ho lanciato un grido, un verso
inarticolato.
Christine ha detto una voce nel mio orecchio. Christine.
Non riuscivo a capire chi fosse, o cosa volesse da me; ho gridato di nuovo, scalciando
per cercare di liberarmi della coperta.
Christine!
La voce era pi forte, poi il suono della sirena  calato fino a spegnersi, una porta
si  aperta di botto e nella stanza sono entrate delle voci, e poi mani su di me,
sulle braccia, sulle gambe e ai lati del torace, e finalmente ho aperto gli occhi.
Va tutto bene mi ha detto all'orecchio il dottor Nash. Ci sono qui io.
Dopo che mi hanno tranquillizzata e rassicurata e mi hanno restituito borsa, orecchini
e fede nuziale, sono andata a bere un caff con il dottor Nash. La mensa dava sul
corridoio; era una piccola saletta con sedie di plastica arancione e tavolini di
formica ingiallita. Vassoi di paste e panini stantii avvizzivano sotto le luci
intense. Avevo i soldi in borsa, ma ho lasciato che il dottor Nash mi offrisse un
caff e una fetta di torta di carote e mentre pagava ho scelto un tavolino alla
finestra. Fuori splendeva il sole, e le ombre si allungavano sul prato. L'erba era
costellata di fiori viola.
Il dottor Nash ha fatto raschiare la sedia sotto il tavolo. Ora che eravamo di nuovo
soli, sembrava molto pi rilassato. Ecco qui ha detto posando il vassoio davanti
a me. Spero vada bene.
Ho visto che per lui aveva ordinato un t; ha preso il contenitore al centro del tavolo
e ha aggiunto lo zucchero al liquido sciropposo in cui galleggiava la bustina. Ho
bevuto un sorso di caff e ho tradito una smorfia. Era amaro e troppo caldo.
Va benissimo ho risposto. La ringrazio.
Mi dispiace ha detto lui dopo un istante. Sulle prime ho pensato che si riferisse
al caff. Non avevo idea che l'avrebbe trovata cos fastidiosa.
 claustrofobica. E rumorosa.
Certo.
E mi era sfuggito di mano il tasto di emergenza.
Non ha fatto commenti, limitandosi a mescolare il suo t. Ha ripescato la bustina
e l'ha posata sul vassoio. Ha bevuto un sorso.
Cos' successo? ho chiesto.
Difficile a dirsi. Ha avuto un attacco di panico.  tutt'altro che insolito. L
dentro non  piacevole, come ha detto lei.
Ho guardato la mia fetta di torta. Intatta. Asciutta. Le fotografie. Di chi erano?
Dove le ha trovate?
Erano immagini miste. Alcune le ho prese dalle sue cartelle cliniche. Ben le aveva
donate anni fa. Due o tre avevo chiesto a lei di portarle per l'esame, mi aveva detto
che erano fissate intorno allo specchio. Le altre le ho procurate io, di gente che
lei non ha mai conosciuto. Quelle che chiamiamo verifiche. Le abbiamo mescolate.
Alcune erano di persone che conosceva da bambina, persone che dovrebbe o potrebbe
ricordare. Parenti. Compagni di scuola. Il resto apparteneva alla parte della sua
vita che non ricorda. Il dottor Paxton e io stiamo cercando di scoprire se c' una
differenza nel modo in cui il suo cervello cerca di accedere ai ricordi dei diversi
periodi. La reazione pi forte l'ha avuta nei riguardi di suo marito, naturalmente,
ma ha reagito anche con altri. Anche se non ricorda le persone del suo passato, i
tracciati di eccitazione neurale sono comunque presenti.
Chi era la donna con i capelli rossi? ho chiesto.
Lui ha sorriso. Una vecchia amica, forse?
Sa come si chiama?
Temo di no. Le foto erano nelle sue cartelle. Non erano contrassegnate.
Ho annuito.  Una vecchia amica. Questo lo sapevo, ovviamente; era il suo nome che
avrei tanto voluto scoprire.
Ha detto che ho reagito nel vedere le foto, giusto?
In alcuni casi, s.
 un buon segno?
Prima di trarre conclusioni dovremo analizzare i risultati pi nel dettaglio.  una
procedura ancora nuova ha spiegato. Sperimentale.
Capisco. Ho tagliato un angolo della torta di carote. Era anch'essa troppo amara,
la glassa esageratamente dolce. Per qualche istante siamo rimasti in silenzio. Gli
ho offerto la torta e lui ha fatto segno di no toccandosi lo stomaco. Devo stare
attento! ha detto, malgrado non vedessi ancora alcun motivo di preoccuparsi. Era
quasi piatto, anche se sembrava il tipo d'uomo che avrebbe potuto ritrovarsi con
la pancetta. Ma era ancora giovane, e i danni dell'et non l'avevano quasi sfiorato.
Ho pensato al mio corpo. Non sono grassa e nemmeno sovrappeso, eppure mi sorprende.
Quando mi siedo, assume una forma diversa da quella che mi aspetterei. Le mie natiche
si afflosciano, le cosce si toccano quando incrocio le gambe. Mi sporgo in avanti
verso la tazza di caff e i seni mi si muovono nel reggipetto, quasi a ricordarmi
la loro esistenza. Nella doccia sento un lieve tremolio della pelle sotto le braccia,
appena percettibile. Sono pi grossa di quanto pensi, occupo pi spazio di quanto
creda. Non sono pi una bambina, piccola e compatta, la pelle tesa sulle ossa, e
nemmeno un'adolescente con i primi strati di grasso sul corpo.
Ho guardato la torta che nessuno mangiava e mi sono domandata cosa accadr in futuro.
Forse continuer a espandermi. Diventer paffuta e poi grassa, gonfiandomi sempre
pi come un palloncino della festa. Oppure manterr le dimensioni attuali ma senza
mai abituarmi, guardandomi allo specchio mentre le rughe sul mio volto diventeranno
sempre pi marcate, la pelle delle mani si assottiglier come una buccia di cipolla
e io mi trasformer gradualmente in una vecchia.
Il dottor Nash ha chinato la testa per grattarsi la nuca. Ho intravisto il cuoio
capelluto, pi evidente in una chiazza circolare sulla cima. Non se ne sar ancora
accorto, ho pensato, ma un giorno lo far. Vedr una sua fotografia di spalle, o si
sorprender in un camerino di prova, o il suo parrucchiere far un commento, o magari
la sua compagna. L'et ci coglie tutti alla sprovvista, mi sono detta mentre lui
alzava lo sguardo. In modi diversi.
Ah ha detto lui in un tono di allegria un po' forzata. Le ho portato qualcosa.
Un regalo. Be', non proprio, ma qualcosa che potrebbe farle piacere avere. Ha
allungato la mano verso il pavimento e ha preso la borsa. Probabilmente ne ha gi
una copia ha detto aprendola. Ha tirato fuori un pacchetto. Ecco qua.
Nell'istante in cui l'ho preso in mano ho capito cos'era. Cos'altro poteva essere?
Mi  sembrato pesante. L'aveva infilato in una busta imbottita chiusa con del nastro
adesivo. Sopra aveva scritto il mio nome con un grosso pennarello nero.  Christine.
 il suo romanzo ha detto. Quello che ha scritto lei.
Non sapevo bene come reagire. Una prova, ho pensato. La dimostrazione che ci che
ho scritto  vero, nell'eventualit che ne abbia bisogno domani.
La busta conteneva una copia di un libro. L'ho tirato fuori. Era un'edizione
tascabile, non nuova. In copertina si distingueva il cerchio scuro di una tazza di
caff, i bordi delle pagine erano ingialliti dagli anni. Mi sono chiesta se Nash mi
avesse dato la sua copia, se il libro fosse ancora in stampa. Reggendolo in mano mi
sono rivista come mi ero vista l'altro giorno; pi giovane, molto pi giovane, mentre
cercavo questo libro nel tentativo di trovare la strada per il successivo. In qualche
modo sapevo che non aveva funzionato: il secondo romanzo non era mai stato completato.
Grazie ho detto. Grazie.
Nash ha sorriso. Di niente.
Me lo sono infilato sotto il cappotto, dove ha continuato a battere come un cuore
per l'intero tragitto verso casa.
Non appena sono rientrata ho dato un'occhiata al romanzo, ma solo di sfuggita. Volevo
scrivere tutto ci che ricordavo prima dell'arrivo di Ben, ma non appena ho finito,
ho riposto il diario nell'armadio e sono scesa di nuovo per guardare meglio il libro.
L'ho rigirato fra le mani. In copertina c'era l'illustrazione a pastello di una
scrivania su cui campeggiava una macchina per scrivere. Sul carrello della macchina
era appollaiato un corvo, che inclinava la testa quasi stesse leggendo il foglio di
carta infilato fra i rulli. Sopra il corvo c'era il mio nome, e sopra ancora il titolo.
Per gli uccelli del mattino, diceva.  Christine Lucas.
Ho aperto il libro con le mani che mi tremavano. Dopo il frontespizio c'era la pagina
della dedica:  A mio padre, c'era scritto.  Mi manchi.
Ho chiuso gli occhi. Il tremolio di un ricordo. Ho visto mio padre in un letto
illuminato da accecanti luci bianche; la sua pelle era trasparente, coperta da una
patina di sudore, tanto che quasi scintillava. Ho visto una flebo nel suo braccio,
un sacchetto di liquido trasparente appeso a un supporto, un vassoio di cartone, un
tubetto di pillole. Un'infermiera che gli controllava il battito cardiaco e la
pressione, lui che non si svegliava. Mia madre, seduta sul lato opposto del letto,
che cercava di non piangere mentre io mi sforzavo di farlo.
A un tratto ho sentito un odore. Fiori recisi e terra profonda. Dolciastro, nauseante.
Ho visto il giorno della cremazione. Io vestita di nero (tutt'altro che insolito,
me ne rendo conto chiss come), ma in questo caso senza trucco. Mia madre seduta
accanto a mia nonna. Le tende si aprono, la bara si allontana e io piango immaginando
mio padre che si riduce in cenere. Mia madre mi stringe forte la mano, poi torniamo
a casa a bere frizzantino da due soldi e mangiare tramezzini mentre il sole tramonta
e lei si dissolve nella penombra.
Ho sospirato. L'immagine  svanita, ho aperto gli occhi. Il mio romanzo davanti a
me.
Ho cominciato a sfogliarlo. Il frontespizio, la prima frase.  Fu allora, avevo
scritto,  con il motore che gemeva e il piede destro premuto con forza sull'
acceleratore, che lei lasci andare il volante e chiuse gli occhi. Sapeva cosa sarebbe
accaduto. Sapeva a cosa avrebbe portato. L'aveva sempre saputo.
Sono passata a met libro, ho letto un paragrafo e poi un altro verso la fine.
Avevo scritto di una donna di nome Lou e di un uomo (suo marito, immagino) di nome
George, e il romanzo sembrava svolgersi durante una guerra. Ho provato un moto di
delusione. Non so cosa mi aspettassi (forse un po' di autobiografia?), ma a quanto
sembrava il libro poteva fornirmi poche risposte.
In ogni caso, mi sono detta mentre lo giravo per guardare la quarta di copertina,
se non altro l'avevo scritto e pubblicato.
Al posto della classica fotografia dell'autore c'era una breve nota biografica.
Christine Lucas  nata nel 1960 nel Nord dell'Inghilterra, diceva.  Studia Lettere
presso l'University College, a Londra, dove si  ormai stabilita. Questo  il suo
primo romanzo.
Ho sorriso tra me e me, provando un'ondata di gioia e di orgoglio.  Questo l'ho
fatto io. Avrei voluto leggerlo, scoprirne i segreti, ma al tempo stesso non volevo.
Temevo che la realt potesse cancellare la mia felicit. Se il romanzo mi fosse
piaciuto, l'idea di non poterne scrivere un altro mi avrebbe rattristato; nel caso
contrario avrei provato la frustrazione di non aver mai espresso il mio talento. Non
sapevo quale delle due fosse pi probabile, ma sapevo che un giorno non avrei resistito
all'attrattiva della mia unica opera e l'avrei capito. Avrei fatto quella scoperta.
Ma non oggi. Oggi avevo qualcos'altro da scoprire, qualcosa di molto peggio della
tristezza, di molto pi doloroso della semplice frustrazione. Qualcosa di straziante.
Ho cercato di infilare di nuovo il libro nella busta. C'era dentro qualcos'altro.
Un foglio di carta piegato in quattro di recente.  Ho pensato che potesse
interessarle!  aveva scritto il dottor Nash.
L'ho aperto. In cima c'era un'altra scritta:  Standard, 1986. Sotto c'era la copia
di un articolo di giornale accanto a una foto. L'ho guardata per un secondo o due
prima di rendermi conto che era una recensione del mio romanzo e che la donna nella
foto ero io.
La mano con cui reggevo il foglio ha cominciato a tremare. Non so perch. Era una
testimonianza vecchia di anni; qualunque fossero stati i suoi effetti, positivi o
negativi, si erano persi nel tempo. Era il passato, le increspature che aveva causato
erano ormai del tutto svanite. Eppure per me era importante. Com'era stato accolto
il mio lavoro? Era stato un successo?
Ho dato una scorsa all'articolo, sperando di coglierne il tono prima di doverlo
analizzare nei dettagli. Alcune parole mi sono balzate agli occhi. Per lo pi erano
positive.  Ricercato.  Sensibile.  Abile.  Umanit.  Brutale.
Ho guardato la foto. Era in bianco e nero e mi ritraeva alla scrivania, il mio corpo
inclinato verso l'obiettivo. La mia posa  strana; c' qualcosa che mi mette a
disagio, forse la persona dietro l'obiettivo o la posizione in cui sono seduta.
Nonostante ci, sorrido. I miei capelli sono lunghi e sciolti, e malgrado il bianco
e nero sembrano pi scuri di adesso, come se li avessi tinti di nero o se fossero
bagnati. Dietro di me ci sono le porte-finestre che danno sul patio, e appena visibile
in un angolo c' un albero spoglio. Sotto la foto c' una didascalia.  Christine
Lucas nella sua casa di Londra Nord.
Mi sono resa conto che doveva essere la casa che avevo visitato con il dottor Nash.
Per un attimo ho provato il desiderio quasi insopportabile di tornarvi con quella
fotografia per convincermi che s, era vero, allora ero esistita. Che ero proprio
io.
Ma ovviamente lo sapevo gi. Pur non potendolo pi ricordare, sapevo che l, in quella
cucina, mi era tornato in mente Ben. Ben e la sua erezione ballonzolante.
Ho sorriso e ho toccato la foto, ho fatto scorrere i polpastrelli in cerca di indizi
come una cieca. Ho seguito il profilo dei miei capelli, sono passata sul mio viso.
Nella foto sembravo a disagio, ma in qualche modo anche radiosa. Come se avessi un
segreto e lo stessi conservando come un amuleto. Avevo pubblicato il mio romanzo,
s, ma c'era qualcos'altro, qualcosa di pi.
Ho guardato meglio. Ho notato la curva dei seni nel vestito largo, il modo in cui
tenevo un braccio davanti alla pancia. Un ricordo  emerso dal nulla: io in posa per
il ritratto, il fotografo dietro il suo cavalletto, la giornalista con cui ho appena
parlato del mio libro che si trattiene in cucina. Chiede come sta andando, e sia io
sia il fotografo rispondiamo: Bene! e ridiamo allegri. Quasi finito dice lui
cambiando la pellicola. La giornalista si  accesa una sigaretta e non mi chiede se
mi d fastidio, ma solo se abbiamo un posacenere. La mia irritazione dura solo un
istante. La verit  che avrei una gran voglia di fumare, ma ho smesso da quando ho
scoperto che...
Ho guardato di nuovo la foto e a un tratto ho capito. Ero incinta.
La mia mente si  fermata per un istante, poi ha preso a vorticare. Incespicava su
se stessa, catturata nella morsa tagliente della rivelazione, il fatto che non solo
aspettassi un bambino mentre mi facevo ritrarre nella sala da pranzo di casa mia,
ma che lo sapessi e ne fossi felice.
Non aveva senso. Cos'era successo? A questo punto mio figlio avrebbe dovuto avere...
quanti anni? Diciotto? Diciannove? Venti?
Ma non c' nessun bambino, ho pensato. Dov' mio figlio?
Ancora una volta ho sentito che il mio mondo si capovolgeva. Quella parola: figlio.
L'ho gi pensata, mi sono detta con sicurezza. In qualche modo, nel profondo sapevo
che il bambino che avevo avuto in pancia era un maschio.
Mi sono aggrappata ai bordi della sedia per mantenere l'equilibrio e in quell'
istante un'altra parola  giunta in superficie ed  scoppiata come una bolla.  Adam.
Ho sentito che il mio mondo abbandonava un tracciato e ne imboccava un altro.
Avevo messo al mondo quel bambino. L'avevamo chiamato Adam.
Mi sono alzata e la busta con il romanzo  scivolata a terra. La mia mente lavorava
frenetica, come un motore che avesse finalmente preso a girare, l'energia rimbalzava
dentro di me come se volesse disperatamente trovare una via d'uscita. Nell'album
di ricordi in salotto mio figlio non c'era, questo lo sapevo. Se sfogliandolo
stamattina avessi visto una sua fotografia, me ne sarei ricordata. Avrei chiesto a
Ben chi era. Lo avrei scritto sul diario. Ho infilato il ritaglio nella busta insieme
al libro e sono corsa al piano di sopra. Sono entrata in bagno e mi sono fermata davanti
allo specchio. Senza degnare di uno sguardo il mio volto ho perlustrato le immagini
che lo circondavano, le fotografie che sono costretta a usare per ricostruire me
stessa quando non ricordo nulla.
Io e Ben. Io da sola, Ben da solo. Noi due con un'altra coppia pi anziana, immagino
i suoi genitori. Io molto pi giovane con una sciarpa al collo, sorridente mentre
accarezzo un cane. Ma nessun segno di Adam. Nessun neonato, nessun bambino ai primi
passi. Nessuna immagine del primo giorno di scuola, di un evento sportivo, di una
vacanza. Nessuna foto mentre costruisce un castello di sabbia. Niente.
Non ha senso, ho pensato. Sono foto che fanno tutti e che nessuno getta via, giusto?
Devono essere qui, mi sono detta. Ho sollevato gli angoli delle foto per vedere se
ne coprissero altre come strati geologici. Non c'era nulla. Soltanto le piastrelle
chiare del muro, il vetro liscio dello specchio. Uno spazio vuoto.
Adam. Il nome mi vorticava in testa. Ho chiuso gli occhi e ho visto altre scene;
apparivano di colpo, tremolavano per un istante e poi scomparivano, innescando la
successiva. Ho visto Adam, i suoi capelli biondi che un giorno, lo sapevo, sarebbero
diventati castani, la maglietta dell'Uomo Ragno che aveva voluto indossare finch
era diventata troppo piccola e avevamo dovuto buttarla. L'ho visto che dormiva nella
carrozzina e mi sono ricordata di aver pensato che era il bambino pi perfetto del
mondo, la cosa pi perfetta che avessi mai incontrato. L'ho visto su una bicicletta
azzurra, un triciclo di plastica, e in qualche modo sapevo che gliel'avevamo regalato
per il suo compleanno e che lui non se ne sarebbe mai separato. L'ho visto in un
parco, chino sul manubrio, sorridere mentre sfrecciava verso di me gi da una discesa,
e un istante dopo l'ho visto ribaltarsi e volare a terra dopo che la bicicletta aveva
colpito un ostacolo sul terreno e si era piegata sotto di lui. Mi sono vista mentre
lo reggevo in braccio piangente, gli pulivo il viso insanguinato e trovavo uno dei
suoi dentini accanto a una ruota che non aveva ancora smesso di girare. L'ho visto
mentre mi mostrava un disegno (una striscia azzurra a indicare il cielo, una chiazza
verde per la terra e in mezzo tre figure indistinte e una minuscola casa) e ho visto
il coniglietto di peluche che si portava dietro ovunque.
Sono tornata di colpo al presente, nel bagno di casa, ma ho richiuso subito gli occhi.
Volevo ricordarlo a scuola, o adolescente, o vederlo insieme a me o a suo padre. Ma
non ci riuscivo. Se cercavo di organizzarli, i miei ricordi scomparivano con un
tremolio, come piume che cambiano direzione nel vento ogni volta che una mano cerca
di afferrarle. L'ho visto invece mentre mangiava un gelato sgocciolante, poi con
la faccia nera di liquirizia, poi addormentato sul sedile posteriore di un'auto.
Non potevo fare altro che osservare i ricordi che si presentavano e altrettanto
rapidamente scomparivano.
Ho avuto bisogno di tutta la forza di volont che possedevo per non lanciarmi sulle
foto davanti a me. Avrei voluto strapparle dal muro in cerca di prove dell'esistenza
di mio figlio. Invece, quasi temessi che al minimo movimento le mie membra avrebbero
potuto tradirmi, sono rimasta perfettamente immobile davanti allo specchio, ogni
singolo muscolo del mio corpo in tensione.
Nessuna fotografia sulla mensola del caminetto. Nessuna cameretta da adolescente con
le pareti tappezzate di popstar. Nessuna maglietta fra la biancheria sporca o fra
il bucato da stirare. Nessuna scarpa da ginnastica malconcia sotto le scale. Anche
se fosse andato via di casa sarebbe comunque rimasta una prova della sua esistenza,
giusto? Una traccia qualsiasi.
Invece no, in questa casa non c' niente. Con un brivido glaciale mi sono resa conto
che  come se mio figlio non esistesse, come se non fosse mai esistito.
Non so quanto a lungo sono rimasta in bagno a pensare alla sua assenza. Dieci minuti?
Venti? Un'ora? A un certo punto ho sentito una chiave che girava nella serratura
dell'ingresso e il fruscio di Ben che si puliva le scarpe sullo zerbino. Non mi sono
mossa. Lui  entrato in cucina, poi in sala da pranzo e infine mi ha chiamata,
chiedendomi se andava tutto bene. Sembrava preoccupato, e la sua voce tradiva un
'increspatura di tensione che stamattina non avevo percepito, ma mi sono limitata
a borbottare che s, s, stavo bene. L'ho sentito andare in salotto e accendere la
televisione.
Il tempo si  fermato. La mia mente si  svuotata di ogni pensiero. Di tutto tranne
che del bisogno di sapere cos'era successo a mio figlio, perfettamente
controbilanciato dal terrore di ci che avrei potuto scoprire.
Ho nascosto il mio romanzo nell'armadio e sono scesa.
Mi sono fermata fuori dal salotto. Ho cercato di calmare il respiro, ma non ci sono
riuscita; era un rantolo bruciante. Non sapevo cosa dire a Ben, come rivelargli che
ero al corrente di Adam. Mi avrebbe chiesto come l'avevo scoperto, e a quel punto
cosa gli avrei risposto?
Ma non aveva importanza. Nulla aveva importanza, tranne sapere di mio figlio. Ho
chiuso gli occhi, e quando ho riacquistato tutta la calma di cui pensavo sarei stata
mai capace ho aperto la porta con delicatezza. L'ho sentita strisciare sulla moquette
ruvida.
Ben non mi aveva sentita. Era seduto sul divano e guardava la televisione, in
equilibrio sulle gambe aveva un piatto con mezzo biscotto. Mi sono sentita sommergere
da un'ondata di rabbia. Sembrava cos rilassato e felice, con il sorriso sulle labbra.
Poi si  messo a ridere. Avrei voluto lanciarmi su di lui, afferrarlo e gridare finch
non mi avesse detto tutto, finch non mi avesse spiegato perch mi aveva nascosto
l'esistenza del mio romanzo, di mio figlio. Avrei voluto imporgli di restituirmi
tutto ci che avevo perduto.
Ma sapevo che non sarebbe servito a nulla, e cos ho dato un colpo di tosse. Un delicato
colpetto che diceva: "Non vorrei disturbarti, ma...".
Ben mi ha vista e ha sorriso. Tesoro! ha esclamato. Eccoti qui!
Sono entrata in sala. Ben? ho cominciato. La mia voce era tesa. La sentivo estranea.
Ben, ho bisogno di parlarti.
L'espressione di Ben si  dissolta nell'ansia. Si  alzato e ha fatto un passo verso
di me, lasciando cadere il piatto a terra. Che succede, amore? Stai bene?
No ho risposto. Lui si  fermato a circa un metro da me. Ha teso le braccia per
accogliermi nella sua stretta, ma io non mi sono mossa.
Che succede?
Ho guardato in faccia mio marito. Sembrava tranquillo, come se ci fosse gi passato,
come se fosse abituato a quelle crisi isteriche.
Non potevo pi resistere senza pronunciare il nome di mio figlio. Dov' Adam? ho
domandato. Le parole mi sono uscite di bocca in un rantolo. Dov'?
Ben ha cambiato improvvisamente espressione. Era sorpreso? Scioccato? Ha deglutito.
Dimmelo! ho gridato.
Mi ha preso fra le braccia. Avrei voluto spingerlo via, ma non l'ho fatto. Christine
ha detto. Calmati, ti prego. Posso spiegarti tutto, va bene?
Avrei voluto rispondergli che no, non andava affatto bene, ma non ho detto nulla.
Ho nascosto il volto, seppellendolo fra le pieghe della sua camicia.
Ho cominciato a tremare. Dimmelo ho detto. Ti prego, dimmelo.
Eravamo seduti sul divano. Io in un angolo, lui nell'altro. Non volevo stare pi
vicina di cos.
Avevamo parlato. Per minuti o per ore, non lo sapevo. Non volevo che Ben proseguisse.
Non volevo che lo ripetesse, ma lui l'ha fatto.
Adam  morto.
Ho avvertito uno spasmo. Ero contratta come un mollusco. Le sue parole erano taglienti
come filo spinato.
Ho pensato alla mosca sul parabrezza mentre tornavamo da casa di mia nonna.
Ben ha ripreso a parlare. Christine, amore. Mi dispiace tanto.
Ero furiosa. Furiosa con lui. "Bastardo" ho pensato, pur sapendo che non era colpa
sua.
Mi sono sforzata di aprire bocca. Come?
Lui ha sospirato. Adam era nell'esercito.
Un torpore improvviso. Ogni emozione si  ritirata fino a lasciare soltanto il dolore.
Un dolore ridotto a un unico punto.
Un figlio che nemmeno sapevo di avere, ed era diventato soldato. Un pensiero mi ha
attraversata, assurdo.  Cosa penser mia madre?
Ben ha ripreso a parlare, a frasi brevi e spezzate. Era un Royal Marine. Di stanza
in Afghanistan.  rimasto ucciso. L'anno scorso.
Ho deglutito a fatica. Avevo la gola secca.
Perch? ho chiesto, e poi: Come?.
Christine!
Voglio saperlo ho detto. Ne ho bisogno.
Lui ha teso la mano per prendere la mia; l'ho lasciato fare, ma quando ho visto che
non si avvicinava ho provato sollievo.
Vuoi sapere proprio tutto?
Mi  esplosa la rabbia. Non ho potuto farci nulla. La rabbia e il panico. Era mio
figlio!
Ben ha distolto lo sguardo verso la finestra.
Era a bordo di un mezzo corazzato ha ripreso. Parlava piano, quasi bisbigliando.
Stavano scortando delle truppe.  esplosa una bomba a bordo strada. Un soldato 
sopravvissuto, Adam e un altro non ce l'hanno fatta.
Ho chiuso gli occhi, e anche la mia voce si  ridotta a un sussurro.  morto sul
colpo? Ha sofferto?
Ben ha sospirato di nuovo. No ha detto dopo un istante. Non ha sofferto. Pensano
che sia stato tutto molto rapido.
L'ho guardato, ma lui ha distolto gli occhi.
Stai mentendo, ho pensato.
Ho visto Adam che moriva dissanguato sul bordo di una strada e ho scacciato il pensiero
concentrandomi sul nulla, sul vuoto.
La testa ha preso a girarmi. Domande. Domande che non osavo fare per paura che le
risposte mi uccidessero. Com'era da bambino, da ragazzo, da adulto? Ci volevamo bene?
Litigavamo? Era felice? Ero stata una brava madre?
E come aveva fatto quel bambino sul triciclo di plastica a farsi uccidere dall'altra
parte del mondo?
Che cosa ci faceva in Afghanistan? ho chiesto. Perch proprio l?
Ben mi ha spiegato che siamo in guerra. Una guerra contro il terrore, ha detto, anche
se non so cosa significhi. Ha detto che c'era stato un tremendo attacco in America.
Erano morte migliaia di persone.
E mio figlio  andato a morire in Afghanistan? ho chiesto. Non capisco.
 complicato. Aveva sempre desiderato arruolarsi. Pensava di fare il suo dovere.
Il suo dovere? E tu, forse, lo pensavi anche tu? Pensavi che stesse facendo il suo
dovere? E io? Perch non l'hai convinto a fare qualcos'altro? Qualsiasi altra cosa?
Christine, era quello che voleva.
Per un terribile momento sono stata sul punto di ridere. Farsi uccidere? Era questo
che voleva? Perch? Non lo conoscevo nemmeno.
Ben  rimasto zitto. Mi ha stretto la mano nella sua, poi una lacrima mi ha solcato
il viso, calda come acido, seguita da una seconda e infine dalle altre. Le ho
asciugate, temendo che se avessi cominciato a piangere non avrei mai smesso.
Ho sentito che la mia mente cominciava a chiudersi in se stessa, a svuotarsi, a
ritrarsi nel nulla. Non lo conoscevo nemmeno ho ripetuto.
Pi tardi, Ben  salito a prendere una cassetta e l'ha appoggiata sul tavolino davanti
al divano.
Queste cose le tengo di sopra mi ha spiegato. Per sicurezza.
Sicurezza da cosa? ho pensato. La cassetta era grigia, di metallo. Il genere di
contenitore in cui si terrebbero dei documenti importanti o del denaro.
Qualsiasi cosa contenga, dev'essere pericolosa. Ho pensato ad animali selvaggi,
scorpioni e serpenti, ratti famelici, rospi velenosi. O magari un virus invisibile,
qualcosa di radioattivo.
Per sicurezza? ho ripetuto.
Ben ha sospirato. Contiene alcune cose che  meglio che tu non veda da sola.
Si  seduto accanto a me e ha aperto la cassetta. Da quello che vedevo, non c'erano
altro che carte.
Questo  Adam da piccolo ha detto prendendo una manciata di fotografie e dandomene
una.
Era una mia foto, fatta in strada. Sto camminando verso l'obiettivo, e davanti al
petto ho un bambino, Adam, in un marsupio. Il suo corpo  rivolto verso di me, ma
sta guardando il fotografo da sopra la spalla, e il suo sorriso  un'imitazione
sdentata del mio.
L'hai fatta tu?
Ben ha annuito. L'ho guardata di nuovo. Era lacera, macchiata ai bordi, e i colori
erano sbiaditi come se si stesse lentamente sbiancando.
Io. Un bambino. Aveva un che di irreale. Ho cercato di ripetermi che ero una madre.
Di quando ? ho chiesto.
Ben ha spostato lo sguardo oltre la mia spalla. Avr avuto pi o meno sei mesi ha
risposto. Quindi, vediamo... doveva essere intorno all'ottantasette.
Significava che io avevo ventisette anni. Una vita fa.
La vita di mio figlio.
Quand'era nato?
Ben ha infilato di nuovo la mano nella cassetta e mi ha passato un foglio di carta.
A gennaio ha detto. La carta era ingiallita e friabile. Un certificato di nascita.
L'ho letto in silenzio. Riportava il suo nome. Adam.
Adam Wheeler ho detto a voce alta, rivolta tanto a me stessa quanto a Ben.
Avevamo deciso di dargli il mio cognome ha detto. Wheeler.
Certo. Mi sono avvicinata il foglio al volto. Sembrava troppo leggero per avere
un significato cos grande. Avrei voluto respirarlo, farlo diventare parte di me.
Dammi. Ben ha ripreso il documento e l'ha piegato. Ci sono altre foto ha detto.
Le vuoi vedere?
Me le ha passate.
Non sono tante ha aggiunto mentre le guardavo. Molte sono andate perdute.
L'ha detto come se fossero state dimenticate in treno o affidate a degli sconosciuti.
S ho risposto. Mi ricordo. C' stato un incendio.
Mi ha guardata in modo strano, socchiudendo gli occhi.
Ti ricordi? ha ripetuto.
A un tratto non ne ero pi sicura. Mi aveva parlato stamattina dell'incendio oppure
era un ricordo che risaliva all'altro giorno? O magari l'avevo semplicemente letto
sul mio diario dopo colazione?
S, me l'hai detto tu.
Sul serio?
S.
Quando?
Quando era stato? Era successo stamattina o giorni prima? Ho ripensato al mio diario,
ho ricordato di averlo letto dopo che lui era andato al lavoro. Mi aveva parlato dell
'incendio a Parliament Hill.
In quel momento avrei potuto dirgli del diario, ma qualcosa mi ha trattenuta. Sembrava
tutt'altro che felice che avessi ricordato qualcosa. Prima che andassi al lavoro
ho detto. Quando abbiamo sfogliato l'album. Me l'avrai detto allora, suppongo.
Ben si  accigliato. Mentirgli mi dispiaceva, ma non mi sentivo in grado di affrontare
altre rivelazioni. Altrimenti come farei a saperlo?
Mi ha guardata negli occhi. Hai ragione, suppongo.
Ho esitato un istante, osservando la manciata di foto nelle mie mani. Erano davvero
poche, e la cassetta non ne conteneva altre. Erano davvero tutto ci che avrei mai
avuto per descrivere l'esistenza di mio figlio?
Com' scoppiato l'incendio? ho chiesto.
L'orologio sulla mensola del caminetto ha suonato l'ora.  successo molti anni
fa. Nella nostra vecchia casa. Quella in cui abitavamo prima di venire qui. Mi sono
domandata se intendesse quella che avevo visitato. Abbiamo perso molte cose. Libri,
carte e cose simili.
Ma com' scoppiato? ho ripetuto.
Per un attimo lui non ha risposto. Ha aperto la bocca, l'ha richiusa, poi ha detto:
 stato un incidente. Nient'altro che un incidente.
Mi sono chiesta cosa non mi stesse dicendo. Avevo dimenticato una sigaretta accesa,
il ferro da stiro nella presa, una pentola sul fuoco? Mi sono immaginata nella cucina
in cui ero entrata due giorni prima, con il suo banco di cemento e i suoi pensili
bianchi, ma anni prima. Mi sono vista davanti a una friggitrice sfrigolante, mentre
scuotevo il cestino delle patatine fritte, guardandole salire in superficie prima
di rotolare e riaffondare nell'olio. Mi sono vista mentre sentivo squillare il
telefono, mi pulivo le mani con il grembiule e andavo nell'ingresso.
E poi? L'olio aveva preso fuoco mentre rispondevo alla telefonata, oppure ero andata
in salotto o salita in bagno dimenticandomi che stavo cucinando?
Non lo so, e non potr mai saperlo. Ma Ben  stato gentile a dirmi che era stato un
incidente. La vita domestica presenta una quantit di pericoli per una persona senza
memoria, e un marito diverso avrebbe potuto sottolineare i miei errori e le mie
mancanze, incapace di resistere alla tentazione di giudicare. Gli ho accarezzato il
braccio, e lui ha sorriso.
Ho sfogliato la piccola raccolta di fotografie. Ce n'era una in cui Adam, vestito
con un cappello da cowboy di plastica e un fazzoletto giallo al collo, puntava un
fucile di plastica contro l'autore dello scatto; in un'altra aveva cinque anni di
pi, il suo viso si era assottigliato e i suoi capelli scuriti. Indossava una camicia
abbottonata fino al collo e una cravatta da bambino.
Quella  una foto scolastica ha detto Ben. Un ritratto ufficiale. L'ha indicata
ridendo. Che peccato!  venuta male.
Si vedeva l'elastico della cravatta, non era stato infilato sotto il colletto della
camicia. Ho passato le dita sulla foto. Non  venuta male, ho pensato.  perfetta.
Ho cercato di ricordare mio figlio, di vedermi inginocchiata davanti a lui mentre
armeggiavo con l'elastico della cravatta, lo pettinavo o gli pulivo il ginocchio
sbucciato.
Non ho visto nulla. Il bambino del ritratto aveva la mia bocca carnosa e due occhi
che somigliavano vagamente a quelli di mia madre, ma per il resto avrebbe potuto essere
un estraneo.
Ben ha tirato fuori un'altra foto e me l'ha data. Mostrava un Adam un po' pi
grande, intorno ai sette anni. Pensi che mi somigli? ha domandato.
Adam aveva in mano un pallone da calcio e indossava i pantaloncini e una maglietta
bianca. Aveva i capelli corti, irti per il sudore. Un po' ho risposto. Forse.
Ben ha sorriso, e abbiamo continuato a guardare le foto insieme. Erano per lo pi
di me e Adam, ogni tanto di lui da solo; nella maggioranza dei casi doveva averle
scattate Ben. Qualche volta c'era Adam con gli amici; in un paio era a una festa,
travestito da pirata e armato di spada di cartone. In una teneva in braccio un
cagnolino.
C'era una lettera fra le foto. Era indirizzata a Babbo Natale, scritta con un pastello
blu. Le lettere danzavano traballanti sulla pagina. Voleva una bicicletta o un
cucciolo, e prometteva di fare il bravo. Era firmata e riportava la sua et. Quattro
anni.
Non so perch, ma leggendola mi sono sentita crollare il mondo addosso. La sofferenza
mi  esplosa nel petto come una granata. Fino a quell'istante avevo mantenuto la
calma (non ero felice, e nemmeno rassegnata, ma tranquilla), ma quella serenit 
svanita, come evaporata. E sotto c'era una ferita aperta.
Scusami ho detto restituendo il tutto a Ben. Non posso. Non adesso.
Lui mi ha abbracciata. Ho sentito salire la nausea in gola, ma l'ho ricacciata gi.
Ben mi ha detto di non preoccuparmi, che sarebbe andato tutto bene, che lui era al
mio fianco e lo sarebbe sempre stato. Mi sono stretta a lui e siamo rimasti cos,
dondolandoci sul divano. Mi sentivo intorpidita, lontanissima dal luogo in cui mi
trovavo. L'ho guardato mentre mi prendeva un bicchier d'acqua, mentre richiudeva
la cassetta delle foto. Singhiozzavo. Anche lui era turbato, lo vedevo, ma la sua
espressione sembrava rivelare anche un'altra sfumatura. Poteva essere
rassegnazione, o magari accettazione, ma non shock.
Con un brivido mi sono resa conto che per lui non era la prima volta. Il suo dolore
non  nuovo. Ha avuto tempo di assestarsi nel profondo, di diventare parte delle sue
fondamenta e non qualcosa che le scuote.
 soltanto il mio dolore a rinnovarsi ogni giorno.
Ho accampato una scusa e sono salita in camera. Ho riaperto l'armadio. Ho ripreso
a scrivere.
Questi momenti rubati. Inginocchiata davanti all'armadio o appoggiata al letto. A
scrivere. In modo febbrile. Le parole si riversano fuori quasi senza che le pensi.
Pagine su pagine. Ora sono di nuovo qui, mentre Ben pensa che stia riposando. Non
posso fermarmi. Voglio scrivere tutto.
Mi domando se era cos anche quando scrivevo il mio romanzo, questo fiume di parole
sulla pagina. O forse era un processo pi lento, pi meditato? Quanto vorrei poterlo
ricordare.
Quando sono scesa, ho fatto il t per tutti e due. Mentre mescolavo il latte ho pensato
a tutte le pappe che dovevo aver preparato per Adam, i passati di verdura e i succhi
di frutta. Ho portato il t a Ben. Ero una brava madre? gli ho chiesto
porgendoglielo.
Christine...
Devo saperlo ho detto. Voglio dire, come me la cavavo? Con un bambino? Doveva essere
ancora piccolo quando...
Hai avuto l'incidente? mi ha interrotta. Aveva due anni. Ma eri stata una madre
meravigliosa. Fino a quel punto. Dopo...
Non ha proseguito, lasciando che il resto della frase gli si spegnesse sulle labbra,
e ha distolto lo sguardo. Mi sono chiesta cosa stesse tacendo, cosa pensasse che
sarebbe stato meglio non dirmi.
Ne so abbastanza da riempire alcuni degli spazi vuoti. Potr anche non ricordare quel
periodo, ma riesco a immaginarlo. Mi vedo mentre giorno dopo giorno mi viene ripetuto
che sono una moglie e una madre, che sto per ricevere la visita di mio marito e mio
figlio. Riesco a immaginarmi mentre li accolgo ogni giorno come se non li avessi mai
visti in vita mia, magari con una punta di freddezza o di pura e semplice confusione.
Riesco a vedere la sofferenza che tutto ci doveva causare. In tutti noi.
Non preoccuparti gli ho detto. Capisco.
Non eri in grado di badare a te stessa. Eri troppo grave perch potessi prendermi
cura di te a casa. Non ti si poteva mai lasciare sola, nemmeno per pochi minuti. Avresti
dimenticato quello che stavi facendo. Capitava che ti allontanassi da casa, e c
'era il rischio che allagassi il bagno o lasciassi qualcosa sul fuoco in cucina.
Non avrei potuto farcela. E cos badavo io a Adam, con l'aiuto di mia madre. Ma ogni
sera venivamo a trovarti, e...
Gli ho preso la mano.
Perdonami ha aggiunto.  che faccio fatica a pensare a quel periodo.
Lo so, ho detto lo so. Ma mia madre ti aiutava? Le piaceva essere nonna? Ben ha
annuito ed  parso sul punto di dire qualcosa.  morta, vero? l'ho preceduto.
Mi ha stretto le dita nelle sue. Qualche anno fa. Mi dispiace.
Cos era vero. Ho sentito che la mia mente cominciava a chiudersi in se stessa, come
se non fosse pi in grado di assorbire altro dolore, altri elementi di quel
guazzabuglio che  il mio passato, ma sapevo che l'indomani al risveglio non avrei
ricordato nulla.
Cosa potrei scrivere su questo diario che possa aiutarmi a superare il domani, il
giorno dopo, quello successivo?
A un tratto ho visto aleggiare un'immagine davanti ai miei occhi. Una donna dai
capelli rossi. Adam militare. Un nome mi  tornato in mente dal nulla.  Che cosa ne
direbbe Claire?
Era il nome della mia amica.  Claire.
E Claire? ho chiesto. La mia amica Claire. Lei  ancora viva?
Claire? ha ripetuto Ben. Per un lungo istante  sembrato perplesso, ma poi la sua
espressione  cambiata. Ti ricordi di Claire?
Sembrava sorpreso. Ho ricordato a me stessa che, almeno stando a quanto avevo scritto
sul diario, era passato qualche giorno da quando gli avevo detto di averla ricordata
durante la festa sul tetto.
S ho risposto. Eravamo amiche. Che fine ha fatto?
Ben mi ha guardato con aria triste, e per un attimo mi sono sentita raggelare. Ha
cominciato a raccontare lentamente, ma le notizie erano meno cattive di quanto
temessi. Se n' andata ha detto. Anni fa. Saranno quasi venti, ormai. Pochi anni
dopo il nostro matrimonio, in realt.
E dov' andata?
In Nuova Zelanda.
Siamo rimaste in contatto?
Per un po' s, ma ora non pi.
Non mi sembra possibile.  La mia migliore amica, avevo scritto dopo averla ricordata
a Parliament Hill, e anche oggi, pensando a lei, ho percepito la stessa sensazione
di intimit. Altrimenti, perch dovrebbe importarmi del suo giudizio?
Abbiamo litigato?
Ben ha esitato, e di nuovo ho avvertito un calcolo, un aggiustamento. Ovviamente,
me ne rendo conto, sa cos' in grado di turbarmi. Ha avuto anni per imparare cosa
posso trovare accettabile e cosa invece rappresenta un terreno pericoloso. Dopo
tutto, non era la prima volta che affrontava una simile conversazione. Ha avuto modo
di fare pratica, di imparare rotte che non squarcino il panorama della mia esistenza
facendomi ruzzolare chiss dove.
No ha risposto. Non credo. Non avete litigato, o quanto meno tu non me ne hai mai
parlato. Penso che vi siate semplicemente allontanate sempre pi, e che a un certo
punto Claire abbia incontrato qualcuno, si sia sposata e si sia trasferita.
Un'altra immagine: Claire e io che scherziamo sul fatto che non ci saremmo mai
sposate. Il matrimonio  per gli sfigati! dice lei portandosi alle labbra una
bottiglia di vino rosso, e io sono d'accordo, anche se so che un giorno sar la sua
damigella d'onore e lei la mia e che ci ritroveremo sedute in una camera d'albergo,
vestite d'organza e con un flte di champagne in mano mentre qualcuno ci pettina
i capelli.
Ho provato un improvviso soprassalto d'affetto. Pur ricordando ben poco dei momenti,
della vita che abbiamo condiviso (e domani anche questi ricordi se ne saranno andati)
ho sentito in qualche modo che siamo ancora vicine, e che per un certo periodo lei
era stata tutto per me.
Siamo andati al suo matrimonio? ho chiesto.
S ha annuito Ben aprendo la cassetta che reggeva sulle gambe e rovistando all
'interno. Qui c' qualche foto.
Erano della festa di matrimonio, ma non ufficiali; erano sfocate e scure, scattate
da un dilettante. Da Ben, immagino. Ho dato un'occhiata alla prima con cautela.
Claire era come me l'ero immaginata. Alta, magra. Pi bella, se possibile. Era in
piedi in cima a una scogliera; il suo vestito trasparente si agitava al vento, il
sole tramontava sul mare alle sue spalle. Ho posato la foto e ho passato in rassegna
le altre. In alcune era con il marito, un uomo che non riconoscevo, in altre c'ero
anch'io, vestita con un abito di seta azzurro pallido e solo leggermente meno bella
di lei. Era vero: ero la sua damigella.
Abbiamo qualche foto del nostro matrimonio? ho chiesto.
Ben ha scosso la testa. Erano in un album a parte ha risposto.  andato perduto.
Ma certo. L'incendio.
Ho fatto per restituirgli le foto. Mi sembrava di guardare un'altra vita, non la
mia. Avevo il disperato desiderio di salire a scrivere di ci che avevo scoperto.
Sono stanca ho detto. Ho bisogno di riposare.
Ma certo ha risposto Ben. Ha allungato la mano. Dalle pure a me. Ha preso il fascio
di foto e le ha riposte nella cassetta.
Le terr al sicuro ha detto chiudendola, e io sono salita a scrivere queste righe.
Mezzanotte. Sono a letto. Sola. Sto cercando di trovare un senso a tutto quello che
 accaduto oggi. A tutto ci che ho scoperto. Ma non so se ci riuscir.
Prima di cena ho deciso di farmi un bagno. Ho chiuso a chiave la porta alle mie spalle
e ho dato una rapida occhiata alle fotografie attorno allo specchio, vedendo soltanto
ci che non c'era. Ho aperto il rubinetto dell'acqua calda.
Mi rendo conto che spesso non ho alcun ricordo di Adam, ma oggi mi  tornato in mente
dopo aver visto una sola fotografia. Forse queste immagini sono state scelte per
ancorarmi a me stessa senza ricordarmi ci che ho perduto?
Il bagno ha cominciato a riempirsi di vapore. Sentivo mio marito al pianterreno; aveva
acceso la radio e mi giungevano vaghe e confuse le note di un brano jazz. In sottofondo
sentivo i colpi ritmati di un coltello su un tagliere: Ben che tagliuzzava carote,
cipolle o peperoni. Che preparava la cena come se fosse una giornata normale.
Ma per lui lo , mi sono detta. Io sono sommersa dal dolore, ma Ben non lo .
Non lo biasimo perch non mi parla ogni giorno di Adam, di mia madre, di Claire. Nei
suoi panni farei lo stesso. Sono cose dolorose, e se riesco a passare una giornata
intera senza ricordarle, io mi risparmio la sofferenza e lui la pena di avermela
causata. Quanto dev'essere forte la tentazione di non dire nulla, e quanto dev
'essere difficile sapere che mi porto costantemente dentro queste schegge
frastagliate di memoria, che sono sempre nel mio profondo come minuscole bombe, e
che in qualsiasi momento una di esse potrebbe perforare la superficie e costringermi
a vivere il dolore come se fosse la prima volta, coinvolgendo anche lui.
Mi sono spogliata lentamente, ho piegato i miei indumenti e li ho posati sulla sedia
accanto alla vasca. Nuda, mi sono messa davanti allo specchio e ho esaminato questo
mio corpo estraneo. Mi sono costretta a guardare le rughe sulla pelle, i seni cadenti.
Io non mi conosco, ho pensato. Non riconosco n il mio corpo n il mio passato.
Mi sono avvicinata allo specchio. Erano l, sulla pancia, sulle natiche e sui seni.
Sottili striature argentee, le cicatrici irregolari della storia. Prima non le avevo
mai viste perch non le avevo cercate. Mi sono immaginata mentre seguivo la loro
avanzata, sperando che svanissero a mano a mano che il mio corpo si espandeva. Ora
sono felice che ci siano; sono un promemoria.
La mia immagine allo specchio ha cominciato a svanire nel vapore. Sono fortunata,
ho pensato. Fortunata di avere Ben, di avere qualcuno che si prende cura di me, qui,
in quella che  casa mia, anche se io non la ricordo come tale. Non sono l'unica
a soffrire. Anche lui oggi ha passato quello che ho passato io, ma stasera andr a
letto sapendo che domani potrebbe ripetersi. Un altro al posto suo avrebbe potuto
sentirsi inadeguato a un compito simile, o rifiutarsi di affrontarlo. Un altro avrebbe
potuto lasciarmi. Ho fissato il mio volto come se stessi cercando di imprimerne l
'immagine nel cervello, lasciandola appena sotto la superficie in modo che domani
al risveglio possa sembrarmi meno estranea, meno sconvolgente. Quando  scomparsa
del tutto nel vapore ho dato le spalle a me stessa, mi sono immersa nell'acqua e
mi sono addormentata.
Non ho sognato, o almeno non mi sembra di averlo fatto, ma al risveglio ero confusa.
Mi trovavo in un bagno diverso; l'acqua era ancora calda, e qualcuno bussava alla
porta. Ho aperto gli occhi e non ho riconosciuto nulla. Lo specchio era semplice e
disadorno, montato su piastrelle bianche e non azzurre. Una tenda da doccia pendeva
da una sbarra sopra di me, c'erano due bicchieri rovesciati su una mensola sopra
il lavandino e un bidet accanto al gabinetto.
Ho sentito una voce. Arrivo ha detto, e mi sono accorta che era la mia. Mi sono
messa a sedere nella vasca e mi sono girata verso la porta chiusa a chiave. Due
accappatoi erano appesi sulla parete opposta, bianchi e identici, con le lettere
R.G.H. ricamate sul petto. Mi sono alzata.
Dai! ha detto una voce fuori dalla porta. Sembrava Ben, ma allo stesso tempo non
era lui. Ha intonato una sorta di cantilena. Dai, dai, dai, dai!
Chi ? ho chiesto, ma la voce non si  fermata. Sono uscita dalla vasca. Il pavimento
era di piastrelle bianche e nere disposte in diagonale. Era bagnato, e ho sentito
che cominciavo a scivolare, che i piedi e le gambe non facevano pi presa. Sono caduta
a terra, tirandomi sopra la tenda della doccia. Ho battuto la testa contro il
lavandino. Aiuto! ho gridato.
E in quel momento mi sono svegliata davvero, con un'altra voce, una voce diversa,
che mi chiamava. Christine! Chris! Tutto bene? diceva, e mi sono resa conto con
sollievo che era Ben e che avevo sognato. Ho aperto gli occhi. Ero nella vasca da
bagno, i miei vestiti erano piegati su una sedia accanto a me e le foto della mia
vita erano fissate alle piastrelle azzurro pallido sopra il lavandino.
S ho risposto. Tutto bene.  stato solo un brutto sogno.
Sono uscita dal bagno, ho cenato e poi sono andata a letto. Volevo scrivere, segnare
tutto ci che avevo scoperto prima che scomparisse. Ma non ero sicura di riuscirci
prima che Ben venisse a dormire.
Ma cosa potevo fare? Oggi ho scritto cos tanto, mi sono detta. Ben sar di sicuro
sospettoso, si chieder perch passi tutto questo tempo da sola al piano di sopra.
Finora ho usato la scusa della stanchezza, del bisogno di riposo, e lui mi ha sempre
creduto.
Non posso dire di non sentirmi in colpa. Lo sentivo aggirarsi per casa, aprire e
chiudere porte cercando di fare piano per non svegliarmi mentre io ero china a scrivere
come una furia sul mio diario. Ma non ho scelta. Devo fissare questi pensieri sulla
pagina. Farlo sembra pi importante di qualsiasi altra cosa, poich altrimenti li
perderei per sempre. Devo accampare scuse e continuare a scrivere.
Penso che stanotte dormir nell'altra stanza gli ho detto. Sono ancora un po
' sconvolta. Lo capisci?
Ben ha risposto di s, ha promesso di controllare che vada tutto bene domattina prima
di andare al lavoro e mi ha dato il bacio della buonanotte. Ora lo sento che spegne
la televisione e d un giro di chiave alla porta d'ingresso. Chiudendoci dentro.
Suppongo che per me non sarebbe indicato avventurarmi fuori casa. Non nelle mie
condizioni.
Non riesco a credere che nel giro di qualche istante, quando mi addormenter,
dimenticher di nuovo mio figlio. I ricordi di lui mi sono sembrati, mi sembrano
ancora, cos reali, cos vividi. E sono tornati anche dopo che mi sono appisolata nella
vasca. Non sembra possibile che un sonno pi lungo possa cancellare tutto, eppure
Ben e il dottor Nash mi dicono che  proprio questo che accadr.
Posso sperare che si sbaglino? Ogni giorno ricordo qualcosa di pi, mi sveglio con
una maggiore consapevolezza di chi sono. Forse sto migliorando, forse tenere questo
diario sta riportando in superficie i miei ricordi.
Forse oggi  il giorno che in futuro riconoscer come quello della svolta.  possibile.
Ora sono stanca. Presto smetter di scrivere, poi nasconder il diario e spegner
la luce. Dormir. Pregher di svegliarmi domani ricordando mio figlio.
Gioved 15 novembre
Ero in bagno, non sapevo da quanto. Guardavo tutte quelle foto in cui io e Ben
sorridevamo, quando in realt avremmo dovuto essere in tre. Le fissavo immobile, quasi
pensassi che in quel modo, con la forza di volont, avrei potuto far emergere l
'immagine di Adam. Ma era inutile. Lui restava invisibile.
Mi ero svegliata senza alcun ricordo di mio figlio. Nessuno. Pensavo ancora che la
maternit fosse qualcosa che apparteneva al futuro, qualcosa di magnifico e
inquietante. Anche dopo aver visto il mio volto di donna di mezza et e aver scoperto
che sono una moglie e che presto sar abbastanza vecchia da poter avere dei nipoti,
anche dopo che quelle scoperte mi avevano scosso alle fondamenta, non ero preparata
al diario che, come mi aveva detto per telefono il dottor Nash, tenevo nell'armadio.
Non immaginavo nemmeno che avrei scoperto di essere una madre. Di aver avuto un figlio.
Ho preso il diario, e non appena l'ho letto ho saputo che era vero. Avevo messo al
mondo un figlio. Me lo sentivo nella pelle, come se fosse ancora con me. Ho letto
e riletto le pagine del quaderno, cercando di fissarle nella mente.
Poi ho continuato a leggere e ho scoperto che mio figlio era morto. Non sembrava vero.
Non sembrava possibile. Il mio cuore non lo accettava, cercava di respingere l'idea,
malgrado sapessi che era la verit. La nausea mi ha travolta. La bile mi  salita
in gola, e mentre cercavo di ricacciarla gi la stanza ha cominciato a vorticare.
Per un attimo mi sono sentita mancare. Il diario  scivolato a terra e io ho soffocato
un grido di dolore. Mi sono alzata e mi sono trascinata fuori dalla camera da letto.
Sono entrata in bagno per rivedere le fotografie in cui dovrebbe esserci anche lui.
Ero disperata, non sapevo cosa avrei fatto quando Ben fosse rientrato dal lavoro.
Sarebbe arrivato, mi avrebbe baciato, avrebbe preparato da mangiare; avremmo cenato
insieme e poi avremmo guardato la televisione, o qualunque cosa facessimo la sera,
e per tutto quel tempo avrei dovuto fingere di non sapere che avevo perso un figlio.
Poi saremmo andati a letto insieme, e dopo...
Mi sembrava pi di quanto potessi sopportare. Non sono riuscita a frenarmi. In realt
non sapevo nemmeno cosa stavo facendo. Ho cominciato ad artigliare le foto, a
strapparle dal muro. Nel giro di un istante non c'erano pi. Erano sparse sul
pavimento del bagno. Galleggiavano nell'acqua del gabinetto.
Ho afferrato il diario e l'ho infilato nella borsa. Il portafoglio era vuoto, e cos
ho preso uno dei due biglietti da venti sterline dal nascondiglio dietro l'orologio
di cui avevo letto nel diario e sono corsa fuori. Non sapevo dov'ero diretta. Volevo
vedere il dottor Nash ma non avevo idea di dove fosse, n di come avrei fatto ad
arrivarci anche se l'avessi saputo. Mi sentivo impotente. Sola. E cos mi sono messa
a correre.
Una volta in strada, ho girato a sinistra, verso il parco. Era un pomeriggio
soleggiato. La luce arancione si rifletteva sulle auto parcheggiate e sulle
pozzanghere del temporale mattutino, ma faceva freddo. Il mio fiato mi avvolgeva in
una nube. Mi sono stretta nel cappotto, ho coperto le orecchie con la sciarpa e ho
proseguito a passo rapido. Le foglie cadevano dagli alberi, svolazzavano al vento
e andavano a formare un grumo scuro nel canale di scolo.
Sono scesa dal marciapiede. Uno stridore di freni. Un'auto si  arrestata di botto.
La voce di un uomo attutita dai finestrini chiusi.
Togliti dai piedi, stupida stronza!
Ho alzato gli occhi. Ero in mezzo alla strada, e di fronte a me c'era un'auto ferma.
L'uomo al volante sbraitava infuriato. Ho avuto una visione: me stessa, il metallo
contro le ossa, si accartocciava, si piegava, io che sorvolavo il cofano dell'auto
o finivo sotto e poi giacevo in un viluppo di membra, la fine di una vita rovinata.
Potrebbe essere davvero cos semplice? Una seconda collisione potrebbe porre fine
a ci che molti anni fa  stato messo in moto dalla prima? Sento di essere gi morta
da vent'anni, ma  cos che deve finire questa storia?
A chi mancherei? A mio marito. A un dottore, probabilmente, anche se per lui sono
solo una paziente. Ma non c' nessun altro.  possibile che la mia cerchia sia cos
ristretta? Che gli amici mi abbiano a poco a poco abbandonata? Quanto in fretta verrei
dimenticata, se morissi?
Ho guardato l'uomo al volante dell'auto.  stato lui, o uno come lui, a farmi questo.
Mi ha privato di tutto. Mi ha privato perfino di me stessa. Eppure lui  ancora qui,
 ancora vivo.
Non ancora, ho pensato. Non ancora. In qualsiasi modo dovr finire la mia vita, non
voglio che finisca cos. Ho ripensato al romanzo che avevo scritto, al figlio che
avevo cresciuto, addirittura alla festa con i fuochi d'artificio a cui avevo
assistito con la mia migliore amica. Ho ancora ricordi da portare alla luce. Cose
da scoprire. La mia verit da trovare.
Ho formato la parola  scusi  con le labbra, ho attraversato di corsa la strada, ho
varcato un cancello e sono entrata nel parco.
In mezzo al prato c'era una casupola. Un bar. Sono entrata, ho preso un caff e mi
sono seduta su una panchina, scaldandomi le mani con il bicchiere di polistirolo.
Davanti a me c'era un campo giochi. Uno scivolo, qualche altalena, una giostra. Un
bambino stava su un sedile a forma di coccinella fissato a terra da una grossa molla.
L'ho guardato dondolarsi avanti e indietro, con in mano un gelato malgrado il freddo.
Nella mia mente  comparsa una visione di me e un'amichetta al parco. Ci arrampicavamo
su una scala fino a una gabbia di legno dalla quale partiva uno scivolo di metallo.
Allora mi era sembrata gigantesca, ma guardando il campo giochi mi sono resa conto
che non doveva superare di molto la mia altezza attuale. Ci infangavamo i vestiti
e le nostre madri ci sgridavano, poi tornavamo a casa salterellando con i nostri
sacchetti di caramelle o di patatine arancioni.
Era un ricordo? Oppure un'invenzione?
Ho guardato il bambino. Era solo. Il parco sembrava deserto. Solo noi due al freddo,
sotto un cielo coperto di nubi scure. Ho bevuto un sorso di caff.
Ehi! ha detto il bambino. Ehi, signora!
Ho alzato gli occhi, poi li ho riabbassati sulle mie mani.
Ehi! ha ripetuto lui alzando la voce. Signora! Aiutami! Spingimi!
Si  alzato dal sedile e si  avvicinato alla giostra. Spingimi! ha ripreso. Ha
cercato di smuovere il congegno di metallo, ma nonostante lo sforzo l'ha spostato
a malapena. Si  arreso con disappunto. Per piacere? ha chiesto.
Andr tutto bene gli ho gridato. Ho bevuto un altro sorso di caff. Avrei aspettato
il ritorno di sua madre, ovunque fosse andata. L'avrei tenuto d'occhio.
Lui  salito sulla giostra e si  sistemato al centro. Spingimi! ha ripetuto. Il
tono era pi basso, implorante. Avrei voluto non essere l, avrei voluto farlo
scomparire. Mi sentivo estranea a tutto. Innaturale. Pericolosa. Ho ripensato alle
foto che avevo strappato dal muro e sparso sul pavimento del bagno. Ero andata l
per trovare un po' di pace, non per questo.
Ho guardato il bambino. Si era mosso, stava cercando di nuovo di spingersi da solo,
ma dal punto in cui si trovava sulla piattaforma della giostra le sue gambe toccavano
a malapena terra. Sembrava cos fragile. Impotente. Mi sono avvicinata.
Spingimi! mi ha intimato. Ho posato a terra il caff e ho sorriso.
Tieniti forte! gli ho detto. Ho caricato il peso sulla barra. Era sorprendentemente
pesante, ma l'ho sentita muoversi e ho cominciato a camminare in circolo per farle
acquistare velocit. Si parte! ho annunciato sedendomi sul bordo della piattaforma.
Lui si  aperto in un sorriso eccitato, stringendo la barra di metallo fra le dita
come se stessimo girando molto pi veloce. Le sue mani sembravano gelate, quasi
bluastre. Indossava un cappottino verde che sembrava decisamente troppo leggero e
un paio di jeans arrotolati alle caviglie. Mi sono chiesta chi l'avesse fatto uscire
senza guanti, sciarpa o berretto.
Dov' la tua mamma? gli ho chiesto. Lui si  stretto nelle spalle. E il tuo pap?
Non lo so ha risposto. La mamma dice che se n' andato. Dice che non ci vuole
pi bene.
L'ho guardato. L'aveva detto senza sofferenza o delusione. Per lui era un semplice
dato di fatto. Per un istante la giostra mi  parsa perfettamente immobile; era il
mondo a girare intorno a noi.
Ma la tua mamma ti vuole bene, no? ho ripreso.
Lui  rimasto in silenzio per alcuni istanti. Certe volte ha risposto.
Ma altre volte no?
Un'esitazione. Penso di no. Ho avvertito un tonfo nel petto, come se qualcosa si
stesse muovendo. O si stesse risvegliando. Lei dice di no. Certe volte.
Che brutto ho detto. La panchina su cui ero seduta fino a poco prima si  avvicinata,
poi si  allontanata di nuovo. Continuavamo a girare.
Come ti chiami?
Alfie. Stavamo rallentando, il mondo si stava fermando dietro la sua testa. Ho
toccato terra con i piedi, ho dato un'altra spinta e siamo ripartiti. Ho pronunciato
il suo nome quasi fra me.
Alfie.
Certe volte la mamma dice che starebbe meglio senza di me ha detto.
Ho cercato di mantenere il sorriso, un tono allegro. Scommetto che scherza.
Alfie ha scrollato le spalle.
Ho sentito una tensione improvvisa in tutto il corpo. Mi sono vista mentre gli chiedevo
se voleva venire con me. A casa mia. Per sempre. Ho immaginato il modo in cui si sarebbe
illuminato in volto, anche se stava dicendo che gli era stato intimato di non
allontanarsi con gli sconosciuti. "Ma io non sono una sconosciuta" gli avrei detto.
L'avrei preso in braccio, sentendo il suo peso e il suo dolce profumo di cioccolato,
e insieme saremmo entrati nel caff. "Quale succo preferisci?" gli avrei chiesto,
e lui avrebbe scelto quello alla mela. Gliel'avrei comprato, insieme a qualche
dolcetto, poi saremmo usciti dal parco. Lui mi avrebbe preso la mano tornando a casa,
alla casa che condividevo con mio marito, e quella sera a cena gli avrei tagliato
la carne e schiacciato le patate, e poi, dopo avergli infilato il pigiama, gli avrei
letto una storia prima di rimboccargli le coperte sotto il corpicino addormentato
e baciarlo dolcemente sulla testa. E domani...
Domani? Io non ho un domani, mi sono detta. Cos come non ho avuto uno ieri.
Mamma! ha gridato Alfie. Per un attimo ho creduto che si rivolgesse a me, ma lui
 saltato gi dalla giostra ed  partito di corsa verso il caff.
Alfie! l'ho chiamato, ma poi ho visto una donna che veniva verso di noi con in
mano due bicchieri di plastica.
Quando lui l'ha raggiunta si  inginocchiata. Tutto bene, tigrotto? gli ha chiesto
mentre lui si gettava fra le sue braccia; poi ha alzato lo sguardo verso di me. I
suoi occhi erano socchiusi, l'espressione dura. "Non ho fatto niente di male!
" avrei voluto gridare. "Lasciatemi in pace!"
Ma non l'ho fatto. Mi sono voltata dall'altra parte, e quando lei si  allontanata
con Alfie mi sono alzata dalla giostra. Il cielo si stava scurendo, tingendosi di
un blu inchiostro. Mi sono seduta su una panchina. Non sapevo che ore erano, n quanto
mi fossi trattenuta fuori. Sapevo soltanto che non potevo tornare a casa, non ancora.
Non potevo affrontare Ben. Non potevo sopportare di dover fingere di non sapere nulla
di Adam, di non avere idea che avevo avuto un figlio. Per un attimo ho avuto una gran
voglia di dirgli tutto. Di parlargli del mio diario, del dottor Nash. Di tutto. Ma
poi ho allontanato quel pensiero dalla mente. Non volevo tornare a casa, ma non sapevo
dove altro andare.
Mentre il cielo diventava nero, mi sono rialzata e ho cominciato a camminare.
La casa era immersa nel buio. Non sapevo cosa mi avrebbe aspettato quando avessi aperto
la porta. Ben sarebbe stato preoccupato; aveva detto che sarebbe rientrato per le
cinque. Me lo sono immaginato mentre misurava il salotto a passi nervosi (per qualche
motivo, malgrado stamattina non l'avessi visto fumare, la mia immaginazione ha
aggiunto alla scena una sigaretta accesa); o forse era uscito a cercarmi e stava
percorrendo le strade del vicinato al volante dell'auto. Ho immaginato squadre di
poliziotti e volontari che andavano di porta in porta con la fotocopia di una mia
foto e mi sono sentita in colpa. Ho cercato di dirmi che, anche se non avevo memoria,
non ero pi una bambina, che non ero ancora una persona scomparsa, ma quando sono
entrata in casa ero comunque pronta a chiedere scusa.
Ben? ho chiamato. Non c' stata risposta, ma ho percepito, pi che sentito, un
movimento. Il cigolio di un'asse sopra di me, un mutamento quasi impercettibile nell
'equilibrio della casa. Ben? ho ripetuto pi forte.
Christine? ha risposto una voce. Sembrava debole, spezzata.
Ben ho ripetuto. Ben, sono io. Sono qui.
 apparso sopra di me, in cima alle scale. Sembrava quasi che l'avessi svegliato.
Aveva ancora indosso i vestiti del mattino, ma la camicia era spiegazzata e penzolava
fuori dai calzoni e i capelli erano ritti in testa e andavano da tutte le parti,
amplificando l'espressione scioccata con un elemento quasi comico di elettricit.
Un ricordo mi ha percorsa senza emergere: lezioni di scienza e generatori Van de
Graaff.
Ben ha cominciato a scendere le scale. Chris, sei tornata!
Io... avevo bisogno di una boccata d'aria ho spiegato.
Grazie a Dio ha detto lui. Mi si  avvicinato e mi ha preso la mano, come se volesse
stringermela o sincerarsi che fosse vera, ma non l'ha mossa. Grazie a Dio!
Mi ha guardato con gli occhi sgranati e umidi. Brillavano nella penombra come se
fossero velati di lacrime. Quanto mi ama, ho pensato. Il mio senso di colpa 
aumentato.
Mi dispiace ho detto. Non volevo...
Lui mi ha interrotta. Ah, lasciamo perdere, d'accordo?
Si  portato la mia mano alle labbra. La sua espressione  cambiata, esprimeva gioia
e piacere. Ogni traccia di ansia  scomparsa. Mi ha baciata.
Ma...
Adesso sei tornata. L'importante  questo. Ha acceso la luce e si  lisciato i
capelli, ridandogli una parvenza d'ordine. Bene! ha esclamato infilandosi la
camicia nei pantaloni. Che ne dici di darti una rinfrescata? Stasera potremmo uscire,
ti va?
Non lo so ho risposto. Io...
S, Christine, dovremmo proprio farlo. Guardati, hai bisogno di un po' di svago!
Ma Ben, non me la sento.
Per favore ha insistito. Mi ha ripreso la mano, stringendola con dolcezza.
Significherebbe molto, per me. Mi ha preso anche l'altra e le ha tenute entrambe
fra le sue. Non so se stamattina te l'ho detto, ma oggi  il mio compleanno.
Cosa potevo fare? Non volevo uscire. D'altra parte, non c'era nulla che desiderassi
fare. Gli ho detto che mi sarei data una rinfrescata e che poi avrei visto come mi
sentivo. Sono salita in camera. Il suo stato d'animo mi aveva turbata. Era sembrato
preoccupatissimo, ma non appena aveva visto che ero sana e salva la sua ansia era
evaporata. Mi amava davvero cos tanto? Aveva davvero una tale fiducia in me che l
'unico suo assillo era che stessi bene, non dove fossi andata?
Sono entrata in bagno. Forse non aveva visto le fotografie sparse sul pavimento e
credeva davvero che fossi semplicemente uscita a fare due passi. Forse potevo ancora
cancellare le tracce che avevo lasciato. Nascondere la mia rabbia e il mio dolore.
Ho chiuso a chiave la porta dietro di me. Ho tirato la cordicella per accendere la
luce. Il pavimento era stato ripulito. Attorno allo specchio, come se non fossero
mai state staccate, c'erano le fotografie, tutte in condizioni perfette.
Ho detto a Ben che sarei stata pronta in mezz'ora, poi mi sono seduta in camera da
letto e ho scritto queste pagine, pi in fretta che potevo.
Venerd 16 novembre
Non so cosa sia successo dopo. Cosa ho fatto dopo che Ben mi ha detto che era il suo
compleanno? Dopo che sono salita e ho visto che le fotografie erano state rimesse
esattamente dov'erano prima che le strappassi dal muro? Non lo so. Forse ho fatto
la doccia e mi sono cambiata, forse siamo usciti a cena o siamo andati al cinema.
Non posso dirlo. Non l'ho scritto e non me lo ricordo, malgrado sia accaduto poche
ore fa. A meno che non lo chieda a Ben,  andato tutto perduto. Mi sembra di impazzire.
Stamattina mi sono svegliata molto presto con lui disteso accanto a me. Uno
sconosciuto, di nuovo. La stanza era buia, silenziosa. Ero impietrita dal terrore,
non sapevo chi ero n dove mi trovavo. Riuscivo a pensare soltanto a correre via,
a fuggire, ma non potevo muovermi. La mia mente sembrava scavata, vuota, ma poi sono
giunte in superficie alcune parole. Ben. Marito. Memoria. Incidente. Morte. Figlio.
Adam.
Restavano sospese davanti a me, senza mai mettersi definitivamente a fuoco. Non
riuscivo a collegarle fra loro. Non sapevo cosa significassero. Vorticavano nella
mia testa, echeggiavano come un mantra, e poi mi  tornato in mente il sogno, il sogno
che doveva avermi svegliata.
Ero in una stanza, in un letto. Fra le mie braccia c'era il corpo di un uomo. Era
sopra di me, pesante; la sua schiena era ampia. Mi sentivo strana, la testa troppo
leggera, il corpo troppo pesante; la stanza ondeggiava sotto di me, e quando aprivo
gli occhi non riuscivo a mettere a fuoco il soffitto.
Non sapevo chi fosse l'uomo (la sua testa era troppo vicina alla mia per vederlo
in faccia) ma percepivo tutto, perfino i peli del petto che mi strofinavano i seni
nudi. Avevo la lingua impastata, dolciastra. Lui mi stava baciando. Era troppo
impetuoso; avrei voluto che si fermasse, ma non dicevo nulla. Ti amo mormorava,
e la sua voce si spegneva fra i miei capelli, sul lato del mio collo. Sapevo che avrei
voluto parlare (anche se non sapevo cosa volessi dire), ma non riuscivo a capire come
fare. La mia bocca non sembrava collegata al cervello, e cos restavo passiva mentre
lui mi baciava e sussurrava frasi nel folto dei miei capelli. Ricordavo di averlo
desiderato e al contempo di aver voluto che smettesse, di essermi detta, mentre
cominciava a baciarmi, che non avremmo fatto sesso; ma la sua mano mi aveva percorso
la curva della schiena fino alle natiche e io non l'avevo fermata. E di nuovo, mentre
lui mi sollevava la camicetta e infilava sotto la mano, mi ero detta: questo  il
massimo che ti lascer fare. Non ti fermer, non subito, perch mi sta piacendo. Perch
la tua mano  calda sul mio seno, perch il mio corpo sta rispondendo con piccoli
brividi di piacere. Perch per la prima volta mi sento donna. Ma non far sesso con
te. Non stasera. Ci fermeremo qui, qui e non oltre. Ma lui mi aveva sfilato la camicetta
e slacciato il reggipetto, e sul mio seno non c'era pi la sua mano ma la sua bocca,
e io mi ero ripetuta che presto l'avrei fermato. La parola "no" aveva perfino
cominciato a formarsi, a consolidarsi nella mia mente, ma quando finalmente l'avevo
pronunciata lui mi stava ormai spingendo verso il letto e mi stava calando le mutandine
e tutto si era trasformato in qualcos'altro, in un gemito di qualcosa che riconoscevo
vagamente come piacere.
Sentivo qualcosa fra le gambe. Era duro. Ti amo ripeteva lui, e io mi rendevo conto
che era il suo ginocchio, con cui stava cercando di farmi aprire le gambe. Non volevo
permetterglielo, ma al tempo stesso sapevo che in un certo senso dovevo farlo, che
avevo aspettato troppo, lasciando che le possibilit di dire qualcosa, di mettere
fine a tutto, svanissero una dopo l'altra. E ora non avevo scelta. L'avevo
desiderato quando lui si era slacciato i pantaloni e sfilato maldestramente le
mutande, sicch dovevo desiderarlo ancora adesso, adesso che ero sotto di lui.
Cercavo di rilassarmi. Lui inarcava la schiena verso l'alto e gemeva, un suono basso
e sorprendente che partiva dal profondo, e finalmente lo vedevo in faccia. Non lo
riconoscevo, non nel sogno, ma ora sapevo chi era. Ben. Ti amo diceva, e io sapevo
che avrei dovuto rispondere, anche se sentivo di averlo appena visto per la prima
volta in vita mia. Potevo fermarlo. Potevo contare sul fatto che si sarebbe fermato
da solo.
Ben, io...
Lui mi zittiva con la sua bocca umida, e in quel momento sentivo che mi penetrava.
Dolore o piacere: non sapevo dove finisse uno e cominciasse l'altro. Mi aggrappavo
alla sua schiena madida di sudore e cercavo di aprirmi a lui, cercavo dapprima di
goderne e poi, vedendo che non era possibile, di ignorarlo. Me la sono voluta, pensavo,
ma al tempo stesso non lo volevo affatto.  possibile desiderare e contemporaneamente
non desiderare qualcosa?  possibile che il desiderio vada di pari passo con la paura?
Chiudevo gli occhi, e nel farlo vedevo un volto. Uno sconosciuto con barba e capelli
scuri. Una cicatrice sulla guancia. Sembrava familiare, ma non avevo idea del perch.
Mentre lo guardavo il sorriso sul suo volto svaniva, ed  stato a quel punto che nel
sogno ho gridato.  stato a quel punto che mi sono svegliata nel silenzio di un letto,
con Ben disteso accanto a me, senza avere la minima idea di dove fossi.
Sono scesa dal letto. Per andare in bagno? Per fuggire? Non sapevo dove andare, cosa
fare. Se fossi stata al corrente dell'esistenza del mio diario avrei aperto piano
l'armadio e avrei preso la scatola da scarpe, ma in quel momento ne ero ancora all
'oscuro. E cos sono scesa al pianterreno. La porta d'ingresso era chiusa a chiave,
il chiaro di luna era tinto di blu dal vetro smerigliato. Mi sono resa conto che ero
nuda.
Mi sono seduta in fondo alle scale. Il sole  sorto, tingendo il salotto di arancione
bruciato. Nulla aveva senso, men che meno il sogno. Mi era parso troppo reale, e mi
ero svegliata nella stessa stanza che avevo sognato, accanto a un uomo che non mi
aspettavo di vedere.
E ora, ora che ho letto il diario dopo la telefonata del dottor Nash, prende forma
un pensiero. Pu essere stato un ricordo? Un ricordo della notte passata?
Non lo so. Se  cos,  segno che sto facendo progressi, suppongo. Ma significa anche
che Ben mi ha presa con la forza, e ancora peggio che mentre lo faceva ho visto il
volto di uno sconosciuto con la barba e una cicatrice sulla guancia. Fra tutti i
possibili ricordi, sembra un'immagine alquanto crudele da conservare.
Ma forse non significa nulla. Forse  stato solo un sogno. Solo un incubo. Ben mi
ama e lo sconosciuto con la barba non esiste.
Ma come potr mai esserne sicura?
Pi tardi ho visto il dottor Nash. Eravamo in coda a un semaforo; lui tamburellava
le dita sul volante senza riuscire a seguire il ritmo della musica che usciva dallo
stereo, un brano pop che non riconoscevo e non mi piaceva; io guardavo fissa davanti
a me. L'avevo chiamato poco dopo aver finito di leggere il diario e aver aggiunto
le righe sul sogno che potrebbe essere stato un ricordo. Avevo bisogno di parlare
con qualcuno (la scoperta di aver avuto un figlio era stata come un minuscolo strappo
nel tessuto della mia vita, e ora minacciava di squarciarlo del tutto), e lui aveva
suggerito di anticipare a oggi la nostra prossima seduta. Mi aveva chiesto di portare
il diario. Al telefono non gli avevo detto cosa mi tormentava, avevo intenzione di
aspettare di essere nel suo studio, ma all'improvviso non sapevo pi se avrei
resistito.
 scattato il verde. Il dottor Nash ha smesso di picchiettare le dita sul volante
e l'auto  ripartita con un sobbalzo. Perch Ben non mi parla di Adam? mi sono
sentita dire. Non capisco. Perch?
Lui mi ha guardata senza dire nulla. Abbiamo proseguito per qualche minuto in
silenzio. Sul lunotto posteriore dell'auto davanti alla nostra un cane di gomma
ciondolava comicamente la testa, e oltre il vetro si scorgeva la testa bionda di un
bambino. Ho ripensato ad Alfie.
Il dottor Nash ha dato un colpetto di tosse. Mi racconti com' andata.
Dunque era vero. Una parte di me aveva sperato che mi chiedesse di cosa stavo parlando,
ma pronunciando il nome Adam mi ero resa conto di quanto futile e malriposta fosse
quella speranza. Adam  reale, lo sento. Esiste dentro di me, nella mia coscienza,
la abita come nessun altro riesce a fare. N Ben n il dottor Nash, e nemmeno io stessa.
Ho provato un moto di rabbia. Nash l'aveva sempre saputo.
E lei ho detto. Lei mi ha dato il mio romanzo. Perch non mi ha detto di Adam?
Christine, ha ripetuto lui mi racconti com' andata.
Ho avuto un ricordo ho detto guardando fuori dal finestrino.
Lui mi ha rivolto un'occhiata. Davvero? Non ho risposto. Christine, sto cercando
di aiutarla.
 successo l'altro giorno ho detto. Dopo che lei mi aveva dato il mio romanzo.
Ho guardato la foto che aveva infilato nella busta e all'improvviso ho ricordato
il giorno in cui era stata scattata. Non so perch. Mi  venuto in mente. E mi sono
rivista incinta.
Il dottor Nash non ha fatto commenti.
Lo sapeva? ho ripreso. Sapeva di Adam?
S, lo sapevo ha risposto con cautela.  nella sua cartella. Aveva circa due anni
quando lei ha perso la memoria. Ha esitato. E ne abbiamo gi parlato.
Mi sono sentita raggelare, rabbrividendo malgrado il tepore dell'abitacolo. Sapevo
che era possibile, perfino probabile, che avessi gi ricordato Adam, ma la cruda verit
(che ci ero gi passata e che pertanto ci sarei passata di nuovo) mi ha turbata.
Il dottor Nash doveva averlo intuito. Qualche settimana fa ha spiegato. Ha visto
un bambino in strada. Sulle prime ha provato la fortissima sensazione di conoscerlo,
che si fosse smarrito ma stesse tornando a casa e che lei fosse sua madre. Poi ha
ricordato. Ne ha parlato con Ben, e lui le ha detto di Adam. Pi tardi, quello stesso
giorno, l'ha raccontato anche a me.
Non ricordavo nulla. Ho dovuto ripetermi che stavamo parlando di me e non di un
'estranea.
E da allora non me ne ha pi accennato?
Un sospiro. No...
Di punto in bianco mi  tornato in mente quello che avevo letto poco prima sul diario,
le immagini che mi avevano mostrato durante la risonanza.
C'erano fotografie di Adam! ho esclamato. Durante la risonanza! C'erano foto...
S ha detto lui. Prese dalla sua cartella.
Ma lei non me ne ha parlato! Perch? Non capisco.
Christine, deve accettare il fatto che non posso cominciare ogni seduta dicendole
tutto quello che so e che lei ignora. Fra l'altro, in questo caso ho pensato che
non le avrebbe necessariamente giovato.
Giovato?
S. Sapevo che scoprire di aver avuto un figlio e di averlo dimenticato l'avrebbe
sconvolta.
Stavamo entrando in un parcheggio sotterraneo. La luce delicata del giorno lasciava
il posto ai neon accecanti e a un odore di benzina e cemento. Mi sono chiesta cos
'altro potrebbe trovare scorretto rivelarmi, quali altre bombe a orologeria mi
stiano ticchettando nella testa, cariche e pronte a esplodere.
Non ci sono altri... ho cominciato.
No mi ha interrotta lui. Ha avuto solo Adam. Era il vostro unico figlio.
Era. Dunque il dottor Nash sapeva anche che era morto. Non volevo chiederglielo, ma
sapevo di doverlo fare.
Sa che  rimasto ucciso?
Lui ha fermato l'auto e ha spento il motore. Il parcheggio era silenzioso, immerso
in una penombra rischiarata soltanto da chiazze di luce fluorescente. Si sentivano
soltanto i suoni sparsi di qualche porta che sbatteva e lo sferragliare di un
ascensore. Per un attimo ho pensato che ci fosse una possibilit. Forse mi sbagliavo.
Forse Adam era vivo. L'idea mi ha rischiarato la mente. Adam mi era sembrato cos
reale quando avevo letto di lui poche ore prima, ma la sua morte non mi sembrava ancora
vera. Cercavo di immaginarla, o di ricordare cosa dovevo aver provato quando mi
avevano dato la notizia, ma non ci riuscivo. C'era qualcosa di strano. Il dolore
avrebbe dovuto annientarmi. Ogni giornata avrebbe dovuto essere dominata da una
continua sofferenza, dalla nostalgia, dalla consapevolezza che una parte di me era
morta e che non sarei mai pi stata una persona completa. L'amore per mio figlio
avrebbe dovuto essere abbastanza forte da farmi ricordare la sua perdita. Se davvero
fosse stato ucciso, la mia pena sarebbe stata di certo pi forte di qualsiasi amnesia.
A un tratto mi sono resa conto che non credevo a mio marito. Non credevo che mio figlio
fosse morto. Per un istante la mia felicit  rimasta in sospeso, ma poi  arrivata
la risposta del dottor Nash.
S, lo so.
L'entusiasmo mi  deflagrato nel profondo come una piccola esplosione,
trasformandosi nel suo opposto. In qualcosa di peggio della delusione. Qualcosa di
pi distruttivo, venato di dolore.
Come...? sono riuscita appena a dire.
Il dottor Nash mi ha ripetuto lo stesso racconto di Ben. Adam nell'esercito. Una
bomba a bordo strada. L'ho ascoltato, decisa a trovare la forza di non piangere.
Quando ha finito c' stato un silenzio, un momento di immobilit; poi lui ha posato
una mano sulla mia.
Christine ha detto con delicatezza. Mi dispiace tanto.
Non sapevo cosa dire. L'ho guardato. Si stava protendendo verso di me. Ho abbassato
gli occhi sulla mano che copriva la mia, segnata da un reticolo di minuscoli graffi.
L'ho visto a casa, pi tardi, mentre giocava con un micio, o forse con un cucciolo.
Una vita normale.
Mio marito non mi parla di Adam ho detto. Nasconde le sue foto in una cassetta
di metallo chiusa a chiave. Per il mio bene. Il dottor Nash non ha risposto. Perch
lo fa?
Ha guardato fuori dal finestrino. Ho visto la parola "stronza" tracciata con lo
spray sul muro davanti a noi. Lasci che le faccia la stessa domanda. Lei perch crede
che lo faccia?
Ci ho riflettuto. Ho pensato a tutti i motivi che sono riuscita a trovare. Per
controllarmi. Per esercitare il suo potere su di me. Per negarmi l'unica cosa che
potrebbe donarmi una sensazione di completezza. Ma mi sono resa conto che non ci
credevo. Restava soltanto la spiegazione pi banale. Suppongo che per lui sia pi
facile. Non parlarmene, se non me ne ricordo.
Perch pi facile?
Forse perch resto cos sconvolta. Dev'essere orribile dovermi dire ogni giorno
che non solo ho avuto un figlio, ma che quel figlio  morto. E in modo cos terribile.
Non le viene in mente nient'altro?
Un istante di silenzio, e poi ci sono arrivata. Be', dev'essere difficile anche
per lui. Era suo padre, e... Doveva fare i conti anche con il suo dolore, ho pensato,
oltre che con il mio.
Per lei  molto difficile, Christine ha detto il dottor Nash. Ma deve anche cercare
di ricordarsi che  dura anche per Ben. Ancora pi difficile, in un certo senso. Lui
l'ama molto, immagino, e...
...e io non ricordo nemmeno che esiste.
Esatto.
Ho sospirato. Devo averlo amato, un tempo. Dopo tutto, l'ho sposato. Nash non ha
detto nulla. Ho pensato allo sconosciuto accanto a cui mi ero svegliata qualche ora
prima, alle foto della nostra vita insieme che avevo visto, al sogno (o ricordo) che
avevo avuto in piena notte. Ho pensato a Adam e ad Alfie, a ci che avevo fatto o
pensato di fare. Ho provato un'ondata di panico. Mi sentivo in trappola, come se
non avessi vie d'uscita; la mia mente correva da un pensiero all'altro in cerca
di libert.
Ben, mi sono detta. Posso aggrapparmi a Ben. Lui  forte.
Che disastro ho detto. Mi sento sopraffatta.
Il dottor Nash  tornato a guardarmi. Vorrei poter fare qualcosa per lei.
Sembrava sincero, come se davvero avrebbe fatto qualsiasi cosa per aiutarmi. C'era
un che di affettuoso nel suo sguardo e nel modo in cui teneva la mano sulla mia, e
in quel momento, nella penombra di quel garage sotterraneo, mi sono sorpresa a
domandarmi cosa sarebbe accaduto se avessi aggiunto l'altra mia mano, o se avessi
leggermente avvicinato il volto al suo, guardandolo negli occhi e schiudendo appena
le labbra. Avrebbe fatto lo stesso anche lui? Avrebbe cercato di baciarmi? E io gliel
'avrei permesso?
Oppure mi avrebbe trovata ridicola? Assurda? Potr anche essermi svegliata pensando
di avere poco pi di vent'anni, ma non  cos. Ne ho quasi cinquanta. Potrei essere
sua madre. E cos mi sono limitata a guardarlo. Era perfettamente immobile, e mi
osservava. Sembrava forte. Abbastanza forte da potermi aiutare. Da farmi superare
tutto questo.
Ho aperto la bocca per dire qualcosa, senza sapere cosa, ma il suono attutito di un
telefono me l'ha impedito. Il dottor Nash non si  mosso, ha solo tolto la mano da
sopra la mia, e io mi sono resa conto che doveva essere uno dei miei due cellulari.
L'ho pescato dalla borsa. Era quello che mi aveva dato mio marito. Sullo schermo
si era illuminata la scritta  BEN.
Nel vedere il suo nome mi sono resa conto di quanto fossi ingiusta. Aveva perso un
figlio anche lui. E doveva sopportare quel pensiero ogni giorno senza poterne parlare
con me, senza poter chiedere conforto a sua moglie.
E lo faceva per amore.
E io ero l, seduta in un parcheggio con un uomo di cui lui quasi ignorava l'esistenza.
Ho pensato alle foto che avevo visto stamattina nell'album. Io e Ben, sempre e solo
noi. Sorridenti. Felici. Innamorati. Se le avessi riviste in quel momento, forse avrei
notato soltanto ci che mancava. Adam. Ma erano le stesse foto, e ci guardavamo come
se il resto del mondo non esistesse.
Ci eravamo amati, era evidente.
Lo richiamer pi tardi ho detto. Ho rimesso il telefono in borsa. Stasera glielo
dir, ho pensato. Gli dir del mio diario, del dottor Nash. Gli dir tutto.
Il dottor Nash ha tossicchiato. Dovremmo salire in studio ha detto. Cominciare.
Certo ho risposto senza guardarlo.
Le pagine precedenti le ho scritte mentre il dottor Nash mi riaccompagnava a casa.
In molti punti sono appena leggibili, scarabocchi frettolosi. Il dottor Nash non ha
fatto commenti, ma l'ho sorpreso a sbirciarmi mentre cercavo la parola giusta o la
frase migliore. Mi sono domandata cosa stesse pensando: prima di uscire dal suo studio
mi aveva chiesto il permesso di parlare del mio caso a un convegno a cui era stato
invitato. A Ginevra aveva detto senza riuscire a nascondere un lampo d'orgoglio.
Avevo accettato, immaginando che presto mi avrebbe chiesto di fotocopiare il mio
diario.  Per la sua ricerca.
Dopo avermi salutato davanti a casa ha aggiunto: Sono sorpreso che abbia voluto
scrivere in macchina. Sembra molto... determinata. Suppongo che non voglia
tralasciare nulla.
Ma io sapevo cosa intendeva. Voleva dire frenetica. Disperata. Ansiosa di segnare
ogni dettaglio.
E ha ragione. Sono determinata. Non appena rientrata a casa mi sono seduta al tavolo
da pranzo per finire la parte cominciata in macchina, poi ho richiuso il diario, l
'ho rimesso nel suo nascondiglio e ho iniziato a spogliarmi con calma. Ben mi aveva
lasciato un messaggio sul cellulare. "Usciamo a cena, stasera" aveva detto. "
venerd..."
Mi sono sfilata i pantaloni blu scuro che avevo trovato stamattina nell'armadio.
Mi sono tolta la camicetta azzurro pallido che mi era sembrata intonarsi meglio al
loro colore. Ero disorientata. Durante la seduta avevo dato il mio diario al dottor
Nash: mi aveva chiesto il permesso di leggerlo e io avevo risposto di s. Questo prima
che mi dicesse dell'invito a Ginevra, e ora mi domandavo se non fosse stato proprio
quello il motivo per cui me l'aveva chiesto. Eccellente! aveva detto alla fine.
Davvero ottimo. Sta ricordando molte cose, Christine. Le stanno tornando in mente
diversi episodi. E non c' motivo per cui il processo non debba continuare. Dovrebbe
sentirsi molto incoraggiata...
Ma io non mi sentivo incoraggiata. Mi sentivo confusa. Avevo flirtato con lui, o lui
con me? Era stato lui a mettere la mano sulla mia, ma io l'avevo lasciato fare, gli
avevo permesso di tenerla. Dovrebbe continuare a scrivere mi aveva detto
restituendomi il diario, e io gli avevo risposto che l'avrei fatto.
Ora, in camera mia, cercavo di convincermi che non avevo fatto niente di male. Ma
continuavo a sentirmi in colpa. Perch mi era piaciuto. Le sue attenzioni, la
sensazione di un legame. Per un momento, nel mezzo di tutto ci che mi stava accadendo,
avevo provato una breve scintilla di gioia. Mi ero sentita attraente. Desiderabile.
Ho aperto il cassetto della biancheria. In fondo, seminascosto, ho trovato un completo
di seta nero. Mi sono infilata questi indumenti che devono essere miei, anche se non
sembrano, senza mai smettere di pensare al diario nascosto nell'armadio. Che cosa
avrebbe pensato Ben se l'avesse trovato? Se avesse letto tutto ci che avevo scritto,
che avevo provato? Avrebbe capito?
Mi sono messa davanti allo specchio. S, mi sono risposta. Deve capire. Ho esaminato
il mio corpo con gli occhi e con le mani. L'ho esplorato, facendo scorrere le dita
sulle sue curve e sulle ondulazioni come se fosse qualcosa di nuovo, un dono. Qualcosa
da imparare da zero.
Sapevo che il dottor Nash non mi stava corteggiando, ma nel breve momento in cui mi
era parso che lo facesse non mi ero sentita vecchia. Mi ero sentita viva.
Non so quanto sia rimasta davanti allo specchio. Per me il tempo si allunga fin quasi
a perdere ogni significato. Gli anni mi hanno attraversata senza lasciare traccia.
I minuti non esistono. Ci sono soltanto i rintocchi dell'orologio al pianterreno
a mostrarmi che il tempo passa davvero. Ho guardato il mio corpo, le natiche e i fianchi
appesantiti, i peli scuri sulle gambe e sotto le ascelle. In bagno ho trovato un
rasoio, mi sono insaponata le gambe e ho fatto scorrere la lametta fredda sulla pelle.
Dovevo averlo gi fatto un'infinit di volte, mi sono detta, eppure sembrava una
cerimonia strana, vagamente ridicola. Mi sono fatta un taglietto sul polpaccio; ho
sentito una piccola fitta di dolore, poi ho visto la goccia rossa che si formava e
tremava per un istante prima di percorrermi la gamba. Ho tamponato il taglio con un
dito, spalmando il sangue come melassa e portandomelo alle labbra. Sapore di sapone
e metallo caldo. Dal graffio continuava a uscire sangue. L'ho lasciato colare sulla
pelle ormai liscia, poi l'ho pulita con un fazzoletto inumidito.
In camera mi sono infilata le calze e un abito nero aderente. Ho scelto una collana
d'oro e un paio di orecchini intonati dalla scatola sulla toletta. Mi sono truccata,
arricciata e laccata i capelli. Ho spruzzato un po' di profumo sui polsi e dietro
le orecchie. E mentre facevo tutto questo, nella mia mente aleggiava un ricordo. Mi
stavo infilando le calze, facevo scattare i fermagli della giarrettiera e agganciavo
il reggiseno, ma era un'altra me stessa, in un'altra stanza. Una stanza silenziosa.
Si udiva una musica, ma smorzata, e in lontananza alcune voci, suoni di porte che
si aprivano e si chiudevano, il fievole ronzio del traffico. Mi sentivo tranquilla,
felice. Mi voltavo verso lo specchio ed esaminavo il mio volto alla luce della candela.
Niente male, pensavo. Niente male davvero.
Il ricordo era appena al di l della mia portata. Tremolava come sott'acqua, e anche
se coglievo qualche dettaglio, immagini rubate, istanti, era troppo in profondit
perch potessi vedere dove portava. Vedevo una bottiglia di champagne su un comodino.
Due bicchieri. Un mazzo di fiori sul letto, un biglietto. Vedevo che ero sola in una
camera d'albergo, in attesa dell'uomo che amavo. Sentivo bussare, mi alzavo e andavo
verso la porta, ma a quel punto il ricordo finiva come se stessi guardando una
televisione a cui era appena stata staccata l'antenna. Ho alzato gli occhi e mi sono
rivista, di nuovo a casa mia. Malgrado la donna allo specchio fosse una sconosciuta
(e con il trucco e i capelli laccati la sensazione di estraneit doveva essere ancora
pi netta del solito) mi sentivo pronta. Per cosa non lo sapevo, ma ero pronta. Ho
aspettato mio marito, l'uomo che avevo sposato, l'uomo che amavo.
Che amo, mi sono corretta. L'uomo che amo.
Ho sentito la sua chiave nella serratura, la porta che si apriva, le scarpe strofinate
sullo zerbino. Un fischiettio? Oppure era il suono del mio respiro ansimante?
Una voce. Christine? Christine, stai bene?
S ho risposto. Sono qui.
Un colpo di tosse, il rumore del suo parka che veniva appeso all'attaccapanni, di
una valigetta posata a terra.
Va tutto bene? ha chiesto dal pianterreno. Ti ho chiamata. Ho lasciato un
messaggio.
Il cigolio delle scale. Per un momento ho temuto che andasse direttamente in bagno
o nel suo studio senza passare dalla camera, e mi sono sentita stupida, ridicola,
ad aspettare l'uomo con cui ero sposata da chiss quanti anni con indosso i vestiti
di un'estranea. Avrei voluto togliermi tutto, cancellare il trucco e tornare a essere
la donna che sono, ma ho sentito il grugnito con cui Ben si toglieva prima una scarpa
e poi l'altra e mi sono resa conto che si era seduto per infilarsi le pantofole.
Le scale hanno ripreso a scricchiolare e Ben  entrato in camera.
Tesoro! ha cominciato a dire, ma poi si  fermato. I suoi occhi mi hanno percorso
il viso, sono scesi sul mio corpo e sono tornati a incrociare i miei. Non sono riuscita
a decifrare i suoi pensieri.
Diamine ha detto. Sei... Ha scosso la testa.
Ho trovato queste cose, ho spiegato e ho pensato di farmi bella. Dopo tutto, 
venerd sera. Fine settimana.
S ha detto lui, fermo sulla soglia. S, ma...
Vuoi uscire?
A quel punto mi sono alzata e l'ho raggiunto. Baciami gli ho detto, e malgrado
non l'avessi esattamente programmata mi  parsa la cosa giusta da fare, e gli ho
stretto le braccia al collo. Odorava di sapone, di sudore, di lavoro. Un odore dolce,
come quello dei pastelli. Ho intravisto un ricordo in cui ero inginocchiata a terra
insieme a Adam, a disegnare, ma  subito svanito.
Baciami ho ripetuto. Le sue mani mi hanno cinto la vita.
Le nostre labbra si sono incontrate. Uno sfioramento, un bacio della buonanotte o
di saluto, un bacio pubblico, un bacio per una madre. Non ho staccato le braccia,
e lui mi ha baciata di nuovo. Come prima.
Baciami, Ben ho insistito. Come si deve.
Ben ho detto pi tardi. Noi siamo felici?
Eravamo al ristorante, un locale in cui a detta di Ben eravamo gi stati, anche se
ovviamente io non ne avevo idea. Le pareti erano ricoperte di fotografie incorniciate
di quelle che immaginavo dovessero essere celebrit minori; sul retro un forno
spalancava la bocca in attesa delle pizze. Stavo piluccando un piatto di melone che
non ricordavo di aver ordinato.
Voglio dire, ho ripreso siamo sposati... da quanto?
Vediamo ha detto Ben. Da ventidue anni. Sembrava un periodo incredibilmente
lungo. Ho ripensato alla scena che avevo visto nel pomeriggio mentre mi preparavo.
Fiori in una camera d'albergo. Poteva essere soltanto lui che aspettavo.
E siamo felici?
Ben ha posato la forchetta e ha sorseggiato il bianco secco che aveva ordinato. Nel
locale  entrata una famiglia e si  seduta al tavolo accanto al nostro. Genitori
anziani, una figlia sulla ventina.
Ci amiamo, se  questo che intendi ha risposto. Io di certo ti amo.
Era l'imbeccata per dirgli che l'amavo anch'io. Gli uomini usano sempre l'
espressione "ti amo" come una domanda.
Ma cosa potevo dire?  un estraneo. L'amore non nasce nello spazio di ventiquattr
'ore, per quanto un tempo potesse piacermi credere il contrario.
So che tu non mi ami ha ripreso Ben. L'ho guardato, turbata, per un istante. Non
ti preoccupare, capisco la situazione in cui ti trovi. In cui ci troviamo. Tu non
ti ricordi, ma un tempo eravamo innamorati. Follemente. Come nelle storie, hai
presente? Romeo, Giulietta e compagnia bella. Ha cercato di ridere, ma sembrava a
disagio. Io ti amavo, tu mi amavi. Eravamo felici, Christine. Molto felici.
Fino al mio incidente.
Quella parola l'ha fatto trasalire. Avevo detto troppo? Avevo letto il diario, ma
era stato oggi che lui mi aveva parlato del pirata della strada? Non lo sapevo, ma
l'ipotesi di un incidente sarebbe stata comunque ragionevole per una persona nelle
mie condizioni. Ho deciso di non preoccuparmene.
S ha detto lui in tono triste. Fino ad allora, eravamo felici.
E adesso?
Adesso? Mi piacerebbe che le cose fossero diverse, ma non sono infelice. Ti amo,
Chris. Non vorrei nessun'altra.
E io? ho pensato. Io sono infelice?
Ho guardato verso il tavolo accanto. Il padre teneva un paio di occhiali davanti agli
occhi, studiando il menu plastificato, mentre sua moglie sistemava il cappello della
figlia e le toglieva la sciarpa dal collo. La ragazza stava seduta senza muovere un
dito, lo sguardo perso nel vuoto, la bocca semiaperta. La sua mano destra si contraeva
sotto il tavolo. Un sottile filo di bava le colava dal mento. Il padre mi ha sorpresa
a guardare e io ho distolto gli occhi, riportandoli su mio marito ma troppo rapidamente
perch non si rendessero conto che li stavo fissando. Dovevano essere abituati agli
estranei che distoglievano lo sguardo un istante troppo tardi.
Ho sospirato. Vorrei poter ricordare com' andata.
Com' andata? ha ripetuto Ben. E perch?
Ho pensato a tutti gli altri ricordi che mi erano tornati in mente. Erano brevi,
transitori, e ora non c'erano pi. Erano svaniti. Ma io li avevo trascritti; sapevo
che erano esistiti, che ancora esistevano da qualche parte. Erano semplicemente
smarriti.
Ero sicura che dovesse esserci una chiave di volta, un ricordo in grado di liberare
tutti gli altri.
Penso solo che se potessi ricordare il mio incidente, forse potrebbero tornarmi in
mente altre cose. Magari non tutto, ma quanto basta. Il nostro matrimonio, per
esempio, la nostra luna di miele. Non ricordo nemmeno quelli. Ho sorseggiato il mio
vino. Avevo quasi pronunciato il nome di nostro figlio prima di ricordare che Ben
non sapeva che avevo letto di lui sul diario. Svegliarmi ricordando chi sono sarebbe
gi qualcosa.
Ben ha intrecciato le dita, posando il mento sui pugni. I dottori l'hanno escluso.
Ma non lo sanno di sicuro, giusto? Non potrebbero sbagliarsi?
Ne dubito.
Ho posato il bicchiere. Ben si sbagliava. Pensava che fosse tutto perduto, che il
mio passato fosse scomparso del tutto. Forse era il momento giusto per metterlo al
corrente degli episodi sparsi che riuscivo ancora a riacciuffare, del dottor Nash,
del mio diario, di tutto.
Ma di tanto in tanto ho dei ricordi ho insistito. Ben  parso sorpreso. Mi sembra
che certe cose mi stiano tornando in mente, a sprazzi.
Ha disgiunto le mani. Davvero? Quali cose?
Oh, dipende. A volte poco. Sensazioni strane, visioni. Sono un po' come sogni, ma
sembrano troppo reali per essere invenzioni. Non ha detto nulla. Devono essere
ricordi.
Ho aspettato che mi facesse altre domande, che mi chiedesse di dirgli tutto quello
che avevo visto e come facevo anche solo a sapere di aver avuto dei ricordi.
Ma lui non ha detto nulla. Si  limitato a guardarmi con aria triste. Ho ripensato
al ricordo che avevo trascritto, quello in cui lui mi offriva il vino nella cucina
della nostra prima casa. Ti ho visto molto pi giovane di cos...
Cosa stavo facendo? ha chiesto.
Niente di speciale ho risposto. Eri in cucina. Ho pensato alla ragazza e ai suoi
genitori seduti poco pi in l. Mi baciavi ho bisbigliato.
Ben ha sorriso.
Mi sono detta, se sono in grado di avere un ricordo, potrei averne molti altri...
Ha teso la mano sul tavolo e ha preso la mia. Ma il fatto  che domani quel ricordo
non lo avrai pi.  questo il problema. Non hai le fondamenta su cui poter costruire.
Ho sospirato. Quello che diceva era vero; non posso continuare a prendere nota di
ci che mi succede per il resto della mia vita, se poi ogni giorno sono costretta
a rileggere tutto daccapo.
Ho guardato di nuovo la famiglia del tavolo accanto. La ragazza prendeva maldestre
cucchiaiate di minestrone, facendolo colare sul bavaglino che sua madre le aveva
allacciato al collo. Riuscivo a vedere le vite di quei genitori: vite interrotte,
intrappolate nel ruolo di badanti, un ruolo da cui si erano aspettati di liberarsi
anni prima.
Noi siamo cos, ho pensato. Anch'io devo essere imboccata. E proprio come quei
genitori con la loro figlia, Ben mi ama in un modo che non potr mai essere ricambiato.
Eppure, forse siamo diversi. Forse per noi c' ancora speranza.
Tu vuoi che migliori? ho chiesto.
Ben  sembrato sorpreso. Christine! ha risposto. Ti prego...
Magari potrei rivolgermi a qualcuno. Un dottore.
Ci abbiamo gi provato...
Ma forse vale la pena riprovarci, no? La medicina fa continui progressi. E se ci
fosse una nuova terapia?
Mi ha stretto la mano. Non c', Christine. Credimi. Le abbiamo provate tutte.
Cosa? ho chiesto. Cos'abbiamo provato?
Chris, ti prego, non...
Cos'abbiamo provato? ho ripetuto. Cosa?
Tutto ha risposto. Tutto. Non hai idea di come  stato. Sembrava a disagio. Faceva
guizzare gli occhi da una parte all'altra, quasi si aspettasse un colpo ma non sapesse
da dove sarebbe arrivato. Avrei potuto lasciar perdere, ma non l'ho fatto.
Come, Ben? Ho bisogno di saperlo. Come  stato?
Non mi ha risposto.
Dimmelo!
Ha sollevato il capo, deglutendo a fatica. Sembrava terrorizzato; rosso in volto,
gli occhi sgranati. Eri in coma ha cominciato. Credevano tutti che saresti morta.
Ma non io. Io sapevo che eri forte, che ce l'avresti fatta. Sapevo che saresti
migliorata. E un bel giorno, l'ospedale mi chiam per dirmi che avevi ripreso
conoscenza. Pensavano che fosse un miracolo, ma io sapevo che non lo era. Eri tu,
la mia Chris, che tornavi da me. Eri stordita, confusa. Non sapevi dove ti trovavi
e non ricordavi nulla dell'incidente, ma riconoscevi me e tua madre, anche se non
sapevi bene chi fossimo. Loro dicevano di non preoccuparsi, che una perdita di memoria
era normale dopo lesioni cos gravi, che sarebbe passata. Ma poi... Ha scrollato
le spalle, chinando gli occhi sul tovagliolo che teneva in mano. Per un attimo ho
temuto che non volesse proseguire.
Poi cosa?
Sembrava che stessi peggiorando. Un giorno venni a trovarti e tu non mi riconoscesti.
Pensavi che fossi un dottore. Poi cominciasti anche a dimenticare chi eri. Non
ricordavi come ti chiamavi, in che anno eri nata. Niente. Si resero conto che avevi
anche smesso di formare nuovi ricordi. Fecero esami, risonanze, provarono di tutto.
Ma non serv a nulla. Dissero che l'incidente ti aveva danneggiato la memoria. Che
sarebbe stato un danno permanente. Che non esisteva nessuna cura.
Niente? Non fecero niente?
No. Nessuno poteva sapere se la tua memoria sarebbe tornata oppure no, ma con il
passare del tempo le probabilit che tornasse sarebbero state sempre pi scarse.
Dissero che l'unica cosa che avrei potuto fare era prendermi cura di te. Ed  quello
che ho cercato di fare. Mi ha preso entrambe le mani nelle sue, carezzandomi le dita,
sfiorando il duro metallo della fede nuziale.
Si  sporto in avanti sul tavolo fino a portare il viso a pochi centimetri dal mio.
Ti amo ha sussurrato, ma io non sono riuscita a rispondere, e abbiamo consumato
il resto della cena in silenzio. Dentro di me sentivo montare il risentimento. La
rabbia. Sembrava cos convinto che non ci fosse niente da fare. Cos sicuro. A un tratto
non mi sentivo pi cos propensa a parlargli del mio diario o del dottor Nash. Volevo
conservare i miei segreti ancora per un po'. Sentivo che erano l'unica cosa che
potessi considerare mia.
Siamo tornati a casa. Ben si  preparato un caff, io sono andata in bagno. Ho scritto
finch ho potuto, poi mi sono spogliata e struccata e ho infilato la camicia da notte.
Un altro giorno stava per finire. Presto mi sarei addormentata, e il mio cervello
avrebbe cominciato a cancellare ogni cosa. E domani dovr affrontare tutto daccapo.
Mi sono resa conto di non avere ambizioni. Non posso averne. Tutto ci che voglio
 essere normale. Vivere come chiunque altro, accumulando esperienze, una vita in
cui ogni giornata d forma alla successiva. Voglio crescere, imparare cose, farne
tesoro. L, in bagno, ho pensato alla mia vecchiaia. Ho cercato di immaginare come
sar. Continuer a svegliarmi, a settanta, ottant'anni, pensando di essere all
'inizio della mia esistenza? Aprir gli occhi senza sapere che le mie ossa sono
vecchie, le mie articolazioni rigide e pesanti? Non riesco a immaginare come potr
reagire quando scoprir che la mia vita appartiene al passato, che  gi accaduta
senza che io abbia nulla per dimostrare di averla vissuta. Nessuna miniera di ricordi,
nessun patrimonio di esperienze, nessun accumulo di saggezza da trasmettere. E che
cosa siamo noi esseri umani, se non la somma dei nostri ricordi? Come mi sentir quando
mi guarder allo specchio e vedr riflessa mia nonna? Non lo so, ma non posso
permettermi di pensarci.
Ho sentito Ben che entrava in camera. Mi sono resa conto che non sarei riuscita a
mettere il diario nell'armadio, e cos l'ho nascosto sotto i miei vestiti sulla
sedia accanto alla vasca. Lo sposter pi tardi, mi sono detta, quando lui si sar
addormentato. Ho spento la luce e sono entrata in camera.
Ben era seduto sul letto e mi guardava. Non ho detto nulla e mi sono distesa accanto
a lui. Mi sono accorta che era nudo. Ti amo, Christine ha detto cominciando a
baciarmi il collo, le guance, le labbra. Il suo alito era caldo, con una pungente
nota d'aglio. Non volevo che mi baciasse, ma non l'ho allontanato. Me la sono
cercata, ho pensato. Indossando quello stupido vestito, truccandomi e profumandomi,
chiedendogli di baciarmi prima di uscire.
Mi sono girata verso di lui e mio malgrado ho ricambiato il suo bacio. Ho cercato
di immaginarci nella casa che avevamo appena comprato, mentre mi strappava i vestiti
di dosso nel tragitto dalla cucina alla camera da letto, il cibo non ancora cotto
che si guastava in cucina. Mi sono detta che allora dovevo amarlo (altrimenti perch
l'avrei sposato?) e che quindi non avevo alcun motivo di non amarlo ancora oggi.
Mi sono detta che quello che stavo facendo era importante, un'espressione di amore
e gratitudine, e quando lui mi ha toccato il seno non l'ho fermato, mi sono ripetuta
che era qualcosa di naturale, di normale. E non l'ho fermato quando mi ha infilato
la mano a coppa fra le gambe e me l'ha premuta sul sesso, e soltanto io so che dopo,
molto dopo, quando ho cominciato a gemere piano, non  stato per quello che mi stava
facendo. Non era piacere, era paura, paura di ci che vedevo chiudendo gli occhi.
Sono in una camera d'albergo. La stessa che mi  apparsa prima, mentre mi preparavo.
Vedo le candele, lo champagne, i fiori. Sento bussare alla porta, mi vedo posare il
bicchiere da cui stavo bevendo, alzarmi per andare ad aprire. Sono eccitata,
emozionata; l'atmosfera  gonfia di promesse. Sesso e redenzione. Allungo la mano,
stringo le dita sulla maniglia fredda e dura. Finalmente le cose si sistemeranno.
A un tratto, un vuoto di memoria.  La porta si apre verso di me, ma non vedo chi c
' dietro.  A letto con mio marito, il panico mi ha invasa all'improvviso. Ben!
ho gridato, ma lui non si  fermato, non  sembrato nemmeno sentirmi. Ben! ho
ripetuto. Ho chiuso gli occhi e mi sono stretta a lui. Poi sono riprecipitata nel
passato.
Lui  nella stanza. Dietro di me. Come osa? Mi giro ma non vedo niente. Un dolore
lancinante. Una pressione sulla gola. Non riesco a respirare. Lui non  mio marito,
non  Ben, ma le sue mani sono su di me, dappertutto, le sue mani e il suo corpo sul
mio. Cerco di respirare, ma non ce la faccio. Il mio corpo, tremante, spappolato,
si riduce a niente, a cenere e aria. Acqua nei polmoni. Apro gli occhi e vedo solo
rosso. Sto per morire, qui in questa camera d'albergo. Mio Dio, penso. Non volevo
questo. Non l'ho mai voluto. Qualcuno mi deve aiutare. Qualcuno deve arrivare. Ho
fatto uno sbaglio terribile, s, ma non merito questa punizione. Non merito di morire.
Mi sento scomparire. Voglio vedere Adam. Voglio vedere mio marito. Ma loro non ci
sono. Non c' nessuno, soltanto io e quest'uomo, quest'uomo che mi stringe le mani
alla gola.
Sto scivolando, sempre pi gi. Verso il buio. Non devo addormentarmi. Non devo
addormentarmi. Non. Devo. Addormentarmi.
Il ricordo si  fermato all'improvviso, lasciandosi dietro un vuoto terribile. Ho
riaperto gli occhi. Ero di nuovo a casa mia, a letto, e mio marito era dentro di me.
Ben! ho gridato, ma era troppo tardi. Ha eiaculato con una serie di piccoli grugniti
smorzati. L'ho abbracciato, stringendolo con tutte le mie forze, e dopo un momento
lui mi ha baciato il collo, ha ripetuto che mi amava e poi ha detto: Chris, stai
piangendo!.
Ho cominciato a singhiozzare senza riuscire a controllarmi. Che cosa succede? ha
chiesto lui. Ti ho fatto male?
Cosa potevo dirgli? Tremavo mentre la mia mente cercava di assorbire ci che aveva
visto. Una camera d'albergo piena di fiori. Champagne e candele. Le mani di uno
sconosciuto attorno al collo.
Cosa potevo dire? Potevo soltanto piangere ancora pi forte, e spingerlo via, e
aspettare. Aspettare che si addormentasse per poter scendere piano dal letto e
scrivere tutto.
Sabato 17 novembre, ore 2.07
Non riesco a dormire. Ben  tornato di sopra, a letto, e io scrivo queste righe in
cucina. Pensa che stia bevendo la tazza di latte e cacao che mi ha preparato. Pensa
che stia per raggiungerlo a letto.
Lo far, ma prima devo scrivere.
Ora la casa  buia e silenziosa, ma fino a poco fa ogni cosa sembrava viva. Amplificata.
Dopo aver trascritto ci che avevo visto mentre facevamo l'amore avevo nascosto il
diario nell'armadio ed ero tornata a letto, ma ero ancora irrequieta. Sentivo il
ticchettio dell'orologio al pianterreno, i rintocchi con cui segnava le ore, il
russare sommesso di Ben. Percepivo la trama del copripiumone sul petto, vedevo solo
il bagliore della radiosveglia sul mio comodino. Mi sono girata sulla schiena e ho
chiuso gli occhi. Non vedevo altro che me stessa con due mani serrate attorno al collo
che mi impedivano di respirare. Non udivo altro che l'eco della mia voce. Sto per
morire.
Ho pensato al mio diario. Forse scrivere mi avrebbe aiutata? O magari rileggerlo?
Sarei riuscita a recuperarlo dal suo nascondiglio senza svegliare Ben?
Lui era sdraiato accanto a me, appena visibile nel buio. Mi stai mentendo, ho pensato.
Perch  cos. Mi sta mentendo sul mio romanzo, su Adam. E adesso sono sicura che
mi sta mentendo anche sui motivi per cui mi trovo qui, cos, intrappolata.
Avrei voluto scuoterlo fino a svegliarlo. Avrei voluto gridare: "Perch? Perch mi
stai dicendo che sono stata investita da un'auto su una strada ghiacciata?". Mi
domando da cosa mi stia proteggendo. Quanto terribile possa essere la verit.
E cos'altro c' che non so?
I miei pensieri sono passati dal diario alla cassetta di metallo, quella in cui Ben
tiene le foto di Adam. Forse, mi sono detta, contiene altre risposte. Forse l dentro
trover la verit.
Ho deciso di scendere dal letto. Ho ripiegato il piumone su se stesso per non svegliare
mio marito. Ho preso il diario dal suo nascondiglio e sono uscita a piedi scalzi sul
pianerottolo. All'improvviso la casa mi sembrava diversa, ricoperta dalla patina
azzurrina del chiaro di luna. Congelata, immobile.
Mi sono chiusa la porta della camera da letto alle spalle; il fruscio ovattato del
legno sulla moquette, lo scatto sommesso della serratura. L, sul pianerottolo, ho
riletto rapidamente il diario. Ben che mi diceva che ero stata investita da un'auto.
Ben che negava che avessi mai scritto un romanzo. Mio figlio.
Dovevo vedere una fotografia di Adam. Ma dove avrei potuto cercarle? Queste cose
le tengo di sopra mi aveva detto. Per sicurezza. Lo sapevo perch l'avevo scritto.
Ma dove, di preciso? Nell'altra stanza? Nello studio? Come potevo cercare qualcosa
che non ricordavo di aver mai visto?
Ho riposto il diario e sono entrata nello studio, chiudendomi dietro anche quella
porta. Il chiaro di luna penetrava dalla finestra, diffondendo nella stanza un
bagliore grigiastro. Non osavo accendere la luce, non potevo rischiare che Ben mi
sorprendesse a perquisire il suo studio. Mi avrebbe chiesto cosa stavo cercando, e
io non avrei avuto nessuna risposta, nessuna spiegazione da dargli. Ci sarebbero state
troppe domande a cui rispondere.
La cassetta era di metallo, avevo scritto, ed era grigia. Come prima cosa ho
controllato la scrivania. Un minuscolo computer con uno schermo incredibilmente
piatto, penne e matite in una tazza, carte impilate in ordine, un fermacarte di
ceramica a forma di cavalluccio marino. Sopra il mobile era appeso un calendario da
muro tempestato di adesivi colorati, cerchi e stelle. Sotto c'erano una borsa di
cuoio e un cestino della carta straccia, entrambi vuoti, e accanto uno schedario.
Ho cominciato da l. Ho aperto lentamente il primo cassetto, cercando di fare piano.
Era pieno di documenti, dentro cartelle contrassegnate dalle scritte  CASA, LAVORO,
FINANZE. Dietro le cartelle c'era una boccetta di pillole di cui nella semioscurit
non sono riuscita a leggere il nome. Il secondo cassetto era pieno di articoli di
cartoleria (scatole, blocchi, penne, bianchetto); l'ho richiuso con cautela, poi
mi sono accovacciata per aprire l'ultimo.
Una coperta, o un asciugamano; difficile capirlo nella penombra. Ho sollevato un
lembo, ho infilato sotto la mano e ho sentito il freddo del metallo. Ho scoperto la
cassetta. Era pi grande di quanto avessi immaginato, occupava quasi tutto il
cassetto. Cercando di sollevarla ho scoperto che era anche pi pesante del previsto,
e prima di riuscire a tirarla fuori e posarla a terra ho rischiato di farla cadere.
La cassetta era davanti a me. Per un attimo ho esitato. Non sapevo cosa fare, non
sapevo se davvero volevo aprirla. Quali nuovi turbamenti mi avrebbe riservato? Come
la memoria stessa, poteva contenere verit che non sarei nemmeno stata in grado di
concepire. Sogni inimmaginabili, orrori inattesi. Avevo paura. Ma poi mi sono resa
conto che queste verit sono tutto ci che ho. Sono il mio passato. Sono ci che mi
rende umana. Senza non sono niente. Sono solo un animale.
Ho fatto un respiro profondo a occhi chiusi, poi ho provato ad aprirla.
Il coperchio si  sollevato leggermente, ma poi si  fermato. Ho riprovato, pensando
che fosse bloccato, e ho fatto un altro tentativo prima di rendermi conto che la
cassetta era chiusa a chiave. Ben l'aveva chiusa a chiave.
Ho cercato di mantenere la calma, ma ho sentito montare una rabbia incontrollata.
Chi era lui, per permettersi di mettere sotto chiave i miei ricordi? Di impedirmi
di avere ci che era mio?
La chiave doveva essere l vicino, ne ero sicura. Ho guardato nel cassetto. Ho preso
l'asciugamano e l'ho scosso. Mi sono alzata, ho rovesciato la tazza piena di penne
e matite e ho controllato all'interno. Niente.
Disperata, ho perlustrato gli altri cassetti nella penombra. Non ho trovato nessuna
chiave, e mi sono resa conto che poteva essere ovunque. Chiss dove. Mi sono lasciata
cadere in ginocchio.
Un suono. Un cigolio, cos lieve che sulle prime ho creduto di averlo provocato io.
Ma poi un altro. Un respiro. Un sospiro.
Una voce. Ben. Christine? ha detto; poi, pi forte: Christine!.
Cosa potevo fare? Ero nel suo studio, con la cassetta di metallo che lui crede non
ricordi, sul pavimento davanti a me. Per un istante mi sono lasciata prendere dal
panico. Si  aperta una porta, la luce sul pianerottolo si  accesa rischiarando la
fessura lungo gli stipiti. Stava arrivando.
Mi sono mossa rapidamente. Ho rimesso la scatola di metallo al suo posto e ho richiuso
il cassetto con un botto, sacrificando il silenzio alla velocit.
Christine? ha ripetuto Ben. Passi sul pianerottolo. Christine, amore? Sono io,
Ben. Ho rimesso penne e matite nella tazza e mi sono lasciata scivolare a terra.
La porta ha cominciato ad aprirsi.
Non sapevo cosa avrei fatto finch non l'ho fatto. Ho reagito d'impulso, mossa da
qualcosa di ancora pi profondo dell'istinto.
Aiuto! ho gridato quando Ben  comparso sulla soglia. La sua sagoma si stagliava
in controluce, e per un istante ho provato davvero il terrore che simulavo. Per
favore! Aiuto!
Ben ha acceso la luce e mi si  avvicinato. Christine! Cosa sta succedendo? ha
esclamato facendo per accovacciarsi.
Sono indietreggiata fino a premere la schiena contro il muro sotto la finestra. Chi
sei? ho chiesto. Mi sono resa conto che avevo cominciato a piangere ed ero scossa
dai tremiti. Ho cercato di aggrapparmi al muro dietro di me, alle tende appena sopra
come se volessi sollevarmi. Ben  rimasto dov'era, dall'altra parte della stanza.
Ha allungato una mano come se fossi pericolosa, un animale selvaggio.
Sono io ha detto. Tuo marito.
Mio cosa? ho ribattuto. Cosa mi sta succedendo?
Soffri di amnesia ha spiegato lui. Siamo sposati da anni. Poi, mentre mi preparava
la tazza di latte e cacao che  ancora qui davanti a me, ho lasciato che mi raccontasse
fin dall'inizio quello che gi sapevo.
...
.
...
Domenica 18 novembre.
.
Tutto questo accadeva nelle prime ore di sabato mattina. Oggi  domenica. Mezzogiorno
o gi di l.  passato un giorno intero senza lasciare traccia. Ventiquattro ore
perdute. Ventiquattro ore trascorse a credere a tutto ci che Ben mi diceva. A credere
di non aver mai scritto un romanzo, di non aver mai avuto un figlio. A credere che
sia stato un incidente a rubarmi il passato.
Forse, diversamente da oggi, ieri il dottor Nash non mi ha chiamato e io non ho potuto
trovare questo diario. O forse l'ha fatto e sono stata io a scegliere di non leggerlo.
Mi sento rabbrividire. Cosa accadrebbe se un giorno decidesse di non telefonare pi?
Non lo troverei mai, non lo leggerei mai, non saprei nemmeno che esiste. Non conoscerei
il mio passato.
Sarebbe impensabile, ora lo so. Mio marito mi sta raccontando una versione di come
ho perso la memoria, ma le mie sensazioni me ne dicono un'altra. Mi chiedo se abbia
mai chiesto chiarimenti al dottor Nash. E anche se l'ho fatto, posso credere a quello
che dice? L'unica verit che possiedo  ci che  scritto in questo diario.
Scritto da me. Questo me lo devo ricordare. Scritto da me.
Ripenso a stamattina. Ricordo che il sole si riversava in camera attraverso le tende,
e che mi ha svegliata all'improvviso. Ho aperto gli occhi su una scena che non mi
era familiare e sono rimasta confusa. Eppure, anche se non ricordavo nessun singolo
evento, avevo la sensazione di avere una lunga storia alle spalle, non solo pochi
anni. E sapevo, seppur vagamente, che in quella storia c'era un figlio. Nella
frazione di secondo che ha preceduto il risveglio completo ho capito che ero una madre.
Che avevo messo al mondo un figlio, che il mio non era pi l'unico corpo che avevo
il dovere di nutrire e proteggere.
Mi sono girata, rendendomi conto che accanto a me nel letto c'era un altro corpo,
che un braccio era disteso sul mio bacino. Non ne ero allarmata; mi sentivo al sicuro.
Felice. A mano a mano che mi svegliavo le immagini e le sensazioni hanno cominciato
a collegarsi, formando veri e propri ricordi. Dapprima ho visto il mio bambino, mi
sono sentita mentre chiamavo il suo nome, Adam, l'ho visto correre verso di me. Poi
ho ricordato mio marito. Il suo nome. Ho sentito di esserne profondamente innamorata.
Ho sorriso.
Ma la sensazione di pace non  durata. Ho guardato l'uomo accanto a me, e la sua
faccia non era quella che mi aspettavo di vedere. Un attimo dopo mi sono resa conto
che non riconoscevo la stanza in cui avevo dormito, che non ricordavo come ci ero
arrivata. E infine ho capito che in realt non ricordavo nulla con chiarezza. Quei
brevi, sconnessi frammenti non erano una parte della mia memoria; erano la somma totale.
Ben mi ha spiegato tutto, ovviamente. O almeno in parte. E questo diario mi ha fatto
capire il resto, grazie alla telefonata del dottor Nash. Non ho avuto il tempo di
leggerlo tutto; avevo finto un'emicrania ed ero all'ascolto del minimo movimento
al pianterreno, temendo che Ben potesse risalire con un'aspirina e un bicchiere d
'acqua. Ma quello che ho letto  stato sufficiente. Il diario mi ha rivelato chi
sono, quello che ho e ci che ho perso. Mi ha fatto capire che non tutto  perduto.
Che i miei ricordi stanno tornando, anche se lentamente. Me l'ha detto anche il dottor
Nash, il giorno in cui l'ho guardato mentre leggeva il mio diario. Sta ricordando
molte cose, Christine ha detto. E non c' motivo per cui il processo non debba
continuare. E il diario mi ha anche rivelato che il pirata della strada  una
menzogna, e che da qualche parte, nascosto nel profondo di me stessa, conservo il
ricordo di ci che accadde la notte in cui persi la memoria. Un ricordo in cui non
compaiono automobili e strade ghiacciate, ma champagne, fiori e qualcuno che bussa
alla porta di una camera d'albergo.
E adesso ho un nome. Il nome dell'uomo che mi aspettavo di vedere stamattina quando
ho aperto gli occhi non  Ben.
Ed. Mi sono svegliata credendo di essere a letto con un uomo chiamato Ed.
Al momento non sapevo chi fosse, questo  Ed. Forse non era proprio nessuno, era solo
un nome che avevo inventato, pescato chiss dove. O forse era un vecchio amante, un
'avventura di una notte che non avevo dimenticato del tutto. Ma ora ho letto questo
diario. Ho scoperto di essere stata aggredita in una camera d'albergo. E so chi  questo Ed.
 l'uomo che quella sera aspettava fuori dalla porta. L'uomo che mi aggred. L'uomo che ha rubato la mia vita.
Stasera ho messo alla prova mio marito. Non avrei voluto farlo, non l'avevo
programmato, ma avevo passato l'intera giornata a interrogarmi. Perch mi ha
mentito? Lo fa ogni giorno? C' un'unica versione del passato che mi racconta,
oppure ce ne sono diverse? Ho bisogno di fidarmi di lui, mi dicevo. Non ho nessun altro.
Stavamo mangiando dell'agnello, un pezzo scadente, grasso e stracotto. Non facevo
che spostare lo stesso boccone di carne sul piatto, intingendolo nel sugo, portandolo
alla bocca e riabbassandolo.
Come ho fatto a ridurmi cos? ho chiesto. Avevo cercato di richiamare alla mente
la visione della camera d'albergo, ma era rimasta vaga, appena al di l della mia
portata. In un certo senso ne ero lieta.
Ben ha alzato gli occhi dal suo piatto, sgranandoli per la sorpresa. Christine...
ha risposto. Tesoro, non...
Ti prego l'ho interrotto. Ho bisogno di sapere.
Ha posato coltello e forchetta. D'accordo.
Devi dirmi tutto ho insistito. Tutto.
Lui mi ha guardata socchiudendo gli occhi. Sei sicura?
S. Ho esitato un istante, poi mi sono decisa. Alcuni potrebbero pensare che sarebbe
meglio non rivelarmi tutti i dettagli. Specialmente se sono sconvolgenti. Ma io non
sono d'accordo. Penso che dovresti dirmi tutto, in modo che io possa decidere da
sola cosa provare. Lo capisci?
Chris ha ribattuto lui. Cosa vuoi dire?
Ho distolto lo sguardo. L'ho posato sulla fotografia di noi due sulla credenza. Non
lo so ho risposto. So che non sono sempre stata cos, e che adesso lo sono. Dev
'essere successo qualcosa, qualcosa di grave. Questo lo so. So anche che dev'essere
stato qualcosa di tremendo. Ma voglio sapere cosa. Devo sapere cos' stato. Cosa
mi  successo. Non mi mentire, Ben, ti prego.
Lui ha allungato la mano sul tavolo e ha preso la mia. Tesoro, non lo farei mai.
Poi ha cominciato. Era dicembre. Le strade erano ghiacciate... E io ho ascoltato,
con un terrore crescente, il racconto dell'incidente d'auto. Alla fine Ben ha
ripreso coltello e forchetta e si  rimesso a mangiare.
Sei sicuro? ho chiesto. Sei sicuro che sia stato un incidente?
Un sospiro. Perch?
Ho cercato di calcolare cosa dire. Non volevo rivelargli che mi ero rimessa a scrivere,
che tenevo un diario, ma volevo essere il pi sincera possibile.
Oggi ho avuto una strana sensazione ho detto. Quasi come un ricordo. In qualche
modo, mi  sembrato che avesse a che fare con il motivo per cui sono cos.
Che tipo di sensazione?
Non lo so.
Un ricordo?
Una specie.
Be', hai ricordato qualche dettaglio specifico?
Ho pensato alla camera d'albergo, alle candele, ai fiori. All'impressione che non
fossero un regalo di Ben, che non fosse a lui che avevo aperto la porta di quella
stanza. E ho pensato alla sensazione di soffocamento. Che genere di dettaglio?
Qualsiasi. Il tipo di automobile che ti ha investita? Magari soltanto il colore?
Chi era al volante?
"Perch vuoi che creda di essere stata investita da un'auto?" avrei voluto
gridargli. Poteva davvero trattarsi solo di una versione pi facile a credersi di
ci che era davvero accaduto?
Pi facile da sentire, mi sono chiesta, o pi facile da raccontare?
Mi sono domandata come avrebbe reagito se avessi detto: "A dire il vero, non ricordo
nemmeno di essere stata investita da un'auto. Ricordo che ero in una camera d'
albergo, in attesa di qualcuno che non eri tu".
No ho detto. Non esattamente.  stata pi un'impressione generale.
Un'impressione generale? ha ripetuto Ben. In che senso, un'impressione
generale?
Aveva alzato la voce, sembrava quasi arrabbiato. Non ero pi sicura di voler
proseguire la conversazione.
Niente ho detto. Non  stato niente. Solo una strana sensazione, come se stesse
per succedere qualcosa di terribile, e un dolore. Ma non ricordo nessun dettaglio.
Ben  sembrato rilassarsi. Probabilmente non  nulla ha detto.  solo la tua mente
che ti inganna. Cerca di ignorarla.
"Ignorarla?" ho pensato. Come poteva chiedermi una cosa simile? Temeva che
ricordassi la verit?
 possibile, suppongo. Oggi mi ha gi detto che sono stata investita da un'auto.
L'idea che io possa smascherare la sua menzogna non pu fargli piacere, anche se
soltanto per il resto dell'unica giornata in cui potrei conservarne il ricordo.
Soprattutto se sta mentendo per il mio bene. Posso capire che credere di essere stata
vittima di un incidente renda tutto pi facile per entrambi. Ma come potr mai scoprire
cos' accaduto veramente?
E chi stavo aspettando in quella stanza?
Okay mi sono arresa: cos'altro potevo fare? Probabilmente hai ragione. Siamo
tornati a dedicarci all'agnello ormai freddo. Ma a un tratto ho avuto un altro
pensiero. Terribile, brutale.  E se avesse ragione?  Se fosse stato davvero un pirata
della strada? Se fosse stata la mia mente a creare la camera d'albergo e l'
aggressione? Poteva essere tutta un'invenzione. Immaginazione, non ricordo. Era
possibile che, incapace di accettare la semplice realt di un incidente su una strada
ghiacciata, mi fossi inventata tutto?
Se  cos, la mia memoria non funziona. I ricordi non stanno tornando. Non sto affatto
migliorando, sto impazzendo.
Ho trovato la mia borsa e l'ho rovesciata sul letto, facendo rotolare fuori il
contenuto. Il portafoglio, l'agenda con la copertina a fiori, il rossetto, un
portacipria, fazzoletti di carta. Monete sparse. Un piccolo quadrato di carta gialla.
Mi sono seduta sul letto, rovistando fra gli oggetti. Ho pescato l'agenda e ho provato
sollievo nel vedere il nome del dottor Nash scarabocchiato sul retro, ma poi ho visto
che accanto al numero c'era la parola  Studio  fra parentesi. Di domenica non l'avrei trovato al lavoro.
Il quadrato di carta gialla aveva un lato appiccicoso su cui si era accumulato uno
strato di polvere e capelli, ma per il resto era vuoto. Stavo cominciando a chiedermi
cosa mi avesse spinta a credere, anche solo per un momento, che il dottor Nash potesse
avermi dato il suo numero privato, quando mi sono ricordata di aver letto che l'aveva segnato sul davanti del mio diario. Mi chiami se si sente confusa aveva detto.
L'ho trovato e ho preso entrambi i telefoni. Non ricordavo qual era quello che mi
aveva dato il dottor Nash. Ho controllato rapidamente il pi grosso dei due e ho visto
che ogni singola chiamata proveniva da Ben o era destinata a lui. Il secondo, il
modello a portafoglio, lo avevo a malapena usato. Era quello del dottor Nash. Per
quale motivo doveva avermelo dato, mi sono detta, se non per questo? Come mi sento
in questo momento, se non confusa? Ho aperto l'apparecchio, ho composto il suo numero
e ho premuto il tasto della chiamata.
Qualche istante di silenzio, poi un segnale ronzante interrotto da una voce.
Pronto? Sembrava assonnato, anche se non era tardi. Chi parla?
Dottor Nash ho bisbigliato. Sentivo Ben al piano di sotto, guardava un talent show
alla televisione. Canzoni, risate inframmezzate da scrosci di applausi. Sono Christine.
Una pausa. Un riassestamento mentale.
Oh, okay. Come...
Ho provato un inaspettato tuffo di delusione. Non sembrava felice di sentirmi.
Mi scusi ho ripreso. Ho trovato il suo numero sul diario.
Ma certo ha detto lui. Ma certo. Come sta? Non ho risposto. Va tutto bene?
Mi perdoni ho detto, e le parole hanno cominciato a riversarsi fuori una dopo l
'altra. Ho bisogno di vederla. Adesso. O domani. S, domani. Ho ricordato qualcosa.
Ieri sera. L'ho scritto sul diario. Una camera d'albergo. Qualcuno che bussava alla
porta. Non riuscivo a respirare. Io... Dottor Nash?
Christine, si calmi ha detto lui. Cosa  successo?
Ho ripreso fiato. Ho avuto un ricordo. Sono sicura che abbia a che fare con la causa
della mia amnesia. Ma non ha senso. Ben dice che sono stata investita da un'auto.
Ho sentito un movimento, come se lui stesse cambiando posizione, e un'altra voce.
Una voce di donna. Non  nulla ha detto lui a voce bassa, poi ha mormorato qualcosa
di incomprensibile.
Dottor Nash? ho ripreso. Dottor Nash? Sono stata investita da un'auto?
In questo momento non posso parlare ha risposto lui, e la voce di donna  tornata
a farsi sentire, pi forte e lamentosa. Ho percepito qualcosa che si agitava dentro
di me. Rabbia, o panico.
La prego! ho sibilato.
Silenzio, poi di nuovo la voce di lui, all'improvviso perentoria. Mi spiace, ma
al momento sono occupato. Ne ha preso nota?
Non ho risposto. Occupato. Ho pensato a lui e alla sua fidanzata, chiedendomi cosa
avessi interrotto. Quello che ha ricordato, ha ripreso lui l'ha scritto sul
diario? Lo faccia, mi raccomando.
Okay, ho risposto ma...
Ne parleremo domani mi ha interrotta. La chiamo a questo numero, glielo prometto.
Sollievo, mescolato a qualcos'altro. Qualcosa di inaspettato, difficilmente
definibile. Felicit? Gioia?
No. Era qualcosa di pi. In parte ansia e in parte certezza, con il vago brivido di
un piacere futuro. Lo avverto ancora scrivendo queste righe, ma ora so di che si
tratta.  qualcosa che non so se abbia mai provato prima. Pregustazione.
Ma pregustazione di cosa? Del momento in cui il dottor Nash mi dir quello che ho
bisogno di sapere, mi confermer che i miei ricordi stanno lentamente cominciando
a riemergere, che la terapia sta funzionando? O c' dell'altro?
Penso a quello che dovevo aver provato quando mi ha toccato nel parcheggio, a cosa
dovevo aver pensato per ignorare la telefonata di mio marito. Forse la verit  pi
semplice. Forse ho soltanto una gran voglia di parlare con lui.
S ho risposto quando mi ha promesso che avrebbe chiamato. S, la prego. Ma a quel
punto la comunicazione si era gi interrotta. Ho pensato alla voce di donna e mi sono
resa conto che erano a letto.
Scaccio il pensiero dalla mente. Inseguirlo significherebbe impazzire sul serio.
...
.
...
FINE Parte 1.